MARIA ROSA CUTRUFELLI.
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IL PAESE DEI FIGLI PERDUTI.
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Frassinelli Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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La vetrina di unagenzia turistica, il passo che rallenta, unemozione che la travolge con la forza dei desideri a lungo covati:  cos che Anna Paola, a ventiquattro anni, lascia che la voglia di conoscere finalmente suo padre assuma il carattere ineluttabile di una data sul calendario  guarda caso, il 19 marzo  e la consistenza di un biglietto aereo. Destinazione: Australia.
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QuellAustralia che Bruce Chatwin, in uno dei suoi taccuini di viaggio, ha descritto come il paese dei figli perduti. Anna Paola saluta Giovanna, Lia, Manlio, gli amici con i quali da anni condivide lappartamento a Roma. Sono loro, la sua ultima famiglia, quella che ha messo su quando, dopo la morte della madre, la Sicilia le  diventata troppo stretta. Ora la aspetta lAustralia, unaltra isola, grande e concreta, fatta di citt, piantagioni, permessi di lavoro, visti e scadenze. Concreta e tuttavia fantastica e irreale.
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Esattamente come suo padre, che limmensa Australia ha inghiottito senza pi restituirlo. Un padre, Giovanni, conosciuto solo attraverso le lettere inviate alla madre, i bonifici, le telefonate ai compleanni. Viaggio alla scoperta della verit, viaggio alla ricerca di se stessa, viaggio per scoprire il significato delle parole padre e figlia, Il paese dei figli perduti  un romanzo di formazione a tutto tondo, che investe non solo la complessit dei legami di famiglia, delle radici, ma la ricerca di una diversa dimensione esistenziale.
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LAUTRICE.
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MARIA ROSA CUTRUFELLI, nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ora vive e lavora a Roma. Dopo gli studi universitari collabora con numerose riviste letterarie e di critica. Ha curato alcune antologie di racconti e scritto diversi radiodrammi per la Radio Televisione Italiana ed ha fondato e diretto per dodici anni Tuttestorie, rivista di narrativa e letteratura.I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una numerose lingue.

La sua produzione letteraria consiste di: La briganta, del 1990; Complice il dubbio, del 1992, da cui  stato tratto il film: Le complici; Canto al deserto, del 1994; Il paese dei figli perduti, del 1999; due libri di viaggio: Mama Africa, del 1993, e Giorni dacqua corrente, del 2002; La donna che visse per un sogno del 2004, che entr fra i cinque finalisti del premio Strega e fu vincitore dei premi Penne, Racalmare-Sciascia e Donna-Citt di Alghero; Damore e dodio del 2008, vincitore del premio Tassoni; I bambini della Ginestra del 2012, vincitore del Premio Ultima Frontiera; Il giudice delle donne del 2016.
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LAustralia disse lentamente Arkady  il paese dei figli perduti.
BRUCE CHATWIN.
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Che cosa far qui, cieca e senza padre?
MARINA CVETAEVA.
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1.
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Passavo davanti alla vetrina di unagenzia turistica tutta addobbata con sconti verdi e azzurri
che campeggiavano in cifre giganti, quando, improvvisamente, mi venne voglia di conoscere mio
padre.
Mi sembr un pensiero nuovo, mai pensato prima. O, meglio, un relitto emerso senza preavviso
da chiss quali gorghi dacque lontane. Acque che, dun tratto, risonavano dentro il mio petto in un
richiamo di onde infrante, mulinavano nella mia testa in un risucchio di marosi su picchi
semisommersi, su neri totem di scogli, dilagavano sputando rottami, carcasse, legni fradici e detriti.
Attenzione. Dovrebbe gi esservi chiaro, a questo punto, di quali letture mi nutrissi, da piccola:
naufragi, piraterie, caccia alle balene, avventure del corpo e dellanimo dentro paesaggi da brivido. 
per questo, non per altro, che ho una certa dimestichezza con oceani e bufere e dorsi di cetacei che
affiorano, stregano e spariscono. Antica esperienza di lettrice.
Allo stesso modo so che ogni relitto, quando viene a galla, inevitabilmente porta con s una
storia. Ha un passato. Unesistenza che precede il suo apparire. Soltanto ci che gi esiste pu
materializzarsi di colpo nella corrente, sul filo della vita.
Cos non potevo sbagliare. Sapevo che lemozione che mi aveva rallentato il passo davanti alla
vetrina dellagenzia turistica aveva la prepotenza dei desideri a lungo covati e invano nascosti, messi da
parte, in serbo per tempi a venire. Per un futuro che allimprovviso divenne breve come il soffio della
porta che si apr e subito si chiuse, alle mie spalle.
Lo schianto dei frangenti, nel mio petto, si affievol, si perse in lontananza, si plac nella luce
calma di alte lampade al neon.
Feci un passo avanti, fra voci educate e un alitare leggero e costante di computer. Schermi
accesi, tavoli ingombri, muri nascosti da pile di opuscoli. Lunghe, complicate tabelle di orari e di sigle.
Pesanti volumi dalle pagine sottili che sotto le dita frusciavano inconsistenti come carta velina. Treni,
aerei. Il mondo letto in punti darrivo e di partenza, chiuso dentro una ragnatela di scambi, ingabbiato
dalle rigide linee che segnano le rotte. Non era possibile perdersi, in quel mondo, o perdervi qualcuno.
Nemmeno luomo pi sfuggente e distratto.
Avanzai di un altro passo.
E la voglia di conoscere mio padre mi afferr stretta, senza pi mollarmi.
Bene, mi arresi, sistemandomi in attesa del mio turno sopra una poltroncina di vinilpelle. A
ventiquattro anni, forse era giunto il momento.
E forse anche a lui avrebbe fatto piacere conoscermi, pensai. Per la verit, non si era mai
espresso con eccessiva chiarezza a questo proposito. N per lettera n per telefono, quando mi
chiamava a Natale, a Pasqua e per il mio compleanno. Ma ormai
Ormai cerano quegli sconti, quei numeri invitanti, tondi, dal colore di caramella, che
galleggiavano sul vetro spruzzato di punti esclamativi e puntini di sospensione a raffica, accecanti
come la sabbia degli atolli nelle gigantografie precariamente appese con graffette metalliche alle pareti
dellagenzia turistica. Ormai era arrivato il mio turno e quella giovane donna gentile  golf dalle
maniche corte, smalto neutro, non pi di una pennellata discreta, appena un tocco di lucido alle unghie
 si dava un gran daffare fra i moduli che precisavano i giorni e quantificavano le ore. Ormai il mio
desiderio aveva assunto la forma solida, i contorni netti di una decisione.
Dalla stampante usc un foglio con il numero del volo, gli scali, le coincidenze, gli atterraggi e i
decolli. La ragazza dellagenzia lo prese e sottoline con un frego nero le date, inchiodandomi tra un
prima e un dopo, una partenza e un arrivo.
Avevo prenotato un biglietto di andata e ritorno, perch era necessario per ottenere il visto ma
anche perch non intendevo accamparmi nel bel mezzo della vita di mio padre. Un incontro, una visita:
non volevo niente di pi. Non mi interessava la sua libert. Poteva tenersela. Io avevo la mia.
Non lavevo molto apprezzata fino a quel momento, a pensarci bene. Mi ci perdevo dentro,
annegavo a volte in tutta quella scioltezza di movimenti, arginati soltanto dalle miti richieste senza
pretese di zia Sarina. Non sapevo che farmene. Ora, finalmente, lo sapevo.
La seconda tappa fu lufficio immigrazione dellambasciata. Esitai davanti alle differenti
possibilit che mi venivano offerte, visto lungo, visto breve, turismo oppure vacanza-lavoro: un
permesso particolare che dava diritto a svolgere lavori precari, a termine, purch non si superassero i
venticinque anni det, LUCKY COUNTRY, assicurava  rosso su bianco  un manifesto allaltezza
dei miei occhi. Paese fortunato. LAustralia si compiaceva del suo mito e in questa compiacenza si
apriva ai giovani stranieri.
Optai, alla fine, per un visto turistico: il pi semplice, rapido da ottenere ed economico.
Compilai il modulo con tutta calma, in un corridoio pressoch deserto, e questo davvero mi
sembr un colpo di fortuna. Senza merito, perch non lo sapevo, ma avevo scelto il tempo giusto:
ancora non eravamo entrati nella stagione frenetica dei pacchetti turistici a prezzo fisso (bevande
escluse).
Allo sportello un uomo di mezza et  pantaloni stropicciati e cavallo basso  spiegava
allimpiegata:
Si  trovato bene, mio figlio. Vuole tornare.
Era marted, me ne ricordo perfettamente. Il mio giorno libero.
Per puro caso quella sera, a cena, li trovai tutti e tre: Giovanna, Lia e anche Manlio. Con loro da
anni dividevo lappartamento. Erano i miei amici, la mia famiglia. A loro dovevo dirlo.
Fra quindici giorni parto. Non ha pi senso rimandare. Lanno prossimo, lanno prossimo A
furia di dire lanno prossimo sono arrivata a ventiquattro anni!
E mentre mi giustificavo davanti alle loro facce stranite, mi vedevo piantata lass, in bilico
sopra lo spartiacque dellet. A destra la vita gi vissuta, con i sogni ormai cresciuti e coltivati in timide
aiuole. A sinistra il terreno da dissodare e la paura di non avere forza sufficiente per andare avanti al
ritmo desiderato.
Basta. Vado in Australia.
Silenzio.
Giovanna per prima si riscosse  niente poteva sorprenderla, tanto meno zittirla, per pi di
trenta secondi  e simul un urletto di entusiasmo. Sforzato. Lia mi guard con invidia. Autentica,
questa: io mimbarcavo verso lignoto, lei restava nella solita casa, con le solite persone, nella solita
vita.
Manlio, zitto, stornava gli occhi. Ma vidi distintamente la sua mano sulla tovaglia che dava un
guizzo, si alzava sperduta e si posava di nuovo con forza per schiacciare un tremito.
Ero stata brusca, troppo brusca forse. Ma dovevo pur dirlo, a loro. A loro e non ad altri, decisi l
per l. Non avevo la minima intenzione di alzare il telefono e impegnarmi in una discussione con zia
Sarina. E per mio padre doveva essere una sorpresa. Mi sembrava giusto cos: non aveva forse colto di
sorpresa anche me quellimpulso che mi aveva spinto a investire tutti i risparmi  tutti!  in un viaggio
pi rischioso di una mano di poker al tavolo di Susanna (che con il poker, tanto per parlar chiaro, 
riuscita a pagarsi luniversit)?
Sul mio quaderno  un diario, ma non proprio un diario  scrissi la data della partenza in
grande, come un frontespizio.
Diciannove marzo.
Un mese esatto dalla mia festa di laurea.
Marzo? Che tempo fa, da voi, a marzo?
Nelia  nata nellarcipelago delle Filippine, fra il mar di Celebes, il mar di Sulu e, poco pi a
nord, il mar della Cina meridionale. Nelia non capisce lavvicendarsi delle stagioni nello spicchio di
mondo che si chiama Europa.
Quattro, perch quattro, come mai quattro?
Paese complicato.
Soltanto il sole e la pioggia, lalternarsi di secco e di umido, questo ha senso per Nelia, e
nientaltro. I suoi mesi non hanno la stessa fisionomia dei miei. Marzo, le spiego,  il mese del
cambiamento, del passaggio. Ma come si pu spiegare la primavera? Esperienza comune, credevo un
tempo nella mia provinciale ingenuit, condivisa dal mondo intero. Per Nelia invece non  che un
nome, vuoto di colori e di profumo. Provo ugualmente a pescare qua e l, nel serbatoio dei proverbi e
delle filastrocche. E ancora frammenti di poesie, schegge di versi che unesplosione di ricordi infantili
ha lasciato nella carne.
Che dice la pioggerellina di marzo
Semplice  la traduzione. Ma il corpo di Nelia resta muto, muta la sua anima. La pioggia di
marzo non ha mai bagnato la sua pelle, mai  entrata negli archivi della sua memoria. Le parole cadono
inutilmente. La poesia perde il suo facile sapore.
In un attimo lafa tropicale mi piomba addosso, stringe attorno al mio corpo umido la stoffa dei
pantaloni, il lino candido della camicetta.
Nelia finisce di battere sul registratore di cassa lultimo conto della serata e dice con quella sua
voce sottile che saltella fra un verbo e un sostantivo:
Ho capito. Marzo. Primavera.  per questo che sei partita.
Ma certo. Ha ragione. Ha capito prima e meglio di me. Faccio tintinnare allegramente nel mio
bicchiere di bourbon i cubetti di ghiaccio, al solo scopo di imitare il suono in cadenza della sua voce.
Vero, verissimo.  a causa dellinflusso irrazionale di marzo che ora mi ritrovo nellalbergo di una
piccola isola di fronte alla costa australiana, dallaltra parte della terra rispetto al luogo dove sono nata.
 linflusso di marzo che mi ha spinto ad attraversare i cieli di tre continenti per cercare un padre mai
conosciuto.
S s ho capito. Quattro stagioni, quattro vestiti nel tuo paese.
La cantilena le esce dalle labbra un po compassionevole e un po scherzosa, ma lascia
trasparire nitidamente il sottofondo costante di scetticismo.
Non solo nel mio paese, protesto allora, quasi dovessi difendermi da unaccusa. Ti basterebbe
attraversare questi cinquanta chilometri di mare che ci separano dallisola grande. La pi grande del
mondo. Questa  lAustralia: continente per geografia, isola per sentimento. Nelia, credimi, ti
basterebbe attraversare questi cinquanta chilometri, lunghissimi sul traghetto settimanale, assordanti
sullaerotaxi. E, una volta raggiunta la costa, scendere a sud, seguendo il rettifilo dellautostrada. Oltre
le piantagioni di canna da zucchero e cotone, oltre le notti tiepide del Capricorno, oltre i tramonti
precoci e la linea del tropico. L, come per miracolo, a un tratto vedresti comparire le stagioni.
Ma Nelia non  mai andata tanto lontano. Non  mai stata in un luogo che non prevedesse, a
meno di un chilometro di distanza, un orizzonte liquido. A pensarci, mi viene il mal di mare.
Quattro stagioni, quattro vestiti.
Se chiudo gli occhi sento tuttattorno, sopra di me, dentro di me, un tamburellare ossessivo.
Non  la marea che, poco lontano, muove i flutti sulla barriera corallina.  la pioggerella di marzo che
mi ha seguito fin qui e bagna i miei ricordi. Sono cresciuta. Ho conosciuto mio padre. Lavoro in
questisola di sabbie e lagune trasformata in albergo. Un lavoro clandestino. Per colpa mia, che ho
scelto con troppa premura il visto sbagliato. Un lavoro clandestino e occasionale, esattamente come
quello che avrei potuto trovare a Roma in una piovosa giornata di marzo.
Non un lavoro qualsiasi, per.
Quando Larry se ne  andato perch non sopportava pi di vedere mare e mare, onde e onde
ovunque si girasse, non si trovava in tutto il continente un altro barman disposto a cacciarsi in questo
sputo di terra, per quanto super-attrezzato. E oltretutto in piena stagione turistica. Cos ho posato in un
angolo il secchio, mio principale anzi unico strumento di lavoro fino a quel preciso istante. Nella
concava gola di plastica schiumeggiava il detersivo per sgrassare i pavimenti. Ho posato il secchio pian
piano, stando ben attenta a non far tracimare lacqua sporca. Sul bordo, di traverso, ho appoggiato lo
straccio arrotolato stretto, a serpente. E sono passata dietro il bancone.
Pronta! Ordina pure.
In pochi minuti ho messo in fila sul legno, lucido come si conviene, quattro fra i cocktail pi
famosi del mondo. Blasonati, per cos dire. Quattro classici ufficialmente riconosciuti come tali
dallassociazione internazionale dei barman: un Bloody Mary, sanguinario quanto basta a giustificare il
nome, un Planters Punch in omaggio alla tradizione e alla leggenda coloniale, un Banana Daiquiri e un
Bellini perch, in fondo, sono pur sempre italiana.
Purtroppo, per questultimo, mi sono dovuta accontentare del succo di pesca bianca in bottiglia.
Altro non si trova, da queste parti.
Ora assaggia ho detto alla fine, con tranquilla fierezza.
Il fatto  che lavorare al banco mi piace. Non per vantarmi, ma ho quello che ci vuole: mani
svelte, memoria per ricordare le combinazioni  dalle pi collaudate alle pi eccentriche  di liquori,
succhi, sciroppi. Ho occhio per dosare i diversi ingredienti, gusto per le guarnizioni, talento per variare
qualche ricetta, forza di concentrazione. Eleganza nei gesti. Perch ci vuole anche eleganza, che ci
crediate o no.
Preparare un cocktail sembra niente, invece  un gioco di prestigio. Uno spettacolo che
aggiunge gusto a qualsiasi miscela, dalla pi banale alla pi sofisticata. Il cuoco nasconde nelle cucine
la sua abilit. La nostra recita, al contrario,  pubblica, esibita. E allora bisogna saper stare sulla scena.
Anche questo fa parte del mestiere.
Tutta la sera mi sento addosso gli occhi dei clienti che cercano di catturare lesatta angolatura
delle braccia, la torsione del polso, il ritmo misurato dello shaker trattenuto dai soli polpastrelli e scosso
in tre movimenti, non pi di tre, allaltezza del petto. Tutta la sera quegli occhi sornioni che vorrebbero
rubare la mia destrezza, lo scatto delle dita, rese abili da unormai lunga consuetudine.
Per la verit, a un certo punto, mi sono resa conto che molti occhi tendevano a slittare dallo
shaker alle tette che ballavano sciolte sotto la camicetta bianca.
Che posso farci, sono una donna meridionale. Niente affatto grassa, per carit. Ci vado piano
con i dolci e i gelati e le patate e la pasta con tutto, praticamente. Ma insomma, le rotondit (le
abbondanze, dice Lia) non mancano, a dispetto di qualsiasi dieta. E allora ecco che una sera ho sentito
proprio sulla punta dei capezzoli, dritti in maniera irritante, quegli occhi che pesavano e pesavano.
Invano ho irrigidito i muscoli delle spalle. Una, due, tre scosse. Uno, due, tre movimenti.
Schiena salda, collo inflessibile. Ma il mio busto continuava per forza dinerzia in un moto ondoso che
mi portava al largo, lontano da me stessa, che mi faceva precipitare inerme e accaldata nello sguardo
dei clienti. Vacuo dapprima e il momento dopo allerta, come spennellato di baldanza.
Scivolavo gi, gi senza difese sul pendio di un lungo brivido.
Feci un passo indietro, appena oltre il getto pi forte della luce, l dove lombra del bancone
diventa una barriera inviolabile.
 questo il vantaggio del mestiere.
Non devo fare altro. Un passo indietro. E il calore dei loro occhi va a spegnersi dentro il
secchiello del ghiaccio. Ho sempre un riparo. C sempre una distanza fra me e loro. Che si riduce a un
metro scarso di robusto tavolato, a mente fredda, appena un attimo prima del primo bicchiere.
 il motivo per cui da quella sera indosso anchio, come gli uomini, un gil rigido che trattiene
e nasconde.
Pieno controllo dei propri gesti:  in questo modo  e in questo modo soltanto  che lo
spettacolo riesce.
Un barman che sa il fatto suo vola tra il sifone del selz e langostura, fra il ricciolo giallo di una
scorza di limone e la goccia granata del cassis, fra un pestello e un colino, con la stessa disinvoltura con
cui un pianista scorre i tasti del suo strumento. Un barman che sa il fatto suo  capace di preparare venti
cocktail in una volta sola.
Io ancora non sono arrivata a tanto.
Servivo ai tavoli, da principio. Un lavoraccio schifo, che ti mangia le gambe e la testa se non sei
bravo a organizzarti in fretta.
Ho cominciato, a Roma, quando dovevo ancora laurearmi e il bonifico di mio padre sul conto
corrente tardava, ogni mese tardava un poco pi a lungo. Non che sia mai saltato, questo no, neppure
una volta. Non posso davvero lamentarmi, almeno da questo punto di vista. Perch mai, del resto,
dovrei giustificarlo? Non c motivo. Nessuna indulgenza da parte mia, ve lassicuro. Ma nemmeno
invidia per il padre di questa o il padre di quello. Presenti a pranzo e a cena, daccordo. E allora? Ti
fanno sudare ogni lira che tirano fuori, ti danno e ti levano senza una parola di spiegazione, usano il
denaro come un grimaldello, straripano nella tua vita e la infilano nello stesso soffocante sacchetto di
plastica dove hanno rinchiuso la loro.
Mio padre no. Nellelargire  sempre stato discreto. Discreto e tuttavia premuroso e
responsabile, proprio come dovrebbe essere un vero padre. O, perlomeno, come io mi immagino che
debba essere un vero padre.
Per la cifra non  mai stata eccezionale e quando il bonifico tardava, anche di poco, ad
arrivare Certo lui non poteva rendersi conto della facilit con cui in Italia i soldi si sciolgono in
mano. Insomma, quel corso per barman lo reputai un colpo di fortuna.
Te lo pago io, non ti preoccupare mi rassicur Carlo, il gestore dellamerican-bar dove
lavoravo in qualit di cameriera tutti i giorni dalle sei del pomeriggio alluna, le due e magari le tre di
notte. La mattina mi restava libera per studiare, in teoria.
La verit  che lavorare di notte non  un lavorare qualsiasi. Allinizio neanche te ne accorgi,
ma notte dopo notte si trasformano le abitudini, si alterano il tempo e lo spazio. Le lezioni, i libri, i
compagni, vedi tutto in lontananza, tutto corre lontano da te per rifugiarsi sopra un pianeta in fuga
costante dalluniverso reale. E quando rientri a casa nelloscurit  occhi e orecchi ancora tesi a
registrare gli ordini tavolo cinque, tavolo sette, tavolo quattordici  la lontananza diventa
incommensurabile.
Carlo sapeva delle mie difficolt. E della mia diffidenza.
Non  un regalo. Un premio di produzione, mettiamola in questo modo, se ti fa piacere.
Protettivo. Mi guardava per con gli stessi occhi puntuti dei clienti, fissi a trapano sulle mie
tette. Ma pi che gli occhi non osava. Era un bravuomo, in definitiva, e mi offriva unautentica
occasione. Non sono molti i corsi di questo tipo  seri, professionalmente validi, con tanto di manuale e
attestato di frequenza  e io, unica donna, avevo avuto lonore di esservi ammessa.
Fu un buon periodo. Il mondo mi si presentava, in maniera del tutto inaspettata, colmo di
opportunit, ricco di frutti appetitosi, messi in bella mostra appositamente per essere colti da me.
Stavano l a portata delle mie mani avide e della mia bocca affamata.
Finalmente, s, finalmente ero una professionista. O almeno stavo per diventarlo.
Una svolta, rispetto a tutti i lavori, lavoretti, lavorucoli rimediati fino a quel momento. Non
cera paragone con i desolati porta a porta che mero ridotta a fare per un certo periodo di tempo. Latte
detergente, tonico, crema idratante, crema rassodante, da giorno, da notte Borsate di prodotti da
smaltire in fretta e furia.
Per avevo messo a punto una strategia niente male. Accantonati i jeans e le magliette, col mio
vestito migliore e il campionario sottobraccio, sistematicamente, una rampa di scale dopo laltra,
schiacciavo i bottoncini neri o grigi dei campanelli. Quando mi rispondeva una qualche voce esitante,
io annunciavo: sono Anna Paola. Proprio cos, come fossi unamica di cui laltra persona, dietro la
porta, aveva dimenticato lesistenza. Per distrazione, per colpevole amnesia. Funzionava, a volte.
Sui pianerottoli dei condomini, sotto luci sofferte e neon tremolanti, spesso incrociavo le mie
colleghe. La pazza che esordiva con voce suadente:
Non si spaventi, signora. Signora Mi presento: sono una dottoressa.
La porta restava invariabilmente chiusa, anzi, se possibile, ancora pi chiusa. E allora lei
cominciava a imprecare e maledire. Giornata persa, per me.
Salivo. Scendevo. Ragazze che infilavano nelle buche delle lettere fogli su fogli di pubblicit.
Testimoni di Geova che si trascinavano dietro borse gonfie di libri e riviste che mi regalavano,
sospetto, per alleggerire il carico. A differenza di noi, piazzisti solitari, loro giravano sempre in coppia,
sempre un uomo e una donna. Un turbinio di visite, per le casalinghe. Altro che solitudine domestica!
Temevo di essere entrata a far parte di una congrega di disperati truffatori. Unimpressione
antipatica come un prurito sottopelle. Ma i miei prodotti erano buoni! Li usavo anchio: rimanenze che
davano gratis, omaggio alle migliori venditrici.
Dopo tre mesi oscillavo da un sentimento depressivo di impotenza a uno scatto incontrollato di
aggressivit.
Fu il lavoro ai tavoli  un vero e proprio lavoro, che stancava ma con dignit  a guarirmi. O, se
volete, a trasformarmi da truffatore in truffato. Se non altro, non provavo pi quei fastidiosi sensi di
colpa.
E ora, barman. Un passo avanti. Il primo, necessario gradino per la scalata alla maturit. E
magari al successo. Chi mi poteva pi fermare? Non ho difficolt ad ammetterlo: mi ero un poco
montata la testa.
Ma in effetti tutto fil liscio, da quel momento in poi.
Il corso e dopo il corso, senza pi indugi, la laurea.
E, dopo la laurea, questa voglia incontenibile di guardare in faccia luomo che mi chiama cara
figlia.
Cara figlia a Pasqua, a Natale e il giorno del mio compleanno. Cara figlia al telefono, cara figlia
per lettera, cara figlia nei bigliettini che accompagnano ogni tanto qualche regalo. Cara figlia. Una voce
e nientaltro.
Una voce senza corpo.
Ti vuole bene.
Per convincermi di questa verit, Nelia mi viene vicino, mi alza il mento con le sue dita bianche
e mi costringe a guardarla negli occhi.
Ti vuole bene.
Se un uomo dice cara a sua figlia,  perch la porta nel cuore. Come puoi dubitarne.
In fondo alle sue pupille, ma in fondo in fondo, stano un involontario bagliore di ansiet.
Sorrido per farle piacere. Ma che ne sa, lei? Che ne sa della mia storia? E poi E poi  pi
ignorante di me, in queste faccende di padri e di figlie. Lei, che non conosce nemmeno il nome
delluomo che lha generata. Un soldato americano. Un po generico, no? Un soldato alto e
schiamazzone che una sera aveva portato sua madre a cena in un piccolo ristorante cinese e che alla
figlia ha lasciato in eredit un naso dalle narici strette, diverso da quello dei suoi fratelli e delle sue
sorelle. Un naso americano.
Ti vuole bene insiste.
Non c niente da fare: Nelia  cos, sentimentale. Forse  la pura e semplice esistenza di un
padre, un padre qualsiasi, anche assente, anche una larva di padre, a impressionarla.
Sciacquo i bicchieri a stelo e li appendo  testa in gi  alla rastrelliera. Mi volto a controllare le
bottiglie nella scansia, che siano allineate e divise secondo un criterio esatto, professionale, da una
parte tutti i distillati e di seguito i vini liquorosi, gli sciroppi Con la spugna rimuovo dal vetro le
incrostazioni di gocce zuccherine. Sono una perfezionista. Mi piace fare ordine l dove posso. Ordine,
ordine! Un ordine senza sbavature. Un ordine miracoloso che nomina, classifica, distingue.
Victor ha finito le pulizie e ci sorride prima di sparire sotto i portici della veranda. Un saluto
con la mano aperta, ed  andato. Ci raggiunge un ultimo sbuffo di quel suo inconfondibile odore di
alghe salate. Saranno i neri cespugli esuberanti che gli escono dalle orecchie e dal naso, dal collo della
camicia e dai polsini, in un perenne brillio di gocce di sudore. Irsuto come un lupo della steppa, ma
impregnato di un persistente odore salino, di pesce gettato a riva. E in effetti su questa riva tropicale
Victor si  arenato. Senza nostalgie, dice, per il suo luogo dorigine, la Tasmania dai venti freddi, posta
come un frangiflutto tra lAustralia e lAntartide.
Domani sbarca un gruppo di tedeschi sospira Nelia strizzando con lindice, sul bancone, una
minuscola vescica dacqua sfuggita al mio strofinaccio. Si raddrizza e ondeggia stancamente,
svogliatamente, fino al suo tavolo, allestremit opposta del locale. La mortifica il fatto di non potermi
convincere.
La luce di una lampada si concentra sui suoi capelli neri rendendoli ancora pi lisci, pi netta la
scriminatura.
I tedeschi. Sappiamo per esperienza che, fra i turisti, sono i pi resistenti: li puoi stroncare con
unintera giornata di pesca subacquea, ma sono sempre gli ultimi, la notte, a posare il bicchiere vuoto e
uscire dal bar. A malincuore. Strascicando i piedi nei sandali di cuoio o nelle ciabatte di gomma che
sarebbero proibite nel nostro bar con pretese di eleganza.
A me per non dispiace aspettare.
Il momento pi bello  questo, quando ormai anche lultimo cliente se n andato e nel bar
restiamo solo noi due, Nelia e io. Nelia a chiudere i conti, io a controllare i rifornimenti e a sistemare
bottiglierie e frigorifero, coppe e vassoi, spruzzatori, mestoli e grattuge.
No, non mi dispiace aspettare. Alla fine, dopo tutto, eccomi qua. Al posto di Larry, anche se in
maniera provvisoria. Con i suoi rum e i suoi whisky. Senza il suo stipendio, naturalmente. O, per essere
pi precisi, senza i suoi guadagni, visto che lui, qua dentro,  il padrone.
Il passato  un paese straniero, ha scritto qualcuno, dove si parla una lingua sconosciuta. In
questisola-albergo di sabbie e lagune io studio e ristudio la lingua del mio passato. Prima o poi capir,
ne sono certa, e la traduzione verr facile. Anche se a volte ho limpressione che la trama delle parole,
da sola, non mi basti. Ho bisogno di un telaio vivo. Di qualcosa che tintinni come i cubetti di ghiaccio
nello shaker, che profumi come unarancia tagliata a fettine, che punga la lingua come uno spruzzo di
selz.
Ma a questo punto mi conviene fermarmi e riprendere la storia dallinizio, se non voglio che si
attorcigli tutta attorno alla lingua e alle dita. E allora come potrei pi venirne fuori?
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Non mi piaceva il posto che mi avevano rifilato sul Boeing 747 della Qantas in volo verso
Sydney, via Bangkok. A incastro tra il finestrino e limpenetrabile, ruvida pelle marrone di un cappello
ostinatamente calato sul viso delluomo che occupava il sedile alla mia destra. Non si trattava di un
cappello qualsiasi, come fu subito evidente dalla pervicacia con cui restava incollato di sghimbescio,
nonostante la posizione e i vuoti daria, alla fronte del mio vicino. A tesa larga, ingombrante, con un
bordo ondulato che occultava completamente naso, bocca, mento e scendeva a riposare, in un
lievissimo dondolio, sulla comoda mensola del petto: un vero cappello da cowboy, da rude condottiero
di mandrie dellentroterra australiano. Quel cappello minacciava di condannarmi a un silenzio lungo
pi di venti ore: il tempo del volo Roma-Sydney, senza contare gli scali.
E io avevo scoperto di temere il silenzio. Era entrato di soppiatto, si era insinuato dentro di me
nel momento stesso in cui avevo deciso di partire, e dal suo nascondiglio andava rubando a morsi la
mia vita. Un silenzio che era gi distanza, gi passato, capace di oscurare perfino il timbro delle voci
quotidiane.
Come potevo non aver paura? Quei morsi ladri, alle mie spalle. E, davanti, nientaltro che
domande.
I crampi mi attanagliavano i piedi, freddi nonostante avessi prudentemente indossato i calzini
blu in dotazione ai passeggeri. La schiena, rigida, non riusciva a rilassarsi contro la spalliera mentre
invano continuavo a occhieggiare il cappello del mio vicino con lastratta speranza di vederlo cadere:
prima o poi, s, prima o poi doveva cadere. Invece no. Non avevo scampo, non mi restava che la
rassegnazione.
Allora, rannicchiata nel silenzio del mio sedile, mi preparai allinevitabile.
Chiusi gli occhi, strinsi i pugni.
Laereo si inclin, punt il muso verso il basso e difilato and a schiantarsi nelloceano. Si
schiant non una ma due, tre, venti volte Ogni volta vedevo sempre pi distintamente il branco degli
squali dai denti a sega che si avvicinava per sfamarsi con la mia giovane carne.
E non mi salvava da questa fantasia nemmeno il sapere che laggi, a miglia e miglia di distanza,
sotto di me non cera acqua ma terra, una stepposa terra asiatica.
Intanto i crampi mi erano saliti al polpaccio. Gli auricolari mi davano fastidio e il jazz, che
avevo accuratamente selezionato scorrendo non so quanti canali, smuoveva nella mia testa una lontana,
particolare nausea.
La riconobbi allistante.
Quelle canne non erano buone. Me ne ero accorta al primo tiro, ma avevo detto soltanto:
Non caricarle troppo.
Manlio, Lia e Giovanna. Se ne stavano seduti tutti e tre sul mio letto, a gambe incrociate,
mentre io finivo di preparare lo zaino. Bagaglio unico, da portare sempre appresso, anche in cabina:
niente valigie, per carit, che fanno tanto signora in vacanza.
La fiamma dellaccendino sprizzava lingue azzurre e Giovanna continuava a staccare morbide
briciole dal ciottolo di hascisc che mi aveva regalato per festeggiare la partenza. Manlio si era buttato
indietro sul cuscino e seguiva i miei andirivieni con occhi mesti, dimenticandosi di allungare la mano
per prendere la canna quando arrivava il suo turno.
Per un attimo lodore dellhascisc era diventato forte, fortissimo. Pi forte dellodore di
disinfettante che usciva dal bagno e perfino delle olive ascolane che friggevano in cucina.
No, quelle canne non erano buone. Ma forse la nausea non nasceva dalle brune molliche di
hascisc della sera prima.
Tabacco, ecco cosera. Una tenace puzza di tabacco si era attaccata alle ciocche dei miei capelli,
a ogni minimo movimento della testa mi arrivava in bocca e con un urto di nausea si spingeva tra i miei
pensieri.
Tutto laereo  compreso il reparto non fumatori, dove avevo insistito che mi assegnassero il
posto  sapeva di fumo vecchio. Un tanfo di mandorla amara impigliato nei tessuti e nelle fibre
sintetiche, annidato tra la peluria della coperta di lana, dentro i risvolti dei copri-sedili.
Un odore con cui ero in guerra.
Avevamo appeso il cartello bene in vista, nel corridoio, proprio di fronte alla porta dingresso:
vietato fumare (tabacco,  chiaro, lhascisc  tutto un altro discorso).
Niente puzza di sigarette nellappartamento dove vivevo con la mia famiglia elettiva.
E tuttavia, a essere sinceri, nonostante il radicale ostracismo al tabacco, non sempre erano
gradevoli gli odori che ci venivano incontro nel salire le scale. Un test sicuro. Che rivelava, senza
possibilit di equivoco, chi tra noi, in quel periodo, era incaricato delle pulizie.
Quando toccava a Lia, per una settimana nel bagno, nella cucina, nelle stanze ondeggiavano
effluvi acidi di candeggina rovesciata a secchi. Giovanna spargeva aromi pi blandi: la casa odorava di
cera e limone. Talvolta anche dincenso. Con Manlio non si capiva bene, forse perch eravamo un po
prevenute, ma ci sembrava sempre, il suo, un modo di pulire troppo neutro, asettico, inodore. La pulizia
efficiente, senza passione, dei maschi.
La casa era di Lia. Cio. Affittata da Lia che, a sua volta, subaffittava a noi. Con procedure non
poco complicate.
Tutto risale a cinque anni fa (quasi sei), quando, appena arrivata a Roma dopo la morte di mia
madre, avevo risposto a un bigliettino affisso nella bacheca della facolt di Lettere:
CERCO RAGAZZE PER DIVIDERE APPARTAMENTO  NON FUMATRICI.
Perfetto. Nessuna difficolt da parte mia: avevo da tempo messo al bando le sigarette. Faceva
parte del mio addestramento alla vita, da quando avevo deciso di amministrarmi da sola e di uscire dal
chiuso mondo a due di zia Sarina e zia Erminia. Fuori dalla claustrofobia dellisola, fuori dalla Sicilia.
Mia madre non cera pi e mio padre non cera mai stato. Per non giocare ancora di rimessa non mi
restava che scegliermi una nuova casa, se non proprio una nuova famiglia.
Avevo le mie idee e una gran fretta.
Con questa fretta ero sbarcata a Roma e mi ero presentata allindirizzo trovato in bacheca.
Piazzata dietro il tavolo di cucina come dietro un banco di tribunale, gli immancabili sandali
Birkenstock dausterit francescana ai piedi, Lia conduceva stringenti interrogatori (tra il poliziesco e il
burocratico) a cui seguiva la compilazione di una vera e propria graduatoria: anche lei aveva le sue idee
e le sue strategie a proposito di convivenze e dinamiche di gruppo.
Il fumo costituiva il primo criterio di esclusione o inclusione e, per quanto mi riguarda, fu
determinante. Poi, io e lei insieme  superata la selezione, si acquisiva il diritto di scelta  avevamo
elaborato criteri pi sofisticati. Da eliminare senza rimpianti chi, a prima vista o dopo il colloquio
preliminare, corrispondeva alle seguenti classificazioni: Manomolle (infida), Gestapo (tendente alla
sopraffazione), Signorinella (tendente a una noiosa seduttivit).
Manlio avrebbe dovuto essere escluso a priori, in quanto maschio. Nessun pregiudizio. Non
prendevamo in considerazione le candidature maschili per unelementare forma di cautela. Banale
prudenza. Tutto qui. Ma il furbo si era presentato con la madre, a garanzia. Per infondere fiducia e
ammorbidire quel tribunale di femmine.
 bravo, sa cucinare laveva raccomandato lei.
In effetti, la cosa ci aveva impressionato abbastanza, dato che nessuna di noi aveva molta
familiarit con i fornelli. E Lia aveva capitolato, anche se la signora, nellandarsene, aveva voluto
strafare, minacciando:
Ti telefoner ogni sera. A mezzanotte. Per sapere se sei rientrato.
Eh no, cara signora eravamo insorte.
Manlio si stringeva nelle spalle, per niente imbarazzato, con quella sua mollezza pi invincibile
delle nostre furie.
A mezzanotte non pu, ch ci sveglia tutti.
In quel tutti io non ero compresa, per la verit. Da un anno ormai, se ben ricordo, lavoravo
per Carlo e a casa tornavo ogni notte pi tardi. Unora oggi, due ore domani
Dormire, per me, era diventato un problema.
Ci fu un periodo in cui ogni mattina non mancava di passare sotto le nostre finestre un corteo.
La stazione centrale, punto di raccolta dei manifestanti, stava esattamente di fronte a noi.
Alle dieci io ero ancora l, scalza ma con la camicetta o il golf del giorno prima tirato sulle
cosce nude, ero l, ben sveglia, che mi affacciavo a veder sfilare i pensionati, gli studenti, le
femministe, i vigili urbani, i lavoratori dello spettacolo, i metalmeccanici, gli edili: bandiere rosse e
Gianna Nannini a tutto volume.
Dalla finestra accanto Manlio, in pigiama, mi sorrideva grattandosi il naso o il ciuffo che pi
tardi, in bagno, avrebbe ingommato dietro le orecchie.
Il corteo passava e la mattina era finita.
Passo pigro, labbra morbide. Era pacifico, Manlio. Il pi pacifico e arrendevole di tutti i ragazzi
che avessi mai conosciuto. Tanto pacifico e arrendevole che praticamente senza neanche accorgermene
mi ci ritrovai fidanzata.
Fidanzata si fa per dire. Insomma, avevamo preso tutte le abitudini di una coppia regolare. E
ogni marted (chiusura settimanale dellamerican-bar: la mia domenica) un panino, un po di frutta (non
si era rivelato un gran cuoco, dopotutto) e il giornale da leggere sul divano della cucina, luno accanto
allaltro.
Due vecchi coniugi, questo era landazzo. Si pu, a ventanni? Si pu rinunciare
allimprovvisazione? Quando mi fermavo a pensarci, la cosa mi sembrava decisamente immorale.
Allora gli scostavo le mani e me ne scappavo per strada, da qualche parte.
Non stava su quel divano il mio punto dequilibrio, il mio luogo darrivo.
Io da Roma, dalla finestra sulle manifestazioni, dal bancone del bar di Carlo, da tutto ci non
ero che in transito.
E anche Manlio Un fidanzato provvisorio: fin dallinizio lo sapevo. Manlio non sarebbe stato,
nella mia vita, nientaltro che questo, un fidanzato provvisorio. Vivevo la nostra storia come se gi
facesse parte del passato, un necessario bagaglio di esperienza e niente pi.
Tranne quando entrava nel mio letto e con una mossa del fianco mi imprigionava.
Ma anche allora ero consapevole che, nel gioco dellamore, bisogna perdere per poter giocare di
nuovo.
Dal finestrino controllai le nuvole: talmente dense da rendere impensabile ogni ipotesi di
caduta. Nel caso, ci saremmo sicuramente adagiati l sopra, slittando con dolcezza. Lontani, molto
lontani dai denti a triangolo degli squali.
Un amore provvisorio, daccordo. Per Per non si era offerto neanche per scherzo come
compagno di viaggio.
Io sbattevo nello zaino una maglietta e un paio di mutande, e lui zitto. Tiravo gi il dentifricio
dalla mensola del bagno, e lui muto. Contavo i soldi, e lui niente. Se ne stava tutto mogio con locchio
sfuggente, le braccia conserte, le gambe incrociate, e con questo simmaginava evidentemente di
toccare il massimo dellespressivit. E allora anchio mi contentavo di mormorare tra i denti: pesce
lesso, pesce lesso, e tiravo la cinghia dello zaino che non si voleva chiudere mentre lodore della
candeggina si infilava dappertutto e mi bucava il palato mescolandosi al fumo dellhascisc.
Candeggina, disinfettanti Era il turno di Lia, non c dubbio. Erano i suoi odori che
accompagnavano i gesti della mia partenza e le davano quel gusto acido. Erano i suoi odori a ingorgarsi
nella mia testa.
Ma dentro quel gorgo torn dun tratto a girare la voce di mia madre
Sempre pioggia freddo e vento
nel paese dello sgomento
La voce girava e girava, mentre il fruscio suadente della mano che rimboccava le lenzuola si
inaspriva nel risalire la tela ruvida di bucato. Su, su, fino alle mie orecchie assordate da un sibilo di
bufera che sgusciava improvviso dal risvolto delle coperte.
Sempre pioggia freddo e vento
La voce si andava oscurando, le parole cadevano in gocce fitte, a poco a poco disperse da un
alito umido che mi chiudeva gli occhi e lasciava sul guanciale tracce di brina. Il mio letto e i miei sogni
gelavano nella pi calda siesta di un pomeriggio siciliano.
 colpa di quella cantilena.
Sicuro.
Sono entrata nella vita con il soffio freddo di quel vento che sfogliava immagini di un mondo
sconosciuto, mentre fuori lo scirocco rimestava sulle terrazze un deserto di polvere e sabbia.
Terrazze roventi e sogni gelidi.
 colpa di quella cantilena se da subito ho avvertito lincertezza della mia posizione e del mio
desiderio, diviso ugualmente tra il freddo e il caldo, il sole e lombra, il padre e la madre.
Ma da che lato cadesse lombra e da che lato il sole non mi era per niente chiaro.
Mia madre abitava con me, questo  un fatto. Eppure anche lei, come mio padre, viveva da
unaltra parte: nel suo irraggiungibile paese dello sgomento, ecco dove viveva. Pi forestiera di una
forestiera: continentale.
Lavevo sempre davanti agli occhi, il Continente: una fila di luci che la sera si accendeva
allorizzonte, sulla sponda opposta dello Stretto, oltre il porto e la fascia sottile del mare. Dietro quelle
luci il cordone scuro delle montagne andava e andava, allacciando in ununica gugliata citt e
sobborghi, laghi e pianure. Solo lisola cadeva fuori, punto perduto nella maglia del Continente.
LAustralia non la potevo vedere. Ma sapevo che era un luogo concreto: di citt, piantagioni,
permessi di lavoro, permessi di soggiorno, visti e scadenze. Concreto. E tuttavia fantastico e irreale.
Esattamente come mio padre. LAustralia lo aveva inghiottito senza pi restituirlo, e io ora volavo
verso di lei immersa in un vecchio sentimento di ostilit e di attesa.
Il cowboy seduto alla mia destra cominci ad agitarsi. Accavall le gambe, le scavall, mentre
il dondolio del cappello si andava accentuando in una crisi di stabilit. Una mano si alz a frenare lo
smottamento. E quando ormai ero pronta a scommettere che non se ne sarebbe staccato per tutte le
venti e passa ore di volo, luomo sollev il cappello di qualche centimetro, si ferm a pensarci sopra, e
infine lo tolse appoggiandolo di traverso sulle ginocchia, mentre la mano tornava su a lisciare il cranio
rimasto a nudo. Un filo daria, uscendo dal bocchettone in alto, contornava la sua fronte di ciuffi
alitanti. Uno spettacolo che non si accordava per niente allidea che mi ero fatta di un cowboy.
Passando, una hostess si chin su di lui. Bionda, seno materno, prepotente. Le unghie rosse
agganciarono lingombrante mole del cappello. Luomo ne segu a filo, da sotto le ciglia, la traiettoria.
Fin dentro il vano del portabagagli.
Nel frattempo dal corridoio laterale avanzava il carrello con il pranzo.
Il bicchiere era di vetro, con un breve stelo: niente plastica per il vino, bench fossimo in classe
economica, il che significava poltrone strette, file serrate, cibi dai colori acrilici.
Ma il bicchiere, quello era di vetro.
Apprezzai questo tocco di raffinatezza e anche il cowboy alla mia destra sembr apprezzarlo.
Vers qualche goccia, una quantit da assaggio, nel suo elegante calice con stelo, lannus facendo
rotare il liquido lento lento e con prudenza lo port alle labbra.
Niente male comment in un italiano dallaccento vagamente familiare.
Erano le sue prime parole in non so pi quante ore di stretto vicinato. Non potevo lasciarmele
scappare.
Siciliano? azzardai, tanto per fargli capire che il suo sforzo era stato notato e raccolto con un
certo sollievo e un pizzico, perfino, di gratitudine.
Un cenno affermativo del capo. Non si sbilanciava. Per mi andava scrutando con laria
sorniona degli uomini che cercano di sistemarti nella casella giusta.
Anchio dissi allora per facilitargli il compito.
E non capisco, veramente non capisco per quale motivo mi sentii in dovere di spiegare a uno
sconosciuto, a quelluomo dallespressione chiusa dentro pieghe scorbutiche:
Vado a trovare mio padre. A Cairns.
Neanche mi fossi dovuta giustificare di una qualche segreta, colpevole mancanza.
Ebbene, non ci crederete, ma furono parole magiche.
Le pieghe si distesero e luomo si anim tutto, come se soltanto allora si capacitasse della mia
presenza sul suo stesso aereo. Con una certa stupefazione mi ritrovai ad assistere a una vera e propria
metamorfosi. Divenne premuroso, sorridente, ciarliero.
Feci un rapido esame di coscienza: che cosa avevo detto per meritare un cambiamento tanto
repentino e assoluto? Vado da mio padre E tanto era bastato per disinnescare non so quale pericolo
latente e perch il mio vicino finalmente trovasse il comportamento che pi gli conveniva.
Pochi secondi e la situazione si era capovolta. Ero io, adesso, a tacere e lui a raccontare fitto
fitto.
Raccontava di essere tornato in Sicilia, dopo molti anni, per compiacere un amico che laveva
invitato al suo matrimonio. Una cosa di classe, in grande stile.
Quelli sono matrimoni si entusiasmava.
Cento persone, venute da Chicago, Boston, Buenos Aires, Melbourne, Sydney, il mondo intero,
per assistere alla cerimonia. Tutti a carico del padre della sposa.
Biglietto e soggiorno in albergo di prima categoria. E non siamo neanche parenti.
Ammise che aveva approfittato un poco della generosit del suo ospite per qualche affaruccio di
lavoro. Venni cos a sapere che possedeva una fattoria, nello stato del Victoria, e faceva il viticultore.
Vitigni ottimi, assicur. Uno Chardonnay superbo che attecchiva magnificamente in terra australiana.
Per mantenere la rispettabilit da poco acquistata ai suoi occhi, non gli parlai di tutte le notti
passate dietro il bancone di un bar. Anzi, non parlavo proprio, ma per incoraggiarlo mi limitavo a
lasciar cadere ogni tanto qualche esclamazione, col tono ben calibrato che solitamente uso per i miei
clienti. Vini di riserva! interessante! ci vuole tempo,  logico, per convertire dei bevitori di birra
come gli australiani. E lui da quanto tempo, da quanto era emigrato?
Il suo mento si alz con uno scatto bellicoso. Non era un emigrante, lui. Lavorava allestero,
ecco tutto. Un imprenditore che combinava i suoi affari, che produceva allestero. Ecco tutto.
Guardi qua.
Dalla tasca interna della giacca aveva tirato fuori il passaporto e me lo mostrava aprendo a caso
le pagine, sventolandolo con mani agitate come se esibisse una prova. Qualcosa che lo metteva al
riparo da unaccusa ingiusta e incomprensibile.
Cosa c scritto, eh? Cittadinanza italiana. Bello grande.
E non era un capriccio di Peppino, disse puntandosi un dito al petto. O una moda del momento.
Quanti italiani durante la guerra  io non potevo saperlo, ero troppo giovane  ma quanti italiani
avevano rifiutato la cittadinanza australiana!
Fin di versarsi lultimo goccio di vino nel bicchiere e schiocc le labbra, assaporandolo in
anticipo. La fronte di colpo corrugata e assorta.
Magari, aggiunse, non simmaginavano di dover pagare, per questo rifiuto, il prezzo che poi
avevano pagato: la rovina economica e, s, i campi di concentramento, proprio quelli. Suo zio, tanto
per dire, allepoca lavorava in una fabbrica di fiammiferi, a Sydney. Da un giorno allaltro si era
ritrovato senza lavoro, chiuso in una baracca di lamiera dietro un filo spinato come un delinquente o un
politicante pericoloso.
Mah! Scosse la testa, con i ciuffi di capelli che gli svaporavano sul cocuzzolo. Erano tempi in
cui bastava dirsi italiani e automaticamente si entrava nella categoria dei nemici. Lossessione della
quinta colonna. Il nemico in casa. Lequazione era immediata: italiano uguale fascista.
Fascista! Nossignora. Tant vero che nessuno tornava in Italia a combattere per il Duce. Anche
se nei campi di concentramento i fascisti li trovavi, eccome. Insieme agli antifascisti e ai coloni che di
politica proprio non ne sapevano. Perch pi eri innocente, pi eri sospetto.
Intanto girava e rigirava tra le mani la bottiglietta vuota di vino.
I tempi sono cambiati. Ma proprio per questo rinunciare a sentirsi italiani?
Lanima non  come i vitigni. Anche quando i piedi decidono di abbarbicarsi altrove, un tralcio
resta invariabilmente attaccato alla vecchia terra. Non si pu chiamare emigrante, insisteva, non si pu
chiamare emigrante chi lavora allestero ma tiene ben salda la cittadinanza antica. La cittadinanza
dellanima, disse.
 finita quella storia l. Noi a supplicare: prendeteci, prendeteci, e loro a scegliere, a sfogliare
la margherita, ti vogliamo, non ti vogliamo, ci piaci, non ci piaci. Non funziona pi quella storia l.
No?
No. Per noi non funziona pi. Vogliono continuare il loro giochetto? E allora mi dispiace ma
dovranno accontentarsi dei coreani o, al massimo, dei filippini.
Pos la bottiglia e si rimise a sorseggiare il suo vino, ma questa volta in maniera distratta, priva
di sentimento. Di nuovo, si volt verso di me.
E suo padre?
Mio padre?
Suo padre. Ha il passaporto italiano, non  vero?
Credo. S S, certo.
Vede? concluse trionfante.
Per la verit, non lo sapevo con certezza, lo supponevo soltanto. E inoltre largomento mi
imbarazzava. Mai mi era capitato di usare mio padre come tema di conversazione, per di pi con uno
sconosciuto. E mentre laltro se ne sentiva rassicurato, io mi agitavo come se temessi di essere scoperta
a mentire.
Eppure non mentivo. Mio padre esisteva davvero. Era un padre autentico, anche se lontano.
Non mi aveva mai dimenticato. Si faceva carico di me, delle mie necessit. Pagava per il mio
mantenimento. Si informava, chiedeva della mia salute e dei miei studi. Non scordava mai gli auguri di
Natale, di Pasqua e di compleanno. Ero sua figlia per legge e per natura. Forse anche per amore.
Nemmeno questo, in verit, sapevo. Ma lavrei saputo ben presto.
Le nuvole si aprirono sopra una terra di fuoco rappreso. Nientaltro, laggi. Una superficie
deserta. Una luce arroventata. Non cera bisogno che il pilota ci spiegasse dallaltoparlante che quella
era lAustralia.
La conoscevo gi. Lavevo vista nelle illustrazioni dei libri che mi ero procurata appena
raggiunta let della lettura. Non avrei potuto fare a meno di loro: i libri mi indicavano la direzione e mi
insegnavano la strada.
Per questo adesso la riconoscevo. Luce e deserto. LAustralia del sogno primordiale. Quando
ancora sotto la nuda distesa di terra rossa dormivano il sole, la luna, le stelle, gli esseri viventi immersi
nel Tempo del Sogno. Nel Sogno si erano svegliati e avevano preso a uscire e, man mano che uscivano,
davano vita al paesaggio, alle montagne, agli alberi, alle acque. Dal Sogno prendeva alimento il loro
soffio vitale. Cos raccontavano gli aborigeni, nei miei libri. E raccontavano anche che questa  la
differenza tra il padre e la madre. Di carne e di sangue  leredit della madre.  nel Sogno invece che
il padre d vita al proprio figlio.
Larrivo annull di colpo ogni lentezza. Il gocciare smemorato dei minuti si arrest nella mia
testa, mentre il Boeing 747 continuava invece a rollare sulla pista dellaeroporto internazionale di
Sydney per compiere le ultime manovre di assestamento.
Il cowboy seguit a recitare la parte del gentiluomo siciliano, aiutandomi a estrarre lo zaino che
resisteva, incastrato nel portabagagli. Dopodich mi volt le spalle e con quella sola mossa mi
dimentic. E io, con lo zaino ancora poggiato sul sedile e il naso a respirare il vago sentore di cuoio del
suo cappello, mi sentii dimenticata. Eravamo di nuovo estranei, non pi compagni di viaggio. Tutti
eravamo di nuovo estranei. Ognuno con la sola compagnia della propria personale, privata avventura.
E mentre uno dopo laltro sparivamo nel boccaporto, quasi a sottolineare quellestraneit di tutti
nei confronti di tutti, le hostess alle nostre spalle cominciarono a spruzzare lo spray antiparassitario.
Mi avevano avvertito:  il benvenuto dellAustralia. Il rito che esorcizza lossessione
dellimpurit e della contaminazione. Un getto preciso, un taglio di spada che separa il tempo e
sterilizza il passato.
3
Avanzavo pian piano verso la riga rossa che segnava a terra il varco di frontiera. Bene, pensavo.
Fin qui ci siamo. Ho toccato suolo. Piccoli pensieri sbadati, privi di una volont di coerenza.
Ero arrivata a un buon punto nella fila che si muoveva disciplinatamente, seguendo un percorso
provvisorio segnato da nastri a scorrimano su sostegni mobili. Un bambino di pochi mesi smaniava e
gorgogliava, il naso schiacciato contro la giacca di un uomo che procedeva di pari passo con me. Una
giovane donna glielo tolse di braccio e le guance del piccolo da un convulso porpora finalmente si
distesero in un rosa naturale. Succhi laria, a bocca aperta, e io insieme a lui.
In mano tenevo il modulo di sbarco ancora da compilare, e intanto cercavo di richiamare alla
mente il numero del passaporto. Un esercizio senza importanza. Il mio personale rito di disinfestazione.
Serviva giusto a coprire e confondere i segnali di ansia che mi stavano arrivando dallinterno del corpo.
Nel frattempo la fila si era allungata. Una comitiva di giapponesi si era aggiunta e sovrapposta al
gruppo sbarcato dal mio stesso aereo.
Il mio numero di passaporto Bastava rammentare la sequenza giusta. Ma niente Si era
persa nella memoria. Cos andavo frugando con la mano sinistra nella borsa per tirare fuori il
portadocumenti. Tastavo alla cieca, e non lo trovavo.
I controlli procedevano con la celerit dellefficienza. In dieci minuti tutti i miei compagni di
viaggio avevano oltrepassato i gabbiotti di vetro della polizia ed erano spariti, per convergere di nuovo,
presumibilmente, poco pi in l, davanti alla pedana scorrevole ad attendere i bagagli.
Mi accorsi di essere rimasta molto indietro, isolata in mezzo ai giapponesi che mi aggiravano
spostandosi alla mia destra e alla mia sinistra, dividendosi in due correnti e riconfluendo, subito dopo,
in un unico alveo.
Mi tirai da parte e ripresi a cercare. Tolsi anche lo zaino dalle spalle e aprii tutti gli zip, sganciai
i bottoni di tutte le tasche. Ma il borsello verde scuro di microfibra leggerissima, che usavo come
portadocumenti, era scomparso. Il panico dilag. Una raffica secca. Violenta.
Sospesi la ricerca e cercai di recuperare il respiro che mi si era ammassato in gola. Passaporto,
biglietto aereo, patente, carta di credito (nuova di zecca: la mia pi recente conquista), travellers
cheques Impossibile. Era impossibile: non potevo aver perso tutto.
E dove, poi?
I giapponesi mi sorpassavano evitando con ogni cura di sfiorarmi o anche solo di sbirciare nella
mia direzione. La sconvenienza del mio evidente affanno li imbarazzava.
Controllai ancora una volta. Dita umide di sudore. Controllai, ma inutilmente.
Ripresi a muovermi. I miei piedi si avvicinavano con lenta ma inesorabile progressione alla
striscia rossa: ultima soglia, porta dingresso al mondo esterno. La fila si stava diradando. Fra poco
sarei rimasta sola davanti alla gabbia di vetro.
Non era pi il panico a togliermi il fiato adesso ma il ridicolo della situazione. Eccomi qua col
mio zaino da viaggiatrice superesperta E intanto mi pungevano la pelle tanti piccoli fastidiosi timori,
pensieri allarmati che mi picchiettavano dentro con la cadenza rada e insistita, irritante, delle prime
gocce di pioggia.
Mio padre era residente in Australia, ma io non avevo sbarrato la casella sul modulo, non avevo
segnalato allambasciata, nel compilare la richiesta per ottenere il visto, questo particolare.
Unomissione che non avevo ben calcolato nelle sue conseguenze. Si trattava di una normale
informazione che mi veniva richiesta e che io, chiss perch, avevo taciuto. Occultato. Di proposito. E
ora avrei dovuto confessarlo. Sarei stata obbligata a confessare che avevo un padre in Australia.
Sul momento la cosa mi sembr terribile. Una costrizione fredda: burocratica. Un richiamo a un
preciso dato di realt che non avrei pi potuto travestire nelle fughe intime della fantasia. La faccenda
si complicava. Andava acquistando uno spessore assai meno romantico di quanto solitamente mi
piacesse immaginare.
Le scarpe da ginnastica a righe fluorescenti dellultimo giapponese si spensero dietro lo spigolo
del gabbiotto. Tre ingressi. Tutti e tre liberi. Tre uomini che mi fissavano. Scelsi quello di mezzo
perch a una rapida occhiata mi parve il pi giovane e, di conseguenza, il pi affidabile. Ma le labbra
troppo tardi notai le sue labbra: sottili, dure, si aprivano su denti aguzzi e ben distanziati. Denti di
pescecane. Ecco chi mi avrebbe divorato, anche in mancanza di disastri aerei e cadute a picco
nelloceano.
Avanzai mostrando le mani vuote.
Americano?
S, signore.
Il vostro libretto di navigazione?
Perduto, signore.
Passaporto?
No, signore.
Documenti di cittadinanza?
Mai avuti, signore.
Belle battute. Quante volte le avevo lette, appassionandomi alla disgraziata sorte del marinaio
della Tuscaloosa che, per dormire con una ragazza, si era ritrovato in un paese straniero senza nave e
senza documenti. Ma io non ero un marinaio americano lasciato a terra da una nave da carico, in un
romanzo di mare, di porti e di confini. Era improbabile che mi risvegliassi prigioniera, ingaggiata a
forza, nel ventre di una nave morta, destinata a finire ai pesci per far incassare allarmatore una ricca
polizza dassicurazione. Altamente improbabile.
Perch allora vedevo lampeggiare una minaccia nelle luci artificiali dellaeroporto che
sfumavano fino a perdersi laggi, dietro lo sbarramento di confine? Una minaccia o forse un inganno.
Tutto ai miei occhi si presentava lucido e nuovo: i vetri bruniti, i tramezzi di metallo, le pareti che mi
impedivano di affrontare il sole dellAustralia e che mi rammentavano, con sgradevole insistenza, le
fiancate pitturate di fresco della nave dei morti viventi. E tutti avevano sul volto una svagatezza
attonita, simile a quella dei marinai che giocavano a carte in attesa di affondare. Liberi,  vero. Liberi
nelle loro false identit, accuratamente registrate per evitare ogni contenzioso con la compagnia di
assicurazione. Liberi e innocenti: finch restavano a bordo, assolti dalla necessit di doversi
continuamente definire.
Esattamente come i passeggeri tra una sala dimbarco e laltra, nello spazio franco tra il punto
di partenza e quello di arrivo, nella zona neutra dove nessuno ti chiede il nome e nemmeno lo scopo del
viaggio.
Fino alluscita.
Per uscire, come per entrare, devi di nuovo dare dimostrazione, carta alla mano, di possedere un
luogo e una data di nascita. Devi ritrovare il nome e lo scopo.
E se ti capita, tra il punto di partenza e quello di arrivo, di smarrire il segno sicuro, certificabile,
della tua esistenza? Che succede in questo caso? Che succede a una come me, voglio dire, che non
nasconde intenzioni strane: niente loschi traffici, niente clandestinit, niente terre promesse da
raggiungere a ogni costo.
Io, continuavo a essere innocente.
Eppure dissi con lo stesso tono servile del marinaio della Tuscaloosa quando scopr di essere
stato lasciato a terra senza libretto di navigazione:
Perduto, signore. Il passaporto. Perduto. Signore.
Perduto.
Il funzionario dellimmigrazione che mi aveva preso in consegna non batt ciglio. Naturale.
Perch avrebbe dovuto scomporsi per un problema tanto elementare? Nel mio caso tutto era lampante,
di una limpidezza immacolata. Non avevo commesso alcun crimine: avevo soltanto perso i miei
documenti. Bastava telefonare allambasciata, suggerii. Non esisteva ambasciata a Sydney, solo a
Canberra. Al consolato, allora. Troppo presto. Lorario di ufficio
Orario di ufficio? Le parole della routine quotidiana caddero di taglio e in un solo colpo
decapitarono la mia protesta. Ammutolii. Ma di rabbia. Stavo perdendo la calma, insieme
allirrazionale senso di colpa (o di inadeguatezza) che aveva rallentato i miei passi davanti alla polizia
di frontiera.
Possibile che non fossero previsti casi come il mio? A nessuno mai prima di me era successo di
smarrire i documenti? Il rimedio doveva esserci. Non poteva non esserci. Perch indietro no, io non
tornavo.
Del resto, una soluzione logica cera e io lavevo gi suggerita: allambasciata o al consolato
potevano rilasciarmi un certificato sostitutivo del passaporto, si poteva fare (a meno che non fosse un
disturbo eccessivo), non  vero?
Luomo  un colorito pallido che stonava tra le facce abbronzate dei suoi colleghi  mosse le
mani sulla tastiera del computer e non disse n s n no. Conoscevo qualcuno? Specific: a Sydney.
Non ebbi bisogno di mentire: no, a Sydney non conoscevo nessuno. Mio padre stava a duemila
e cinquecento chilometri, pi o meno, di distanza. Ma questo luomo non lo chiese, nessuna voce si
lev a chiederlo, e io non lo dissi. Per quello stesso impedimento  quasi un pudore  che mi aveva
costretto a ometterlo nella richiesta di visto. Lo consideravo un fatto privato, privatissimo. Una
circostanza da rivelare esclusivamente in casi estremi: riservata. Come il test dellAids, mi venne da
pensare. Unoscurit in movimento dentro il mio cuore.
In realt mi aspettavo da un momento allaltro una domanda specifica, un riscontro,
unidentificazione che mi costringesse a uscire allo scoperto.
Scrutavo attentamente luomo che avevo di fronte per tenermi pronta a questa eventualit. Lui,
viceversa, non staccava mai gli occhi dal video, nemmeno quando si rivolgeva a me. Domande distratte
che ogni tanto faticavo a capire. Ma non solo perch linglese  il mio inglese scolastico ripassato in
qualche viaggio a Londra e messo in forse da due settimane a New York  non mi soccorreva pi. Non
era colpa dellaccento o di una vera e propria difficolt di comprensione: le parole scorrevano in un
empito indistinto e rifiutavano di fermarsi dentro le mie orecchie. Intuivo, pi che sentire.
Come se non bastasse, laltro parlava a mezza bocca, in un borbottio sfiatato. E possedeva un
modo decisamente subdolo di porre le domande: non mi credeva. Per principio, non per altro, partiva
da una presunzione di colpevolezza.
La sua voce, al telefono, vari abbassandosi ancora di un tono. Mormorava chiedendo di linee
aeree, tempi, orari. O almeno cos mi parve.
Sei ore? si stup. Sei ore per il primo volo diretto in Italia?
Capii che la sua intenzione era di rispedirmi al pi presto al mittente.
La prima impressione fu di affollamento, soltanto in un secondo tempo mi resi conto che nella
saletta dove, alla fine, mi rinchiusero, non si trovavano pi di tre persone.
Ho detto: rinchiusero. Un termine che mette paura.
A voler essere oggettivi, non cera niente di pauroso nella stanza, assolutamente impersonale.
Sedili inamovibili di metallo ma piuttosto comodi, simili ai sedili disseminati qua e l per gli aeroporti
di tutto il mondo (o, almeno, per tutti gli aeroporti che mi era capitato di attraversare). Sopra un lungo
tavolo basso di vetro scuro erano disponibili alcuni bicchieri di carta e due bottiglie dacqua. Un posto
civile, un luogo dattesa come un altro. Niente a che spartire con le sale dei clandestini a Miami o a
New York. Lia, che le aveva viste, usava parole forti: malebolge, immondezzai, e i chicanos
ammanettati alle gambe dei tavoli.
Qui trovavi spazio, acqua, silenzio. Eppure la sensazione era quella: di chiusura, di recinto
spinato. Una sensazione che nasceva da dettagli inessenziali ma suggestivi  la malinconia delle
bottiglie che gocciavano umidit sul tavolo, la tonalit di luce sui muri ciechi, la disposizione sgarbata
dei sedili in due file contrapposte e parallele. Un repulsivo sentimento di coercizione marcava lo spirito
del luogo.
Lavevo avvertito  unincrespatura sottopelle  gi mentre procedevo lungo il corridoio, stretta
fra due donne in divisa, met hostess met poliziotto, con la stessa gonna e camicetta grigia gallonata
delle agenti aeroportuali. Avevano una maniera brusca di incalzarmi, di sospingermi con gesti che non
potrei definire violenti e nemmeno propriamente aggressivi: un tocco duro, di una durezza
professionale che non conosceva sfumature. Sentivo nelle loro mani una confidenza noncurante,
unintimit neutra associata a un distacco che mi umiliava, qualcosa che mi entrava nelle vene con la
forza di una droga, fino a spossessarmi del mio stesso corpo.
Il mio corpo poteva venire toccato, spinto, incitato, costretto, tutto poteva essere fatto e imposto
al mio corpo, perch io  io con il mio nome, con la mia storia, con le mie emozioni e perfino con le
mie ridicole disavventure  io l dentro, in quel corpo, non esistevo pi. E se non esistevo pi dentro il
mio corpo, dove allora?
A una violenza esplicita avrei reagito diversamente. Mi conosco. Lo so. Mi sarei ribellata, avrei
protestato e trovato il modo di farmi valere. Insomma: reagito. Invece camminavo a un passo che non
era il mio, tra due profili che puntavano in avanti, le braccia pressate da dita asciutte, un gomito che
strofinava dolorosamente contro una cintura borchiata mentre la cinghia dello zaino mi tagliava le
ascelle. Ma non reagivo.
Anche quando le loro mani si staccarono dal mio corpo e mi riconsegnarono a me stessa, l,
dentro la sala clandestini, anche allora non feci altro che mollare lo zaino e buttarmi sopra un sedile per
non muovermi pi.
Mi ero lasciata rinchiudere. Questo il dato di fatto. E a che serviva che per tutto il tempo
continuassi a elencare a me stessa le cose che, invece, avrei potuto e dovuto fare? Poco valeva che fossi
pronta alla capitolazione. E perfino a comporre il numero di telefono di mio padre.
Per la figlia di un residente al consolato o allambasciata si sarebbero dati una smossa. Forse.
Forse, pensavo continuando a restare abbarbicata a quel sedile che cominciava a rivelarsi, tutto
sommato, abbastanza scomodo.
In ogni caso, potevo dimostrare di possedere un nome e magari con ci evitare di essere
impacchettata e rispedita in Italia. Il solo pensiero di unaltra notte e un altro giorno  unintera notte e
un intero giorno  chiusa nella cella disolamento di una poltrona daereo, con un flusso daria a
perpendicolo sulla testa o infilato gi per il collo, mi dava il voltastomaco.
Ma limportante era uscire da quel luogo. A tutti i costi. Via da quella stanza ficcata dentro il
cuore segreto dellaeroporto, fuori da quella nave morta nascosta tra uno strato di cemento e uno di
metallo. E se per uscirne dovevo tornare indietro, ebbene, sarei tornata indietro. Anzi, man mano che il
tempo passava, scoprivo nellidea del ritorno lorma di un piacere.
Ancora sei ore. Sei ore al reimbarco, se avevo capito bene. Alla deportazione, aveva detto il
funzionario al telefono. Un termine tecnico, spogliato di ogni connotazione emotiva. Non mi
deportavano, dopo tutto. Mi riportavano. Indietro. Al punto di partenza. Allimpulso iniziale che mi
aveva fatto salire su un Boeing 747 della Qantas.
Qualcuno toss e le mie gambe scattarono in un sussulto nervoso. Le fermai allacciando le mani
attorno alle ginocchia e per calmarmi mi guardai in giro.
Luomo. Decisamente brutto. Basso, tarchiato, un naso tondeggiante diviso in punta da un
solco, una forra che sprofondava tra due dossi spugnosi. Colorito da oliva matura che lo assegnava di
diritto a un paese mediterraneo.
Le donne: due ragazze. Tratti asiatici. Tailandesi o filippine, chiss. Non giapponesi e nemmeno
cinesi, a quel che mi era dato di capire.
Dai segni del corpo  non solo i colori o i lineamenti del viso, ma anche i gesti, il modo di
muoversi  da quegli indizi mi esercitavo a riconoscere il luogo di provenienza di ciascuno.
Era un vecchio gioco: riconoscere una nazionalit, il paese di origine Lo facevo spesso con
Lia e Giovanna. In autobus, nella fila davanti alla biglietteria di un cinema o al ristorante, tra una
portata e laltra, ingannavamo in questa maniera lattesa.
Peruviano. Scommettiamo? provocava Giovanna, che aveva viaggiato pi di tutti noi.
Sera perfino rimediata un fidanzato, con le sue scommesse. Un cileno dagli occhi azzurri che,
seguendo un collaudato sistema di sopravvivenza, si spostava di citt in citt visitando a turno le varie
donne della sua vita. Imparziale come un buon musulmano osservante con le sue quattro mogli. Non
era durato a lungo, grazie al boicottaggio mio e di Lia (Manlio si mostrava pi spassionato di un
osservatore dellOnu).
Tailandesi o filippine Peccato non aver nessuno, ora, con cui scommettere. Ma le occhiate
sbieche che lanciavo attraverso la stanza si scontravano con altre occhiate sbieche, di rimando: non ero
sola nel mio gioco. E tuttavia mi vergognavo ad affrontare gli altri a viso aperto.
Mi vergognavo di cose che non centravano affatto con i motivi per cui mi avevano rinchiuso in
quella stanza insieme a tre sconosciuti. O che centravano soltanto di straforo, in maniera tangenziale.
Mi vergognavo dessere incapace di badare a me stessa. Bastava cos poco, un cambiamento di cielo e
di lingua cos poco per scoprire che potevo perdermi in un niente.
Lio infrangibile che mi ero costruita non reggeva sullaltro lato della terra.
La ragazza seduta di fronte a me tir fuori specchio e rossetto e si studi pensosamente le
labbra: due minuscoli petali gonfi e rovesciati. Seguii attentamente il lavoro minuzioso delle sue dita
quando si alzarono imprimendo una leggera rotazione allastuccio. La punta del rossetto sgusci fuori,
affacciandosi con timidezza. Un primo strato  rosso mattone  venne spalmato e rispalmato, le
sbavature vennero tolte e il contorno agli angoli della bocca allungato con lunghia del mignolo, che a
ogni passata la ragazza ripuliva di taglio sopra un fazzolettino di carta. Nonostante la borsa in pelle
viola con catenella dorata, nonostante il vestito stretch con vistose bordature giallo oro, non riusciva a
essere volgare. Era aggraziata in ogni mossa, in ogni espressione della sua tipica faccetta tonda, di
quelle che, viste di fronte, sembrano leggermente schiacciate. Ripassate in padella, dice Giovanna.
Osservata apertamente, la ragazza si innervos. Abbass le palpebre (le ciglia compatte in una
curva nera aggrumata di rimmel) e le risollev appena per lasciar filtrare una domanda. Si decise di
colpo e accorci la distanza sporgendosi verso di me. Dallo scollo del suo vestito sgusci un infantile
odore di talco.
Sono a posto? bisbigli piegando il collo di lato, con una furtivit che mi voleva e mi
dichiarava complice e non soltanto spettatrice. Il suo inglese ciabattava come un sandalo slacciato.
Perfetta dissi.
Era vero: quella patina di colore le accendeva sul viso stanco unillusione di freschezza.
 per Morris.
Continuava a sussurrare muovendo le mani per catturarmi in una rete di piccoli gesti allusivi.
Morris? feci.
Morris.
E non aggiunse altro.
Ok, Morris mi strinsi nelle spalle.
Ancora un poco e mi viene a prendere.
Un poco quanto?
Con le unghie si mise a stracciare in lunghi listelli il fazzolettino chiazzato di rosso. Non le
importava di aspettare, replic scontrosa, in tono normale, smettendo i bisbigli. Unora o un giorno
Non le importava affatto. Lui laveva scelta, e laveva scelta fra molte.
Lui viene.
Non cera motivo perch non venisse. E a voce alta proclam, con il giusto orgoglio di una
persona dabbene, che la sua foto sul catalogo era onesta. Lo potevano capire tutti: non nascondeva
trucchi nella posa o nei colori, e nemmeno nelle intenzioni. Onesta.
Del resto era risaputo che la sua amica non ammetteva imbrogli e che proprio per questo aveva
fatto fortuna a Manila. La sua amica. Quella che lavorava allagenzia. Lei cera stata: uno scaffale, un
tavolo e un telefono dietro un negozio di hi-fi a Makati. Veniva dalla sua stessa isola  anche se da un
altro villaggio  e cos laveva trattata bene, laveva accolta, aveva diviso con lei la stanza e il
materasso. Non piangere, le aveva detto. Ma lei piangeva perch era notte, perch era appena arrivata,
perch in nessun albergo cera posto per lei mentre fuori, sulla strada, il monsone riversava unacqua
violenta.
Non piangere.
E poi le aveva trovato luomo giusto, praticamente in un calar di sole.
Era stato facile. La foto era onesta E anche lei aveva ricevuto una foto, in cambio della sua.
Venne fuori dalla borsa, dentro una cornicetta di bamb. Volto sfocato ma corpo in primo piano:
gambe muscolose strette nelle mutande di un costume da bagno a met coscia.
Lui viene.
Ti ha pagato il biglietto?
Io ho pagato. Lui viene a prendermi.
E se non viene?
Lui viene.
E pass un altro deciso strato di rossetto sul labbro inferiore. Per accentava le parole con un
accanimento speciale. Se ne liberava, in una sorta di frenesia contegnosa, per scagliarmele contro.
Si chiamava Ann-Ann la ragazza dalle labbra rosso mattone, e aveva paura. Ma la sua paura
non aveva niente a che vedere con Morris, chiunque egli fosse.
Non so ballare mi confess dimpulso.
E nel confessarlo butt uno sguardo di inquieta esplorazione verso luomo che ci fissava a
bocca aperta e seguitava a strofinarsi il collo, gli occhi, la fronte con un fazzolettone color terra sporca.
Sotto il convergere dei nostri sguardi si dimen a disagio e dalla gola gli sfugg un rutto che trem in
ondate successive dentro il petto e lo stomaco.
Ann-Ann nascose un risolino dietro entrambe le mani. Laltra ragazza scivol in punta di sedile,
il busto piatto girato nella nostra direzione. Una magra coda di cavallo le batteva sulle tempie in rapida
successione, da destra a sinistra e da sinistra a destra.
Ann-Ann era tornata seria. Sapeva ballare soltanto i balli della sua isola, spieg con malinconia.
Balli figurati, e ognuno di loro aveva il suo momento, nella vita, in cui doveva essere ballato. Si alz in
piedi, lisci il vestito sui fianchi da ragazzino e aggiust la scollatura.
Da qualche parte, in unisola remota, un colpo di gong annunci linizio della rappresentazione.
Gli occhi di Ann-Ann si fecero lontani. Le sue braccia si allargarono, si curvarono fermandosi in
posizione dattacco, vibrarono sollevandosi piano. I polsi minuti si flettevano in aria e le dita si
inarcavano per mostrare la bellezza dei gesti, la loro armonia  fluida, rotonda. Ann-Ann snod il collo
mentre gli occhi roteavano, saettando.
Poi la musica si spense, nella sua testa, e lei si arrest e lasci cadere le braccia. Non era cos
che si ballava nei locali di Metro-Manila, disse. Ritmi stranieri. Battevano forte come cuori impazziti.
Mille pulsazioni al secondo. Un suono che le confondeva i movimenti, le impediva di sciogliersi. Gli
occhi non ubbidivano al racconto degli strumenti sconosciuti e invisibili. Il suo corpo si irrigidiva,
perdendo il tempo della musica e la grazia delle mosse. Il suo corpo era sbagliato e nessun uomo lo
voleva pi. Niente uomini, niente soldi.
Musica forte Non so ballare.
Si rimise a sedere, composta. Mani in grembo e testa bassa. Ma dopo qualche secondo la rialz
di scatto:
A Morris non interessa. Lui vende pollo e patate fritte. Lui viene.
Lo schermo del computer era spento e il funzionario dellimmigrazione  sempre lo stesso, un
volto bianco fuori luogo in quel regno di supermaschi abbronzati  si esercitava a battere le dita, invece
che sulla tastiera, sul ripiano plastificato che gli serviva da scrivania. Le ciglia, anchesse di un castano
pallido, gli sbiadivano lo sguardo che restava piatto, indipendente dal cipiglio dispettoso della fronte.
 stata fortunata.
Me la spieg la mia fortuna, quando gli fui davanti, insistendo con lindice sul mio
portadocumenti. Laveva pescato un inserviente nel ripulire laereo, sotto il sedile. Ero stata, ribad,
doppiamente fortunata: non era prevista una lunga sosta nello scalo di Sydney, e se avevano trovato il
tempo e il modo per una ripulita supplementare, era solo perch un imprevisto sciopero dei piloti aveva
bloccato a terra tutti gli aerei. Parlava sempre sottotono e a malincuore, ma non poteva, proprio non
poteva sottrarsi al compito di comunicarmi la mia fortuna perch lapprezzassi a dovere.
Dopodich, in un batter docchio, mi pass di mano: dallimmigrazione di nuovo alla polizia di
frontiera, dalla polizia alla dogana, dalla dogana espulsa fuori, sotto una pensilina, e di corsa infilata
dentro una navetta stipata dei soliti giapponesi in bermuda e cinepresa.
Sul vetro riverberava il sole di Sydney.
Vedi? Non sono annegata. Verr a tirarti per la giacca. Verr prima che lalta marea ricopra
lultimo scoglio della memoria.
4
Il Gran Capitano lo aveva imbarcato
Vado pazza per i quaderni a fogli sciolti, con le pagine che si possono togliere, aggiungere,
scambiare. Singolarmente o a blocchi. Basta aprire quattro anelli, a volte due. O alzare una levetta. Uno
scatto ed  fatta: il quaderno cresce con me, muta nel tempo, si gonfia di pensieri appuntati a caso,
ricette di nuovi cocktail, resoconti di giornate che costituiscono quasi un inizio di diario, sempre
cominciato e sempre interrotto, e poi ancora frasi o paragrafi interi trascritti da libri che non voglio
dimenticare.
I libri sono la mia mappa, la mia pista del Sogno, o, se preferite, la via degli antenati, lantico
solco di parole e musica che gli aborigeni dAustralia ripercorrono con il canto: finch qualcuno non lo
canta, il mondo non esiste.
Per il mio viaggio avevo inventato un quaderno speciale, un volume ricco, imbottito, alto pi di
un panino a strati di McDonalds.
Il Gran Capitano lo aveva imbarcato
Seduta sul pullman della McCaffertys con aria condizionata, poggiapiedi e gabinetto, leggevo,
scrivevo e sfogliavo il mio libro-quaderno: avevo davanti trenta, trentacinque ore, pi o meno, prima di
arrivare a Cairns.
Unesagerazione di tempo, non dico di no. Con laereo in quattro ore me la sarei cavata. Ma
lautobus mi offriva la possibilit di spezzare il viaggio e di cambiare idea, se mi andava, anche a met
percorso.
Vi sembra illogico che questo mi desse sollievo?
Be, anche a me era sembrato illogico, in un primo momento, mentre puntavo i gomiti sulla
superficie tonda di un tavolinetto, nel chiosco allaperto davanti alla baia di Sydney.
Cinque giorni ero rimasta nella capitale del surf (non so nemmeno perch, vista la fretta con cui
ero partita). E fin dal primo giorno avevo preso questabitudine, verso lora di pranzo, di andarmi a
sedere l, di fronte alla baia e ai padiglioni a vela dellOpera House che si gonfiavano sul mare.
Un cameriere dallimpeccabile accento inglese serviva ostriche succose e dolci che scendevano
in un boccone e vino bianco frizzante, ribattezzato champagne. Prezzo modico. Pagavo sciorinando
sul tavolo le monete. Grandi, piccole, color bronzo, colore argento, su tutte imperava il profilo di
Elisabetta, dominatrice delle isole, regina di Inghilterra e di Australia. In un mucchietto a parte, le
banconote: colori esotici e inserti trasparenti come le pinne dei pesci tropicali.
Ero contenta che mio padre avesse scelto lAustralia (se di scelta si poteva parlare) e non
lAmerica, con i suoi dollari smorti.
Vero, Tom?, chiedevo al ragazzo americano che avevo conosciuto in un negozio di dischi a
Oxford Street. Anche lui era solo e aveva voglia di chiacchierare un po, giusto tre parole fra un sorso
di vino e una fetta di pane allaglio, quel tanto che serve a farti immaginare dessere in compagnia.
Tristi e severi, i dollari americani. Vero, Tom? Lui sorrideva a occhi stretti e annuiva. Vero.
Altra filosofia di vita, altre promesse.
Mangiavo ostriche insieme a Tom, allungavo le gambe sotto il tavolo e, seguendo la scia dei
motoscafi attraverso la baia, lasciavo che la mia fantasia risalisse i gradini del tempo.
Indietro, sempre pi indietro.
Fino al 26 gennaio del 1788.
Pieno inverno in Inghilterra, piena estate in Australia.
Anche allora, sole e azzurro quieto.
Gli undici vascelli al comando del capitano Arthur Philipp scivolavano, col loro carico di
deportati, nelle cale dove si specchiava il grigio mai visto degli eucalipti. Sapevo che a uno di quegli
eucalipti, un anno dopo, si sarebbe impiccata la straccivendola londinese Dorothy Handland: ottantadue
anni, condannata a sette anni di deportazione per aver reso falsa testimonianza.
Ma ancora era estate. E il capitano Arthur Philipp dimenticava i suoi deportati sognando mille
navi di linea allattracco nel pi bel porto naturale che gli fosse mai capitato di scoprire.
Anche a me, come al capitano Arthur Philipp, veniva facile sognare. Era la prima volta che
navigavo attraverso la baia, sul ponte scoperto del ferry-boat, la prima volta che minvestiva quel
tiepido odore di vacanza sulle spiagge di Manly, allungate verso la brezza delloceano.
Anchio, come il capitano Arthur Philipp, mi sentivo felicemente straniera. Ma non del tutto. Io
ero legata allisola-continente dal filo di una memoria particolare che passava attraverso la mia
infanzia. Sarebbe stato bello seguire il filo di questa memoria e incontrare lAustralia prima ancora di
incontrare mio padre.
Cos avevo saldato il conto al dormitorio (un palazzetto con le verande azzurre, dove avevo
trovato posto a un prezzo stracciato: sedici dollari australiani per un letto) e salutato la mia compagna
di stanza, unolandese con i capelli raccolti in cima alla testa da un fiocco di plastica trasparente. Un
porta-mangianastri di lana, lavorato a mano, sbucava da una delle tasche del suo eterno giubbotto senza
maniche, stile gil.
A Darlinghurst Street  due isolati appena di distanza  si trovava il terminal della
McCaffertys, la pi economica delle compagnie di autobus a lunga percorrenza. Offriva biglietti validi
novanta giorni, con la possibilit di fermarsi ovunque lungo il tragitto.
Esattamente quello di cui avevo bisogno. Un tempo senza margini. Una strada lunga. Per
addentrarmi con cautela nel luogo del non-ritorno, dove tanti si erano perduti. E fra i tanti mio padre.
Il Gran Capitano lo aveva imbarcato
 e io ero cresciuta con una madre e due zie: tre genitori dalla voce uguale.
Come dice Lia (che non  unebrea praticante ma non rinuncia mai a una citazione), il Talmud
non prevede niente di buono in questi casi. Guai e dolori per il bambino che cresce con due genitori
dalla voce uguale. Figuriamoci con tre.
Per, a sapersi destreggiare, la cosa pu avere i suoi vantaggi. E complessivamente, per
quanto mi riguarda, non me la sono passata affatto male, ve lassicuro.
Soprattutto i primi tempi, quando mia madre era viva e potevo usufruire anchio di quellaura
di misteriosa nobilt e di fascinazione riluttante che la circondava per nessun altro motivo che per
essere venuta dal Continente.
In prima elementare le bambine facevano la coda per sedersi nel banco accanto a me. E io
magnanimamente accordavo: oggi tu, tu no, tu domani.
Camminare a piedi nudi pare che fosse di gran moda: lavevo letto non so dove, forse sulla
rivista della Qantas. Una specie di ritorno alla vita naturale, in un paese il cui ideale estetico 
impersonato da quei ragazzi muscolosi che lavorano tutto lanno sulle spiagge di Sydney. Noi abbiamo
i bronzi di Riace, loro il bagnino di Bondi.
A piedi nudi erano i bambini che si arrampicarono sul bus alla prima fermata, in quello che pi
che un paese aveva tutto laspetto di un sobborgo cittadino: file ordinate di casette monofamiliari a un
piano, massimo due.
A piedi nudi ma con una cavigliera doro la giovane donna che baci distrattamente un signore
dai capelli grigi con elegante ventiquattrore. Un bacio rapido sulla bocca e se ne and, lasciandolo a
terra a fissare il marciapiede, prima che il pullman si rimettesse in movimento.
A piedi nudi il ragazzo seduto su due cassette di plastica blu, rovesciate e sovrapposte a
incastro, che guardava la partita sul campo da golf, al lato opposto della strada: un pendio verde e una
luce da tramonto dentro cui sprizzava verso lalto una raggiera di aste. Faceva pensare a una battaglia
di lance, in un quadro medievale.
Le immagini adesso mi venivano incontro da una prospettiva inconsueta, sbagliata, si
staccavano dai margini della strada e mi volavano addosso. Mi ci volle del tempo per capire che era
leffetto della guida a sinistra.
Pi volte il bus si svuot e si riemp.
Le persone salivano portando borse leggere, da pendolari. Molti si scambiavano saluti e battute
da un sedile allaltro.
Nessuno sedette accanto a me.
Un ragazzo con i jeans tagliati al ginocchio indugi a lungo nel corridoio, mi analizz
centimetro per centimetro, infine sdrucciol accanto a una donna dalle lunghe cosce abbronzate. Sul
momento, me ne ebbi a male.
Man mano che il buio avanzava, avevo limpressione che la strada si restringesse. Allo sportello
del terminal unimpiegata mi aveva assicurato in tono spiccio, nello staccare il biglietto: tutta
autostrada. In realt stavamo percorrendo una semplice carreggiata a due corsie, un rettifilo mangiato ai
bordi da una campagna sempre pi invadente. Il tramonto sera eclissato da un pezzo e da ore non
sincontrava una casa. Lultima aveva attraversato loscurit in un riflesso appena decifrabile sul vetro:
una massa raccolta da animale in agguato. Affior e svan per lasciar emergere il mio viso. Una forma
sfocata che a sua volta pass e ripass veloce.
La guancia poggiata sulla mano divenne umida. Un sudore sporco. Lo sentivo uscire dai pori e
confondersi, diventare tuttuno con la stanchezza. E tuttavia limpasto non risultava sgradevole. Anzi.
Era un filtro da cui il disordine del viaggio colava su di me temperato da una sensazione di miele dolce,
protettivo, come il primo giorno che avevo sentito il sangue del mestruo addensarsi tra le gambe. Lo
stesso sconcerto iniziale, lo stesso trionfo. Era la prova del mio crescere nel mondo.
Sangue lento. Gocce che si addensano, si allargano e stillano nel punto pi segreto. Sangue
morbido, tiepida stanchezza.
Strinsi le ginocchia.
E in questo gesto ritrovai mia madre.
Sangue? Gli occhi sbarrati dallo spavento, come se fossi appena caduta dalla bicicletta.
No, che io crescessi a lei non piaceva affatto.
A lei la stanchezza di un unico viaggio  da nord a sud, dal Continente allisola  aveva lasciato
un disgusto invincibile per tutto ci che richiedeva movimento e comportava trasformazione, fosse il
sangue della mia crescita o la necessit di lasciare una casa e spostarsi altrove, in un luogo che
bisognava imparare daccapo a conoscere.
La storia della nostra famiglia. Il senso di ci che era accaduto. Ho sempre pensato che luna
cosa e laltra stessero l, racchiuse nel bozzolo di questo suo disgusto.
Il bozzolo si apriva e la storia cominciava. Sempre da quel punto.
Si erano sposati a Venezia una mattina di novembre, mentre la madre di mia madre (unaltra
nonna che non ho mai conosciuto) piangeva lacrime pi abbondanti delle solite lacrime di prammatica.
Un meridionale senza posto fisso e le lacrime cadevano in schietti pronostici dinfelicit.
Dopo il matrimonio, per qualche ragione che nemmeno zia Sarina ricordava, mio padre era
dovuto tornare in Sicilia. Qualche mese pi tardi lei laveva seguito.
Sola, veramente sola per la prima volta nella sua vita, mia madre aveva viaggiato tutta la notte,
seduta in uno scompartimento di seconda classe, tra gente mai vista n conosciuta che approfittava di
ogni scossa e di ogni sobbalzo del treno per schiacciarla in un angolo. Unintera notte. Passata a
combattere contro un invasore ambiguo, un fiato estraneo e una carne che andava straripando sulla sua.
A forza di impercettibili spostamenti e ritirate, si era ridotta in un terzo a malapena del posto a
cui il biglietto le dava diritto.
Finalmente il treno si era fermato. Mio padre si era fatto avanti.
Stava in piedi da tre ore ad aspettarla, tutto sbarbato, sotto la pensilina della stazione
romanticamente accesa di buganvillee. Ma qualcosa era successo durante quel viaggio e lei non sentiva
pi che il cinturino delle scarpe nuove, col tacco a rocchetto, che a ogni passo le segava le caviglie
gonfie.
Forse perch aveva traversato lo Stretto allincontrario, nella direzione sbagliata, dal fuori al
dentro. Era questo, giurava zia Sarina, che le aveva tolto una volta per sempre ogni voglia di minestre
nuove, di vicini da conoscere, di case da sistemare.
Una spiegazione che non mi convinceva affatto.
Comunque fosse, una cosa  certa: da quel momento mia madre si oppose sempre, con tutte le
sue forze, allidea di rimettersi in moto e di uscire dallisola.
Mio padre partiva e lei si teneva caparbiamente aggrappata ai mobili, ai bicchieri e alle posate
da lucidare.
Lui partiva, tornava, ripartiva nellinutile ricerca di un lavoro lass, in Continente (accadeva
ancora che si partisse per questo, in quei primi anni settanta).
 in viaggio, lei si vantava scrivendo alla madre che aveva pianto troppo e troppo a lungo
durante il suo matrimonio.
Ma non cerano viaggi, per lui. Solo partenze, arrivi e di nuovo partenze.
Alla fine cominci a parlare di Australia. E a quel punto mia madre cap che difficilmente
avrebbe potuto continuare a sottrarsi.
I posti sullaereo per Sydney vennero prenotati, i biglietti chiusi nei primo cassetto della
scrivania.
Quando arriv il momento, mia madre scopr di essere incinta.
E allora? chiedevo a zia Sarina.
Allora come poteva farti nascere laggi ? E dopo dopo eri troppo piccola per un viaggio del
genere.
Anche lei mi caricava di una responsabilit  una colpa?  che non poteva essere mia. Tutto era
accaduto ben prima che fossi in grado di far valere la mia voce. Non se ne rendeva conto?
A ogni modo io nacqui e mio padre part. Da solo.
Le luci interne si smorzarono lungo il corridoio dellautobus e il buio cal con un movimento
obliquo, dallalto in basso.
Lo stesso movimento con cui calava sulle pareti della nostra casa.
Una bella casa bianca, con le scale di pietra e la terrazza sul mare.
Non ricordo quando la battaglia ebbe inizio. Ma ebbe inizio e venne condotta con metodo,
nonostante le proteste di zia Sarina.
Appena una lamella di sole toccava lo spigolo di un armadio, appena entrava la pi vaga idea di
luminosit e il raggio pi sottile andava a sfaldarsi contro la tappezzeria, mia madre correva a chiudere
tutte le imposte.
Loscuramento progressivo e metodico della casa prese a impegnare quotidianamente tutte le
sue forze. Era una specie di terapia che sera prescritta da s. Come se in questa gara diurna riuscisse a
tenere a bada il rancore contro il mondo, contro mio padre, forse anche contro se stessa. Aveva
imparato a circoscriverlo, il suo rancore, a chiuderlo in un nocciolo duro che talvolta per le scendeva
in gola e minacciava di soffocarla.
Arriv il momento in cui non usc pi nemmeno per andare a fare la spesa. Consegnava a me i
soldi per comprare il pane, e quando io tornavo con una trionfante cartocciata di caramelle, ben pi
gustose di uninsipida pagnotta, i suoi occhi diventavano plumbei e andava a gettarsi sul letto: mai una
parola di rimprovero.
Colma di risentimento e di un furioso senso di colpa, io mi rincantucciavo nel pi lontano
angolo dellingresso o sullultimo gradino della scala di fresca pietra grigia che portava alle camere del
primo piano. Succhiando una caramella dopo laltra, borbottavo:
Mandano i bambini a comprare le cose, e poi si lamentano.
Ma lei non si lamentava affatto.
Nemmeno della lontananza di mio padre. Una lontananza assoluta: lui non tornava in estate o a
Capodanno, come un normale emigrante, noi non andavamo a trovarlo, a differenza di tutti quelli che
avevano un parente oltre oceano. Unassenza totale, in cui era lecito supporre si nascondesse qualcosa
che non si doveva dire e che forse nemmeno si poteva spiegare. Un segreto e un mistero. O una rivalsa?
Una rivincita aspra quanto una vendetta?
Il pap di Teresa, anche lui va a lavorare in Australia buttavo l sperando che da
quellapertura entrasse uno sprazzo di luce, che facesse capolino un indizio, per quanto piccolo e
zampettante come un cucciolo di gatta.
Ah s?, dicevano zia Sarina o zia Erminia, seguitando a scuotere le coperte fuori dalla finestra o
a svuotare sul tavolato di marmo i peperoni gialli per farcirli col ripieno di carne. Ah s? Un altro che se
ne va.
Nemmeno un barlume in pi, la soddisfazione di un commento articolato, di unemozione
decifrabile, niente di niente. Alleate e complici in una congiura di cui non ho mai capito il senso.
Il mio dormiveglia dur tutta la notte.
Ogni tanto, senza spostare la testa appoggiata al montante del finestrino, aprivo gli occhi.
Praterie vuote. Cielo schiarito dalle stelle.
Contro quel cielo si stagli dun tratto la corona di un albero  nera, solitaria. Goffe figurette
uscirono dal buio e saltellarono tuttattorno in una danza allegra e silenziosa. Rimbalzavano da terra,
esitavano drizzando una piccola testa appuntita, si fermavano in ascolto, tornavano a spiccare qualche
salterello prima in una direzione poi in unaltra.
I canguri, capii in un lampo, richiudendo gli occhi.
LAustralia dei libri di geografia e degli atlanti illustrati usciva dai miei sogni e vi rientrava con
lillusoria precisione di un gioco dombra.
Ma delle ombre io avevo intenzione di non accontentarmi pi, dora in avanti.
5
Allalba il pullman si ferm a una stazione di servizio.
Dentro la giacca a vento, io sudavo e tremavo, la punta del naso gelida e il bordo delle palpebre
arroventato. Le ciglia terminavano in radici di fuoco che andavano a conficcarsi, a una a una, fin dentro
il bulbo dellocchio. Il cuore batteva con certi tonfi lenti e pesanti come il mio umore.
Mi tirai su a fatica, scesi dietro agli altri e mi ritrovai in mezzo alla stessa nuda prateria che
avevo intravisto durante la corsa notturna.
Piatto lorizzonte. Piatto il motel per camionisti in fondo a un breve viottolo di terra battuta, un
accenno di prato ai lati, una fila di palme nane, una pensilina con il serbatoio della Super dipinto a
scacchi rosa e arancio. A due metri di distanza, sotto il portico, una di quelle strutture metalliche che
sono lequivalente australiano dei graffiti di strada, per il modo che hanno di gridare la vita quotidiana.
In questo caso, un gelato pi alto di me, lestremit del cono infissa in un anello di cemento. Sulla
corona cremosa sincurvava svettando il pennacchio della cioccolata. Piantata a terra accanto
allingresso una cassetta postale tinteggiata di rosa, lo stesso rosa del serbatoio di benzina.
Entrai. La televisione accesa trasmetteva, in un gorgoglio indistinto, luttuose creste orizzontali,
mentre una ragazza con una maglietta a coste infilata nei jeans trafficava davanti a un forno a
microonde. Le dedicai appena unocchiata e passai oltre. La mia attenzione si concentr su una donna
che affettava un filone di pane, i capelli raccolti sotto una curiosa cuffietta ottocentesca dal bordo
arricciato.
Anche la donna mi fiss quando avanzai a passi scoordinati, ultima della fila. Uno sguardo che
interrogava la mia faccia non lavata, la giacca a vento gualcita, i mocassini bordati di polvere rossa.
Non era uno sguardo di biasimo: chi mai sarebbe riuscito ad arrivare fin l tutto azzimato e fresco di
doccia? Piuttosto una interrogazione insistente, a labbra strette. Come se si aspettasse un saluto o un
sorriso e, nellattesa, andasse soppesando la mia consistenza e valutando le mie capacit.
Uno sguardo da accaparratrice, questo era. L dentro mi vidi: fragile e sola. Di colpo, sperduta.
Ferm il coltello, alla fine, dopo aver fatto scorrere gli occhi dallalto verso il basso e di nuovo
dal basso verso lalto in un esame conclusivo. Lappoggi di lato, sul tagliere, e, mentre col dorso della
mano spazzava via le briciole, disserr la bocca e pronunci un nome: Jill, mi sembr che dicesse.
La cuffietta leziosa intorno al volto severo le dava un aspetto alquanto stravagante: una strega
mascherata da fata. Doveva trattarsi di una specie di costume locale, probabilmente un segno di
riconoscimento etnico o magari religioso (scartai lidea: troppo civettuolo).
Jill?
Ma certo, era una domanda. E la donna si aspettava una risposta. Da me. Le restituii uno
sguardo sconcertato e allora sospir forte e ripet, allentando le spalle in un movimento a scendere che
interpretai come un gesto di rassegnazione:
Sei Jill, s o no?.
Adesso lequivoco era chiaro. Lasciai scivolare lungo la schiena la giacca a vento che mi aveva
protetto dallaria condizionata dellautobus e la sfilai: ormai non serviva pi se non a trattenere quel
sudore colloso a cui stavano ancora attaccati i sogni della notte e le ombre dei canguri.
No, signora, non sono io cio, non sono Jill.
Lei fece una faccia poco convinta e attese qualche istante prima di riprendere il coltello e
alzarlo sul pane, ricominciando ad affettare a un ritmo via via pi sostenuto.
Mi spostai verso il banco. Quasi quasi mi sentivo in colpa per non essere Jill e non poterla
accontentare, anche se non sapevo in che cosa esattamente avrei dovuto accontentarla. Sul serio, mi
dispiaceva di non essere Jill. Per lei che sembrava ci tenesse tanto, e anche per me. Io, non ero aspettata
da nessuno. In nessuna parte del mondo, n sul diritto n sul rovescio, n di qua n di l, cera qualcuno
che mi aspettasse. Ma gi. A questora del mattino inclinavo sempre verso lautocommiserazione.
Mi misi diligentemente in fila, dietro un tipo con i bicipiti da lottatore che se ne uscivano da una
baldanzosa canottiera a rete. Il caff mi venne servito in uno spropositato bicchiere di polistirene con
coperchietto e cannuccia, neanche fosse stato unaranciata.
In quanto agli altri passeggeri, andavano con decisione sul sostanzioso: sotto il mio naso
scorrevano vassoi di salsicce, tortine di formaggio e patate, di formaggio e verdure, di carne e patate, di
piselli e patate al rag, pasticci di carne ben arrotolati in sfogliatine croccanti appena uscite dal forno a
microonde. I bicchieri venivano fuori dal freezer patinati di gelo, com buona regola da queste parti.
Volendo disintossicare gli occhi, cerano i sacchetti di plastica da cui trasparivano le rosse pigne in
miniatura dei lychees freschi.
Il ragazzo che sul bus mi aveva scartato per la signora coscelunghe si destreggiava con due
piatti in bilico su una sola mano, mentre con laltra reggeva una lattina di Diet Coke. Deposit il tutto
davanti a lei, che per ringraziamento gli sbadigli in faccia.
Odori robusti. Da camionisti e cowboy.
Odori sbagliati.
La luce artificiale sbiad, vinta dalla luce esterna che entrava con sempre maggiore invadenza
dalle vetrate. Lestraneit del luogo era una sensazione precisa, che potevo localizzare con esattezza
dentro il mio corpo, dalle parti dello stomaco.
Fuori, il paesaggio non aveva un nome.
Mi resi conto di non sapere pi dove mi trovavo. Da tempo non avevo pi visto (forse nel
dormiveglia mi erano sfuggiti) i cartelli della segnaletica stradale, e linsegna sul motel diceva soltanto:
PARADISE PALMS. Potevo essere da qualsiasi parte, in un momento qualsiasi di unepoca e di un
luogo imprecisati.
La ragazza con la maglietta a coste passava da un tavolo allaltro a prendere ordinazioni, una
matita che scendeva e saliva, dalla bocca al taccuino e dal taccuino alla bocca. Questa volta notai che
allattaccatura della nuca una mezzaluna rasata le scopriva un tatuaggio: una farfalla cremisi che, da
lontano, poteva essere scambiata per una voglia.
Distolsi lo sguardo, come se avessi scoperto qualcosa di intimo sul suo conto. Ma cosa c di
meno intimo di un tatuaggio, fatto apposta per essere esibito?
Quando si avvicin la bloccai. Sfiorandole il fianco lungo la cucitura in rilievo dei jeans, le
indicai la carta stradale che avevo spianato sul tavolo:
Dove siamo?.
Si ferm a studiarla. Nel chinarsi appoggi contro il mio avambraccio una mano fredda da
lavapiatti. O da barman. Anche i barman hanno sempre le mani fredde. Un contatto familiare, che
riconobbi. Mi fece aggricciare la pelle e al tempo stesso mi riemp di un piacevole e impossibile calore.
Anche quando scost la mano il calore rimase. Un formicolio che andava dalla spalla alla punta
del mignolo.
I suoi denti mordicchiarono la matita prima che si abbassasse indecisa a tracciare un cerchio in
un punto dove, anche a ben guardare, non cera niente.
Niente, se non la linea dellautostrada fiancheggiata da piccole aste simili a pioli di una scala
che, nel linguaggio della guida, stavano a significare la presenza della ferrovia.
Il pullman ripart. Io restai.
I pochi clienti che, come me, non erano risaliti a bordo, parlavano a bassa voce tra piatti
sporchi, rigurgiti di cola, cartacce unte e spiegazzate. Il gabinetto era situato allesterno e, per
raggiungerlo, mi tocc attraversare un cortile.
Due autotreni ingombravano il parcheggio con i loro corpacci da pachidermi. Pi in l, in
unarea ben distanziata, sostavano un caravan e alcune vecchie macchine con le ruote sgonfie e i vetri
oscurati da carta di giornale. Avevano laria di essere abitate. In uno spiazzo derba secca alcune
bombole di gas e una grande ruota di legno ai cui raggi qualcuno aveva appeso dei panni ad asciugare.
Di fronte al gabinetto, un cane stravaccato sul fianco, il pelo sporco e lungo, da barbone. Le quattro
zampe tese in avanti tremolavano nel sonno e picchiavano a piccoli colpi regolari contro la porta.
Non sembrava un buon posto, per fermarsi. Ma ne esisteva uno, l intorno? Un segno, dammi un
segno, imploravo. Ma il destino non si decideva, e mi toccava arrangiarmi a inventare tutto da sola.
Uno scroscio di rubinetto. Un lavandino sfregiato da una crepa che si diramava in lunghi
tentacoli sullo smalto biancastro. E la ragazza con la farfalla tatuata sulla nuca.
Sul pavimento lacqua e la polvere formavano una melma marrone che scivolava sotto le nostre
suole ricamando sudici disegni. La carta igienica scarseggiava e la vaschetta del sapone era vuota. Ah,
il mio sapone allolio di avocado! Quanto mi mancava! Il mio sapone: questo mi mancava. Perch non
me lero portato dietro? Non ero obbligata, con la partenza, a dimenticare anche il richiamo di certi
piccoli riti, a cancellare il piacere dalla mia vita di tutti i giorni.
La ragazza si addoss al muro per farmi posto. Nellavvicinarmi rasentai la sua maglietta
bagnata e lumidore entr sottopelle rammentandomi il tocco freddo e familiare della mano.
Tu disse per prima. Sei proprio a terra, eh?
Una voce allegra dentro un sorriso di inattesa confidenza. La guardai con unattenzione nuova.
In quello spazio ristretto mi sembr pi alta, magrissima, ma di una magrezza tesa e piena, da salutista.
O forse la guardavo davvero per la prima volta.
E quel che vidi mi piacque tanto da sbalzarmi in men che non si dica dalla depressione
alleuforia.
Per cominciare, portava i capelli scuri molto corti, cos corti da farli assomigliare a velluto
tiepido. E ammiccava, dentro lo specchio, con occhi tagliati nello stesso velluto dei capelli, solo
leggermente pi umido.
Black Velvet, pensai. E forse nemmeno le risposi. No, senzaltro non le risposi, proprio perch
stavo pensando: Black Velvet. Birra nera e champagne. Schiuma cremosa e liquido nero dai riflessi
dambra. Il mio cocktail preferito: d uneccitazione leggera, senza strascichi. Un cocktail che si beve
per la felicit di avere un corpo e non per dimenticarlo, come di solito succede.
Fascinazione professionale,  evidente. Di questo si trattava. Di che cosa, se no?
Ma dimprovviso fui certa che tra le sue ciglia e i suoi capelli, se avessi potuto passarci dentro
la punta della lingua, avrei trovato il sapore del mio Black Velvet, mescolato nelle giuste proporzioni.
Ero certa che lungo larco dei suoi occhi e delle sue sopracciglia, sulla tempia, nel punto dove finiva il
bianco della pelle e cominciava il nero dei capelli, in quel punto esatto la mia lingua avrebbe
riconosciuto laroma scuro della Guinness, mosso da unonda sotterranea di Veuve Cliquot.
Lei intanto rideva. Con malizia, mi parve.
I gabinetti! Quando viaggi diventano un luogo dincontro. Il migliore, per socializzare.
Era il mio turno, adesso, di farmi da parte. La ragazza torn a chinare la testa fin dentro la vasca
del lavandino: la farfalla sulla nuca schiudeva o serrava le ali, seguendo il movimento dei tendini sul
collo. Veniva voglia di fermarla con le dita. Le linee rosse forzavano la carne per liberarsene. Si stava
svolgendo una lotta, era in corso una battaglia sulla sua pelle, tra la peluria lievissima della sua nuca.
Fa male? La domanda mi sfugg dimpulso e lei si rialz, stupita, buttando indietro la testa
lucida dacqua. Farsi tatuare? No. La ceretta per depilare le gambe, quella fa male. Certo un poco
bisogna portare pazienza, altrimenti il disegno non viene bene.
Si tast la nuca, seguendo a memoria il contorno della figura.
Laveva disegnata lei, copiandola da un modello vivo, cio infilzato con uno spillo dietro la teca
di uno di quei terribili musei naturali. Ma in natura era azzurra e aveva un nome impegnativo: Ulisse.
Questa invece Era la sua guardaspalle: non le sfuggiva niente.
Che voleva da te, mia zia?
Tua zia?
Ma s, la tipa al banco, con la cuffia. La padrona.
Ah la padrona. Credeva che fossi una certa Jill.
Jill, proprio!
Appoggi le spalle al muro, i pollici infilati nelle tasche, unironia acquattata negli occhi neri
che veniva fuori a tratti, insieme al luccichio delle tre borchie lungo il lobo sinistro.
Non vede lora di liberarsi di me. Anchio non vedo lora di liberarmi del suo Paradise Palms,
se  per questo. Bel Paradiso! Un piattume lhai visto.
Un juke-box, due videogiochi, quattro palme striminzite e gente che transitava senza fermarsi
mai. La paga non era male, ma il luogo insopportabile.
Non sei Jill conferm con una specie di sorriso nascosto. Anche a me dispiace. Doveva
darmi il cambio.
Scusa tanto replicai, e lei rise.
Non  che ti andrebbe di prendere il mio posto? Per qualche giorno. Finch non arriva Jill.
Quella vera.
Di nuovo quel lampo ironico negli occhi che trasmetteva laccensione alle borchie e al
bottoncino di metallo alla narice, tutto uno scivolo di luci.
Credi forse di trovare qualcosa di meglio da queste parti? Un bel lavoro regolare, magari.
No che non lo credevo. Altro continente, altra nazione, ma anche l, nel paese della fortuna,
avevo idea che fosse maledettamente pi facile rimediare un po di soldi piuttosto che un lavoro. Come
in Italia, n pi n meno. Dicono che alla nostra et bisogna accontentarsi. E noi ci accontentiamo.
Stranieri o indigeni, non fa differenza.
Grazie Come ti chiami?
Wendy.
Sono a posto, per ora. Wendy.
E mi portai le mani alla cintura con borsello incorporato (il primo acquisto, dopo lavventura
dellaeroporto) per tastare la carta di credito e i travellers cheques ancora intatti: mai stata tanto ricca.
Una signora.
Cominciava a fare caldo e il cane protestava con un sordo mugolio che gli si gonfiava nel naso e
scendeva in un tremore lungo il dorso. Per il resto, immobile come se lavessero abbattuto a fucilate.
Era vecchio. Laria condizionata gli faceva venire i reumatismi, il sole gli dava fastidio.
Le dita di Wendy sparirono tra larruffio del pelo, ricomparvero e simmersero ancora per
carezzarlo pi a fondo.
Non posso aiutarlo, con tutto che studio veterinaria a Brisbane.
Wendy, io intanto pensavo. Un bel nome. Un nome che si pronuncia dun fiato. Denso e
leggero, proprio come la Guinness. UN PRODOTTO SEMPRE GIOVANE PER I GIOVANI Mi
figurai il suo viso sullo sfondo di un manifesto, dietro la scritta pubblicitaria.
Mi sarebbe piaciuto che diventassimo amiche. Per un po, non dico per sempre. Se avevo avuto
un fidanzato provvisorio, potevo ben avere anche unamica provvisoria.
Presi a gironzolare in su e in gi per il parcheggio, sotto il sole, occhieggiando verso gli
autotreni troppo alti per permettermi di sbirciare dentro le cabine di guida. LAMORE FA BENE, lessi
sopra una fiancata. Guai certi per unautostoppista. Girare alla larga. Ma non stavo veramente cercando
un passaggio.
Dal caravan usc una donna in vestaglia. Si accese una sigaretta e attacc a chiacchierare con
Wendy, muovendo entrambe le mani e sfarfallando per aria la cenere. Un bel profilo regolare. Ma
quando si gir mi accorsi che laltro lato del viso era tumefatto, bench lei tentasse di nasconderlo
buttandoci sopra lunghe ciocche castane.
Sentii Wendy che chiedeva:
 tornato?.
La donna indic delle lattine vuote di birra che spuntavano da un secchio di plastica, accanto
alla ruota con i panni stesi che si attorcigliavano dentro un filo di vento.
Ieri sera.
Vedo.
La voce della donna si caric di ansia. Con una mano tenne i capelli fermi sul viso e parl in
fretta. Un breve discorso sussurrato che non arriv fino a me.
E questo?
Wendy le tocc le dita che nascondevano la guancia. Con un sobbalzo impaurito laltra si
ritrasse, voltandosi in un moto irriflessivo verso il caravan.
Non lha fatto apposta.
Ah no? Nemmeno la volta scorsa.
Da una delle macchine con i vetri schermati dai giornali spunt una bambina, si stiracchi,
frug nelle tasche dei pantaloncini e ficc in bocca una caramella gi scartata. Wendy scosse le spalle e
venne a sedersi accanto a me, sotto lunico albero che si alzava dalla terra piatta. Da quella postazione
non si vedevano nemmeno le palme nane davanti al motel. Nientaltro che terra ed erba secca.
Sempre la stessa storia.
Le braccia fra le ginocchia, le mani che giocavano con uno stecchetto, una furia contenuta nel
profilo chino verso il basso.
Va in citt, torna e ogni volta che torna picchia sua moglie.
Fece una smorfia e lo stecchetto divenne una lancia che distrusse rabbiosamente lingresso di un
formicaio.
Colpa della Recessione.
Lo disse cos, come se si trattasse di un nome proprio, come se stesse parlando di una persona in
carne e ossa: arrivava la Recessione e gli uomini caricavano moglie e figli sul caravan o sulla macchina
e si trasferivano. Da un po di tempo a questa parte andavano verso ovest, su strade che bucavano
lorizzonte, talmente dritte da impazzire: tre curve in quattromila chilometri, per rendere lidea. Anche
Bill  e sventagli la mano in direzione del caravan  anche lui voleva andare verso Perth, la citt delle
Grandi Occasioni, ma poi, non si sa perch, aveva optato per il nordest. Si era fermato al Paradise
Palms e non si era pi mosso se non per riscuotere il sussidio dellassistenza.
Mentre Wendy parlava, la bambina le saltellava attorno. Giocava ad avvicinarsi per poi
scappare di corsa. Ogni due passi si bloccava, sputava la caramella sul palmo della mano, la
controllava, la ricacciava in bocca e riprendeva a saltare.
Rientrai e la mia carta stradale era ancora l, fra una tazza vuota e il bicchiere di polistirene. Le
feci spazio e mingegnai a decifrare percorsi e segni cartografici. Volevo capire, almeno in maniera
approssimativa, quanta strada avessi percorso e quanta me ne restava da percorrere prima di arrivare a
Cairns.
Insomma, volevo fare il punto della situazione. Non  quanto fanno, prima o poi, tutte le
persone normali?
Fu allora che, poco pi su del cerchio a matita tracciato da Wendy, risalendo il sottile graffio
rosso di una strada secondaria, scoprii un nome, scritto in lettere microscopiche.
Clare.
Un nome di donna.
Il nome familiare di un paese.
Quante volte lavevo sentito sulle labbra di mia madre o di zia Sarina! Era a Clare che mio
padre aveva dato avvio alla sua attivit di imprenditore e aperto il primo ristorante. Quando si era
trasferito sulla costa, un anno o forse due dopo la morte di mia madre, un altro italiano aveva rilevato
lazienda e preso il suo posto.
Il luogo non sembrava lontano, a occhio e croce. Wendy conferm: esatto, non distava pi di un
centinaio di chilometri. Una lontananza da niente, in una terra dove tutto si misura alla grande, mille
chilometri da questa parte, mille da quellaltra, e per meno non ci si sposta.
Invece a me bastava una piccola, piccolissima deviazione Ero scesa alla stazione giusta. A
colpo sicuro, come se mi avesse guidato listinto. Non si trattava neanche pi di prendere una
decisione. Era quasi un movimento naturale, prestabilito: la mia prossima tappa sarebbe stata Clare.
Ma senza fretta. Con tutta la calma necessaria.
A parte qualche camionista, non vedevo molti clienti in giro. E forse anche i camionisti si
fermavano al bar ma non al motel. Una camera libera per me cera sicuramente. Un letto ben ancorato
al suolo, e neanche un richiamo di motori annidato nella cavit del mio orecchio. Era per concedermi
lussi di questo genere che avevo scelto il pullman. O no?
Intanto con la coda dellocchio registravo tutti i movimenti di Wendy. Vidi quando alz le
braccia magre per passarsi le dita contropelo tra i capelli. Vidi come si drizzarono in lampi neri sulla
testa.
E invece Wendy mi trov un passaggio in men che non si dica.
Il fatto  che non esistevano i pullman per Clare. Lunica possibilit consisteva nellaggregarmi
a qualcuno che andasse da quelle parti, contribuendo alle spese di viaggio con un pieno di benzina.
Questa era lusanza. Niente autostop. Si cercava qualcuno che facesse la stessa strada e si pagava la
propria quota. Cos si viaggiava nellentroterra, se non si possedeva una macchina o un qualsiasi altro
mezzo di trasporto, sborsando una percentuale e seminando ovunque bigliettini con richieste e offerte
di posti, tragitti, date e luoghi di ritrovo.
Non era difficile rimediare un passaggio con questo sistema, mi spieg Wendy grattando con
lunghia una macchia, unincrostazione di frutta sotto il mento. I suoi amici venivano spesso a trovarla:
da Brisbane e addirittura da Darwin. Arrivavano e partivano. Con una certa puntuale prevedibilit,
bench ogni volta su macchine diverse, con gente diversa. Anche le sue amiche arrivavano e partivano:
in due, possibilmente.
Tu sei sola.
Suon come un difetto personale, pi che la constatazione di un dato di fatto. L per l la cosa
mi irrit, anche se capivo il suo punto di vista: il famoso maschilismo australiano! Non era leggenda.
Bisognava tenerne conto. Daccordo. Ma ero del parere che non fosse il caso di lasciarsi impressionare
pi di tanto. Lei non aveva laria di una che si lasciasse impressionare, e io non ero da meno, certo che
no. Anche dalle mie parti, non  che si scherzasse in fatto di maschilismo. In fin dei conti, ero bene
addestrata.
Wendy sfreg meccanicamente le mani bagnate sui jeans: valutava la situazione. Ma non disse
niente, fin di asciugarsi e riprese a pulire i tavoli. Qualche minuto pi tardi era intenta a confabulare
con due uomini che mangiavano un pasticcio di carne, nel bel mezzo di una strisciata di sole. Mi
aspettavo che tornasse indietro a riferire, invece pass dietro il banco. Guardava nel vuoto mentre con
la punta delle dita tormentava le borchie che le stringevano il lobo. Alla fine si riscosse e, recuperando
un passo disincantato, torn ad avvicinarsi.
Puoi andare con quelli annunci senza entusiasmo.
Non ebbi il coraggio di replicare che ero stanca o, pi precisamente, che non avevo nessuna
voglia, ma proprio nessuna, di muovermi. Avevo trovato una cuccia e non desideravo che starmene l
buona buona.
Mi dondolavo a disagio sullo sgabello. Infine mi voltai, in direzione dei miei nuovi compagni di
viaggio. Di uno scorgevo soltanto le spalle e i capelli biondi, lunghi sul collo. Laltro mi stava di
fronte: zigomi decisi, rughe che risaltavano sullabbronzatura e capelli bianchi. Non propriamente
vecchio, ma nemmeno giovane. Colse il mio sguardo e sollev una mano in un gesto di saluto.
La mia scorta, pensai. E Wendy? Un interrogativo composto soltanto dal suo nome. Wendy?
Puoi andare ripet lei per rassicurarmi. Sono amici.
E aggiunse uninformazione per finire di convincermi, dato che avevo unaria niente affatto
convinta.
Li conosco. Larry, quello che ti ha salutato,  un barman. Un barman famoso. Lo conoscono
tutti, da qui alla costa.
6
Larry guidava una Toyota diesel a sei posti, noleggiata a Brisbane. Normalmente non mi fido
dei maschi al volante (date unocchiata alle statistiche degli incidenti e capirete perch), ma, a parte che
non avevo alternative, lui guidava con una tranquillit abbastanza convincente. Le mani non si
distraevano vagolando a destra o a sinistra, ma poggiavano con generosa larghezza sul volante.
Mani ferme. Mani che sicuramente non avevano bisogno del misurino per versare la dose esatta
nello shaker o direttamente nel bicchiere. La gente non capisce quanto sia importante il dosaggio, non
sa che basta un centilitro in pi o un centilitro in meno per trasformare un aperitivo in digestivo. E se
locchio non sbaglia, spesso pu sbagliare la mano. Un solo tremito e la perfezione  sconfitta.
Le mani di Larry suggerivano un tocco da barman dalta classe. E il suo modo di fare, tutto il
suo atteggiamento era improntato a quella cordialit facile che conosco bene, delluomo abituato alla
voglia di confidenza dei clienti. Probabilmente commisi uno sbaglio. Scelsi lapproccio sbagliato. Ma
se mi buttai a parlargli del mio lavoro, del corso, dellesperienza dietro il bancone, fu per questo: per
timore di essere trattata da cliente.
Seduta dietro di lui, in mezzo a cartonate di schweppes e birre, ero costretta a sporgermi in
avanti per chiacchierare, aggrappata al sedile, schiena in tensione, stomaco e tette praticamente
schiacciate contro le ginocchia, caviglie sghembe. Una posizione tuttaltro che comoda. Ma che
importa. Chiacchieravo, chiacchieravo Un poco emozionata. Comprensibile, no? Un famoso barman,
aveva detto Wendy! Non ne avevo conosciuti molti. Soltanto il mio maestro di corso, dopotutto.
A fronte del mio entusiasmo, il suo commento, quando gli concessi una tregua, risult un
tantino beffardo:
Bene collega. Una collega italiana! I tuoi cappuccini saranno una delizia, suppongo.
Arrossii di rabbia, ma nello specchietto retrovisore vidi i solchi verticali sulle sue guance
sprofondare in un sorriso divertito. Mi stuzzicava, amichevolmente.
Non te la prendere. Sei troppo suscettibile.
Una grande invenzione, i cappuccini. Avevano fatto la fortuna di tanta gente. Non lo sapevo?
Metti un bar, mettilo pure in una strada sterrata di periferia Da quel bar, non pi largo magari di un
retrobottega, ci potevi scommettere che prima o poi sarebbe sbucata una catena di ristoranti o una
fabbrica di dolci. Come un volo di colombe dal cilindro di un mago.
Benedetto il capitalismo del cappuccino, aveva scritto quel tale, un tizio famoso, sul Morning
Herald. Il simbolo del successo. Grande, grande invenzione. E allora perch me la prendevo?
E di. Sei proprio italiana, eh?
Venne fuori che anche il suo compagno di viaggio era di origine italiana, nonostante il nome.
Peter. Occhi dolcissimi di mandorla tostata, bruciati da una lunga venatura sanguigna. Pi vicino a me
per et che a Larry.
Ma, a differenza di Larry, Peter mi aveva accolto senza calore, sul viso una fissit cieca che mi
respingeva. Nemico. Teso in una muta, incomprensibile competizione. Le mie chiacchiere lo
infastidivano. La condiscendenza di Larry lo irritava. La mia pura e semplice presenza sul sedile
posteriore della Toyota, una seccatura. In altre parole: mi avrebbe volentieri scaricato.
Fu la sua ostilit a indurmi a notare qualcosa che forse altrimenti avrei faticato a notare. Il modo
che aveva di rivolgersi allamico pi grande, la concentrazione intensa che metteva nelle parole, gli
interrogativi precipitosi che il pi delle volte non capivo. Le pause. Gli eccitati monologhi che la voce
dellaltro a tratti interrompeva per unesclamazione breve, quasi un riassunto emotivo. S, cera
emozione in quel loro modo di parlarsi. Unenergia impaziente che dal corpo si trasmetteva alle parole
e le faceva vibrare.
Dopo, ogni volta, sorprendevo gli occhi di Peter che si affacciavano a spiarmi nello specchietto
retrovisore. Abbandonandomi contro lo schienale, gli sorridevo dubbiosa, a distanza.
Eccole. Piantagioni di canna da zucchero. Non si stancavano di correre lungo il lato destro e il
lato sinistro della carreggiata, chilometro dopo chilometro.
Le riconobbi senza esitazione per il loro verde uniforme appena macchiato da ombre pi scure
l dove la canna era stata tagliata da poco. Anche qui la terra era piatta e la strada dritta, ma non tanto
piatta luna e tanto dritta laltra da cancellare unimpressione di opulenza. E cera una solennit
maestosa nel modo di allargarsi delle piantagioni, che avanzavano fino a schiacciare contro lorizzonte
la sagoma delle montagne.
Uomini al lavoro non se ne vedevano. Nemmeno accanto ai treni fermi in attesa del raccolto o
che si snodavano scivolando in un lento silenzio sui binari che tagliavano i campi, dentro un vuoto di
voci e di figure umane. Eppure ogni cosa era ben assettata, al suo posto, come se la stessa divina
provvidenza si fosse curata di mettere ordine nel paesaggio. Miracoli dellautomazione.
Canna da zucchero esclam Peter inaspettatamente. Come se avesse trovato, alla fine,
linformazione giusta e il giusto argomento con cui intrattenermi. Mi mostr il profilo, ma appena
appena, voltandosi con parsimonia.
La coltivano ancora in questa zona. Un tempo erano quasi tutti italiani.
Contadini veneti o meridionali che avevano barattato le distese di grano e lombra degli ulivi
con la vampa appiccicosa delle piantagioni tropicali, dove il respiro diventa pietra. Feci segno di s, la
conoscevo quella storia.
Fra i cimeli riportati dal padre della mia amica Teresa, uno dei pochi che erano tornati
dallAustralia, ricordavo perfettamente una fotografia: cielo di canne e soffocante penombra da nido.
Dentro quella penombra, sotto quel cielo, un gruppo di uomini e di donne, in posa. Una delle donne
reggeva un secchio, gli uomini portavano le mani alla cintura, spavaldi e imbarazzati. Ma uno di loro 
uno degli uomini  teneva in braccio un bambino piccolo. E un altro bambino  fatto per me
sbalorditivo  stava accovacciato a terra, sopra un tappeto instabile di canne tagliate.
Quella fotografia mi aveva scombussolato non poco, dato che, fino a quel momento, avevo
fermamente creduto che lAustralia fosse un paese di adulti, dove i bambini non erano ammessi.
Larry scoppi a ridere. Una risata che si allarg con la stessa liberalit con cui si allargava sul
volante il suo stomaco da bevitore (si  mai visto un barman astemio?). Anche Peter si gir
completamente dalla mia parte  con il busto, non soltanto di profilo. Un cedimento. Cos interpretai il
suo gesto. Il mio racconto aveva ammorbidito, se non proprio sciolto, il suo cuore sospettoso.
Capii che il nodo di esclusiva complicit tra i due si stava allentando, allargandosi fin quasi a
lambirmi.
Un nome italiano: Aldo Speziale. Scritto a mano sopra un cartello puntato verso i campi che
continuavano nel loro verde compatto a sfogliare in corsa un orizzonte dopo laltro. Case in vista non
ce nerano. In compenso si scorgeva, ancora lontana, una striscia di mare. Vuota. Senza navi n barche.
Il contrappeso azzurro alle piantagioni.
Un colpo di freno a un incrocio, e lintero paesaggio venne occupato da un edificio rettangolare
con immenso parcheggio e tuttattorno prati allinglese su cui aprivano la coda scintillanti pavoni: il
Museo dello zucchero.
Ti andrebbe una visita?
Non feci in tempo a rispondere che gi lavevamo alle spalle.
In realt non ne valeva la pena, si scus Larry. I vecchi macchinari  i trattori, le locomotive, le
mietitrici  erano belli. Ma non cera laria condizionata e le fotografie color seppia che illustravano la
storia dei lavoratori dello zucchero si accartocciavano e appassivano sui muri. Si moriva dal caldo e
non ci si capiva niente, in quel museo.
Quindi la strada sinfil dentro un paese e daccapo in un altro. Passammo accanto a un
manifesto che annunciava un festival di canzoni italiane. Passammo davanti a un monumento al
tagliatore di canne: dono della comunit italiana. Una zona da sempre italiana.
Gli italiani
Peter scosse i capelli biondi liberando le punte sottili che si arruffavano dentro il collo della
camicia.
Vivevano stretti stretti, gli italiani. Con le loro feste, i loro santi, la loro musica, la loro lingua.
Lui non aveva mai voluto impararla, anche se qualche parola ogni tanto gli scorreva dalla bocca, a
tradimento.
Mamma mia, madonna santa, sempre cotoletta alla milanese, mi sono fastidiato.
Si divertiva ad accompagnare le parole con una mimica appropriata, ma insieme allemergere
della voce, nello sforzo del petto, laggi dove si forma il suono, sentivo spuntare qualcosa di simile
allastio.
Gli italiani
In una terra dove tutti erano stranieri, loro simmaginavano pi stranieri degli altri. Tanto che
gli altri  i veri australiani, quelli che ci mettevano un niente a spostarsi da un luogo allaltro, che si
dilettavano ad andare da costa a costa  ebbene gli altri a un certo punto si erano domandati se in fin
dei conti ma questi italiani di che razza erano? Bianchi o neri?
Pensa tu. A un veneto come mio nonno dare del nero!
Wog, si pu sopportare. Una parolaccia, questo  pacifico. Come quando dici negro a un nero.
Ma si pu sopportare:  stata inventata apposta per noi. Nero  ben diverso. Tuttaltra cosa. Nero
Prova a dirlo a un veneto! Per forza suo nonno aveva passato la vita ad attaccar briga: per dimostrare
quantera bianco, nel colore della pelle e nella pesantezza dei pugni che si schiantavano, dopo tre o
quattro birre, sulle panche del pub. Niente di male. Il pub c per questo.  che a volte qualche pugno
gli scappava anche dentro casa.
Perch mia nonna aveva un difetto: non era veneta. Italiana, per carit, da questo non c
salvezza. Italiana. Ma non veneta.
E per questo difetto, non per altro, un giorno almeno a settimana le toccava una ripassata.
Svoltammo e bruscamente lasfalto fin.
La Toyota si diresse verso un entroterra nuovamente deserto. Sul cofano di un camioncino
senza ruote, sbilanciato ai margini della pista, un invisibile venditore aveva disposto due cassette di
ortaggi che intristivano sotto il sole. Segnavano i chilometri carcasse di animali sconosciuti. Riconobbi
un piccolo canguro, forse un wallaby, ancora intatto. La coda e la schiena spezzata si congiungevano
formando un arco perfetto.
Il passato, se ne usc Larry, che ossessione. Non basta essere australiani. Bisogna andare pi in
l, sempre pi in l, fino a ritrovarsi anche italiani o greci o filippini. O meglio ancora anglosassoni: la
razza delle razze.
La verit  che ci teniamo perfino la regina dInghilterra pur di non fare i conti con il nostro
presente. C qualche altro motivo, secondo voi? Un motivo logico, razionale?
Naturalmente lui era repubblicano e pure un tantino socialista. Perch capita che un bel giorno
ci si svegli e tac ci si accorga di non essere in Europa ma in Asia. No, signori, quello non  il canale
della Manica, ma il mare di Timor o il mar dei Coralli. E questa non  la brughiera ma il cuore vuoto
dellAustralia, il grande nulla.
Il Grande Nulla.
Per dirlo in modo meno romantico: un continente con diciassette milioni di abitanti. Ne conta di
pi la sola Buenos Aires. Diciassette milioni. E tutti ammassati in poche zone del litorale.
Un nugolo di mosche mulin ronzando contro i vetri. Guardavo fisso davanti a me: i capelli
duri e ispidi delluomo pi vecchio, quelli chiari e leggeri delluomo pi giovane.
Il grumo di mosche si allentava sul parabrezza, minuscole zampe crepitavano picchiando con
insistenza. Nonostante i finestrini serrati, il loro richiamo entrava insieme al peso della calura e ci
inseguiva con gli stessi monotoni singulti della strada di terra sotto le ruote della macchina.
La caviglia di Peter poggiava sul ginocchio, usciva nuda da un mocassino blu. Aveva acceso
una sigaretta e la passava dalla sua bocca alla bocca di Larry. Il fumo si addensava tutto dietro, sul mio
sedile. Tabacco australiano. Dolce. E non mi dava fastidio. Anzi mi sorpresi a respirarlo forte, con
nostalgia, come se volessi frugarlo a fondo per cercarvi dentro la punta rilassante dellhascisc.
Le dita di Peter stringevano con una sorta di tenerezza la sigaretta che andava da una bocca
allaltra. Polso snodato dal giro elegante. Unghie con nitide lunette ovali. La carta umida, priva di
filtro, lasciava sulle labbra ghiotti granelli di tabacco.
Stavo sudando, nonostante laria condizionata. Un sudore lento che si raccoglieva nel palmo
della mia mano.
Clare non era pi che una citt fantasma. Grandi case coloniali dalle finestre sbarrate, portici
vuoti, colonne, verande in legno merlettato di bianco. In una piazzetta fra le palme a ventaglio oscillava
una vecchia insegna smaltata di blu. Sopra lo smalto sbiadivano le lettere in oro: BARBEQUE
GARDEN, con la sola o splendente e aggressiva che offuscava ogni altro segno. Le chiese erano due:
cattolica e protestante, a faccia a faccia. Si proseguiva per qualche metro, dopo di che il breve asfalto
cittadino tornava a perdersi in uno spiazzo di terra rossa.
In mezzo a questo spiazzo, lalbergo. Ocra come la terra che correva a rasentarlo in un
concentrico flusso alluvionale, e bianco negli intagli ricamati delle verande sovrapposte, primo e
secondo piano. Lunico albergo di Clare e lunico posto dove era possibile ordinare un vero pasto
caldo. Dopo, se mi andava, disse Peter, la sua casa era a mia disposizione, gli avrebbe fatto piacere
ospitarmi. Non dovevo aspettarmi granch, pareti e pavimento di legno, assito grezzo: fatiscente al pari
delle altre. Laveva ereditata da un amico. Morto di Esit, fu sul punto di dire la probabile verit.
Gliela indovinai sulle labbra e nello sguardo: Aids. Ma gli manc il coraggio e disse: cancro. Come se
fosse una parola meno grave, che dava meno dolore, che addirittura riusciva a offrire conforto.
Nella casa di Clare Peter non restava mai a lungo, per ci tornava regolarmente, soprattutto in
quel periodo dellanno.
Lepoca delle opere di bene lo prese in giro Larry.
Peter era impegnato nel movimento per i diritti degli aborigeni e ogni anno, in un luogo poco
distante da Clare, si teneva un raduno o festa rituale, insomma qualcosa del genere, qualcosa che
doveva essere testimoniato.
La Toyota di Larry costeggi il perimetro a semicerchio dellalbergo e si ferm davanti al
ristorante che spariva sotto le arcate del portico e si rivelava soltanto per un lampo, laggi sul fondo.
GIOVANNIS ROOM, SU una targa di ottone.
Doveva essere per forza quello. Aveva perfino conservato il suo nome. Il ristorante di Giovanni:
di mio padre.
Mai nei miei sogni lavevo immaginato cos. Cos perduto e solitario.
Entrammo.
Una scala di legno saliva verso il primo piano, a sinistra il salone deserto del ristorante, due soli
tavoli apparecchiati con tovaglie a scacchi rossi e bianchi. Prendemmo posto e un vecchio in ciabatte di
gomma port tre Fosters. Caraffe ghiacciate, appena uscite dal freezer, che a malapena si tenevano in
mano.
Ho lavorato qui disse Larry indicando il bancone del bar che girava lungo due intere pareti.
E ti assicuro che sembrava piccolo, a quei tempi.
Ma allora
Dovetti cercare le parole.
Se questo era il tuo bar senza dubbio conoscevi il proprietario.
John? Un vecchio amico.
John. La delusione mi smorz in bocca il gusto gelido della birra. Poi capii. John non era altro
che la versione indigena, per cos dire, di Giovanni.
La figlia italiana?
Non ricordo quando e come lo dissi. Ma ricordo la sorpresa di Larry.
La figlia italiana? ripet pi volte scrutandomi incerto.
Sorpreso, s. Per sapeva chi ero. E questo mi parve miracoloso.
Un miracolo che possedeva un peso e una consistenza fisica. Lo potevo misurare, toccare,
stringere: aveva la forma del mio sogno pi remoto e costante.
E l, in quel sogno, ero finalmente atterrata.
Con il mio corpo, con tutta me stessa, mi ero posata al centro del tempo. Nel punto esatto in cui
linfanzia diventa un eterno presente.
 ora, diceva mia madre dopo avermi passato lultimo piatto da asciugare e da riporre nella
credenza.
Arrampicata sulla sedia pi alta, io spingevo con entrambe le mani per chiudere lanta difettosa,
saltavo a terra e andavo di corsa a lavarmi i denti. Che meraviglia! Era gi notte. Non inventavo storie,
non mi facevo pregare, piantando i soliti capricci dei bambini, per andare a letto. Anzi, durante tutto il
giorno escogitavo mille piccoli trucchi e stratagemmi per affrettare quel momento.
Le lenzuola mi scivolavano sulle gambe nude in unoscura promessa. Con impazienza aspettavo
il bacio di mia madre. I suoi capelli mi solleticavano le guance quando si voltava per accendere il lume
notturno sul comodino.
Poi, finalmente, ero sola, nel mio letto, dalla parte del buio. Il gioco dellincontro cominciava.
 domenica, s, facciamo che  domenica
Arrivava sempre di domenica, e per giunta di pomeriggio a causa di un ritardo dellaereo.
Troppo tardi, ormai non arriva, non arriva
Basta. Nessuno lo aspettava pi. Non lo aspettava mia madre e nemmeno zia Sarina o zia
Erminia, che se ne erano uscite lasciandomi sola in casa a finire i compiti.
Che noia, anche di domenica
Dimprovviso, il campanello. Mi alzo. Apro. E lui sorride, le spalle gobbe per via della valigia,
profonde occhiaie di stanchezza.
Gli dico subito: mamma non c. Lui dice: non fa niente. Ma come. Non fa niente? Viene per
noi dallaltro lato della terra, non trova nessuno e non fa niente? Io capisco che in realt 
arrabbiato, anche se dice: non fa niente, sono solo un po stanco, ci vorrebbe un bel t.
A ogni puntata gli preparavo una tazza di t, che nessuno usava a casa nostra e tanto meno
offriva, ma era un rito pomeridiano di cui leggevo sui libri e che perci mi appariva terribilmente
esotico, affascinante.
Lui beveva a piccoli sorsi, come mi figuravo che si bevesse in simili circostanze, poggiava la
tazza sul piattino e diceva:
Non posso vivere senza una tazza di t, non posso proprio. Mi hai fatto un vero regalo.
Una voce compunta, naturalmente simile alla voce di zia Sarina. Era suo fratello, in fin dei
conti.
A volte mi sforzavo di non essere troppo minuziosa e precisa nelle scene o nei dialoghi, di
sfumare un poco le situazioni, colta da un timore superstizioso. Il timore che, per essere stata troppo
realistica, la mattina seguente zia Sarina annunciasse:
Preparati, lui  qui.
Che colpo, Dio mio! Se lavessi conosciuto davvero, se davvero me lo fossi trovato davanti
allimprovviso, come avrei poi fatto, la notte, a raccontarmi le meraviglie del nostro incontro? Vivevo
nel timore che un giorno o laltro mio padre piombasse l in carne e ossa, a interrompere il mio  il
nostro  gioco.
Non avevo mai smesso di giocare, in realt.
Crescevo stando ben attenta a non chiudere il cerchio, montando la mia vita a pezzetti, un pezzo
a destra, un pezzo a sinistra, tenendomi ai margini per paura di non lasciare abbastanza spazio al nostro
incontro notturno. Risparmiavo i sentimenti e le forze per quando fossi arrivata a passare la linea della
notte. E forse anche lui, mi dicevo, chiss, magari anche lui era intento a giocare nel buio, sul rovescio
del mondo, un qualche gioco analogo al mio, mentre di giorno
Di giorno in un motel cresciuto come unagave nelle nude terre di Australia, tra una birra e un
Martini, raccontava della figlia italiana.
Raccontava di me? Proprio di me? Era questo che mi stava dicendo quelluomo dai capelli
ispidi e le mani larghe? Non mingannavo, no. La sua voce, morbidamente sonora, riempiva tutto il
ristorante, ogni angolo, ogni intercapedine, ogni immaginabile spazio vuoto.
Ma certo, la figlia italiana ora affermava sorridendo, come se mi avesse tirato fuori
prodigiosamente intatta dal fondo di quei racconti dimenticati.
La rigidit che si era andata accumulando sotto la mia pelle, strato su strato, in tutti i miei
ventiquattro anni di vita, a questo punto si sciolse. Mi abbandon a ondate. La sentivo uscire dai pori,
dal bulbo dei capelli: una marea gioiosa e trionfante.
Fino a quando una frase non la fece di nuovo rifluire dentro di me.
Il fatto  che non avevo mai pensato a mio padre come a un uomo vero, in carne e ossa, con una
sua vita quotidiana. Lo riconosco: cera, nelle mie fantasticherie, una fissit maniacale, da ossessione.
Larry invece laveva conosciuto. Aveva conosciuto un uomo reale, con una vita reale. Aveva
lavorato con lui, un giorno dopo laltro. Laveva osservato nei momenti di riposo e nei momenti di
stanchezza, di inquietudine o di allegria.
Con unavidit vagamente incredula lo ascoltavo rievocare gli anni passati dietro quel bancone,
allinizio della sua carriera, quando il paese era ancora un punto di ritrovo per gli uomini che faticavano
nelle piantagioni di canna da zucchero o nelle fattorie dellentroterra. Giovannis Room era a quel
tempo lunico ristorante della zona che avesse la licenza per gli alcolici. Questo gli permetteva di
tenere un ottimo bar.
Si beveva bene da Giovanni sospir nostalgico.
Non succedeva come nei pub normali dove la vendita degli alcolici, per legge, si stringeva in
poche ore. E allora via, una birra dietro laltra, un boccale dietro laltro, senza mai staccare la bocca.
Per gli uomini era una gara, un modo di sfruttare fino allultimo il piacere di una bevuta in compagnia.
Compagnia di uomini, naturalmente. In molti pub le donne non potevano neanche entrare.
Le donne e gli aborigeni specific Peter.
Giovannis Room era lunico ristorante, da l alla costa, dove le figlie dei piantatori o le ragazze
di citt potevano andare a cena indossando il loro vestito pi seducente. Perch da Giovanni cera Larry
che credeva nella sua missione di barman: insegnare a bere con discrezione e discernimento. Se ne era
andato dopo qualche anno, per dimenticare una storia finita male.
Mio padre, al contrario, lui non voleva andarsene. Si trovava bene nel suo bianco regno
coloniale, dove tutti lo conoscevano e lo rispettavano. Meglio essere il primo in paese che il secondo in
citt, questo il suo credo. Aveva subito di malavoglia il trasferimento a Cairns. Subito: con quale altra
parola indicare quel sacrificio duro, imposto dalla moglie?
E invece  stata la sua fortuna. Cairns  cresciuta,  diventata un centro turistico importante.
Ma lui avrebbe preferito restarsene nellhotel bianco e ocra in mezzo alla polvere
dellentroterra. Meno soldi ma pi prestigio personale, pi autorevolezza.
E sarebbe rimasto, non fosse stato per Simona, disse Larry.
Simona odiava questo posto, soprattutto dopo la nascita di Melody.
Pensai di aver capito male. Ma linglese di Larry era talmente liscio, talmente piano. E allora
chi erano Simona Melody? Doveva esserci un equivoco, magari davvero il suo John non centrava
niente con mio padre Giovanni. O forse
Simona, Melody.
Ma s, s.
Avevo scoperto il mistero che si nascondeva nellassenza di mio padre: unaltra donna, unaltra
figlia. Tutto qui. Si riduceva a questo, poteva essere ristretto in due nomi il mistero che aveva
inquietato ed esaltato la mia infanzia.
Vittima di una truffa: questa fu la sensazione immediata che prevalse su tutto. Tanti anni a
immaginare, a formulare le ipotesi pi fantastiche e straordinarie, e adesso questa miseria di segreto.
Non potevo evitare di sentirmi defraudata. Di colpo, diminuita. Ero cresciuta dentro lalone di un
mistero che in pochi secondi si era sgonfiato e ridotto a proporzioni davvero miserande: unaltra
moglie, unaltra figlia. Capirai, che originalit.
E perch poi?, mi chiesi. Perch si erano tanto ingegnate a tenermelo nascosto?
Mia madre per prima, e le zie Mia madre taceva perch questa era la sua malattia. Ma le zie?
Il loro silenzio mi stringeva dentro uno scafandro protettivo ma anche dentro unenfasi che
invece di attenuare esagerava, che nascondeva la realt per esaltarne il riflesso. Non sarebbe stato pi
semplice dirmi come stavano le cose?
Mio padre aveva unaltra moglie e unaltra figlia. E allora? Non mi sembrava questa gran
tragedia. Al contrario, visto da questa prospettiva, il mio caso rientrava in una normalit assai pi
accettabile di quellassenza smemorata di cui non mi davo conto.
Ma non potevo scaricare la colpa soltanto su mia madre o su zia Sarina.
La verit era che io stessa lavevo ben cullato e ben protetto, quel misero segreto. Le poche
volte che avevo telefonato, non mi ero mai chiesta  e non avevo mai chiesto  di chi fosse la voce di
donna che invariabilmente rispondeva. Una voce spuntata qualche mese dopo la morte di mia madre.
Non prima. Una novit che avevo registrato automaticamente, senza chiedere spiegazioni.
Ma dovevo essere io a chiedere? E lui Cara figlia, cara figlia e non mi diceva niente di
Melody.
Quel nome soprattutto, quel nome.
Intero, non doppio come il mio, che si pu tagliare a piacere.
Chi sono io? Anna Paola nelle occasioni speciali. Annina o Paoletta, a scelta, tutti i giorni.
Un andirivieni quotidiano, unaltalena difficile da fermare. E anche quando riesco a fermarla
Perfino nella pronuncia pi stretta c sempre un intervallo nascosto, una cesura che genera confusione.
E come posso dare una regola alla vita se perfino il mio nome contiene un segno dindeterminatezza?
 una lotta quotidiana per condurre ordine l dove gli altri si sono divertiti a suggerire
disordine.
Anna Paola a me, Melody a lei.
Larry parlava masticando con fervore la bistecca su cui aveva rovesciato una salsetta
caramellosa, alluso americano. Continuavamo a essere gli unici clienti del vecchio che sera messo a
mangiare, a sua volta, e ciabattava asciugandosi la bocca mentre ci portava un vassoio di pane allaglio.
Un singhiozzo, e sulla soglia della portafinestra si materializz un affare giallastro, una cosa
grande quanto un cagnolino. La cosa diede un balzo di lato e rest, attonita, a gonfiare e sgonfiare le
orbite e il gozzo con rassegnazione. Un rospo gigante, il rospo delle piantagioni. Il vecchio non si
scompose, gli agit contro un dito e biascic:
Un altro salto e domenica ti vendo alle corse.
Promette bene disse Larry. Salta che  una bellezza. Scommetter su di lui.
Ma Peter si era accorto del mio turbamento e in silenzio mi fissava con il suo sguardo dolce,
macchiato di sangue.
Ero turbata,  vero. Sopraffatta dalla falsa materia con cui avevo costruito i miei stessi ricordi. E
tuttavia ancora non riuscivo a sostituire le immagini della mia fantasia con la realt. Cos rinchiusi quei
due nomi  Simona, Melody  dentro una capsula di rancore e le ricavai un provvisorio nascondiglio in
una zona muta della mente.
7
Cairns ha davanti la grande barriera corallina e dietro lumidit della foresta. Foresta pluviale.
Che oggi chiunque pu sorvolare in unora e mezzo, comodamente seduto nella cabina della funivia ad
ammirare il cuore della palma che si apre a stella per succhiare la luce.
Una citt di frontiera, dove tutti vengono da un altro luogo e da questaltro luogo si portano
dietro differenti modi di bere e di fare lamore.
Questa  Cairns.
Una citt con tante storie da raccontare.
Naturalmente bisogna amare il genere. Perch sono storie di gente che va e che viene, che
costruisce, abbandona e torna a costruire, e ogni volta non sembra lasciare tracce. Cercatori doro,
minatori, tagliatori di canne. Case di legno inghiottite invariabilmente dal fuoco. Ferrovie costruite
intagliando a mano, tornante dopo tornante, la montagna. Mogli irlandesi, ganghe italiane, sindacati
cinesi
Appena laltro ieri Grafton Street era una vera e propria Chinatown, piena di templi e fumerie
doppio, e il dragone che lattraversava in mezzo ai fuochi dartificio per festeggiare il Capodanno
cinese. Oggi  tutta caff, piazzette e negozi eleganti, da fare invidia a Nizza o Rapallo.
In citt come Cairns la Storia si nasconde, ma limmaginazione ha via libera e pu imboccare
qualsiasi direzione.
Quando la Toyota di Larry si ferm sul lungomare per farmi scendere, io mi guardai attorno e
pensai: questo posto lo conosco. E davanti al bordo di palme che si allentava per disegnare la falce di
uninsenatura, compresi allistante perch mio padre si era insabbiato proprio su quel litorale.
Cairns mi appariva in tutto e per tutto come la versione tropicale della citt sullo Stretto, la citt
dove lui era nato e anchio sono nata e vissuta fino alla morte di mia madre.
Le stesse strade dritte e le stesse case basse per via di una terra ballerina. La stessa falce a
chiudere il mare. Soprattutto, lo stesso lontano semicerchio di montagne, lo stesso cielo ventoso e
latmosfera, nascostamente eccitata, delle citt portuali pi volte morte dentro acque vuote e pi volte
rinate nei fischi delle sirene, nel borbottio dei traghetti, nella luce piatta delle macchie di nafta
galleggianti tra un motoscafo e una nave.
Una citt di passaggio, dove capita di restare impigliati ma dove si pu supporre che ci
avvenga soltanto per caso o, in ogni modo, per sbaglio. Una citt dove le radici degli alberi, nei cortili e
nei parchi, sono vene di superficie: non cercano la terra ma la libert fittizia dellaria. Insomma, una
citt dove leuforia stessa del movimento ti pu intrappolare e trattenere. Cammini cammini senza
muovere un sol passo.
La vita di mio padre mi si presentava, tesa in un simile telaio, come il rovescio di quella di mia
madre: cucita con gli stessi punti dritti e fermi anche se pi disordinati e con i nodi in rilievo.
Larry ingran la retromarcia, agit una mano fuori dal finestrino e si mosse scostandosi dal
marciapiede. Poi le grosse ruote scivolarono in avanti e la fiancata mi sfior superandomi e
nascondendo la testa bianca del mio nuovo amico. Lo rincorsi gridando il suo nome. Si ferm ad
aspettarmi. Ma non avevo niente da dirgli. Ansimavo, nonostante la brevit della corsa, trattenendo il
cuore con una mano sulla maglietta di cotone a righe.
Tranquilla. Ci vediamo pi tardi.
E se ne and definitivamente.
Tranquilla. Faceva presto a dirlo, lui, orfano di un eroe di guerra. Un padre che si era arruolato
volontario contro le truppe naziste, morto durante unincursione aerea, a Malta, quando Larry non
aveva ancora tre anni. Eroe per sempre. Ancora un padre di fantasia, se vogliamo, ma costruito senza
materiali di scarto, tutto nobili sentimenti e lealt.
Il tettuccio della Toyota lampeggi lontano sotto il sole.
Tranquilla?
Il fatto  che non sapevo da che parte cominciare.
Cominciai nel modo pi ovvio: da un indirizzo. Quello che scrivevo sulle mie (rare) cartoline e
che spiccava come mittente sulle sue. Perch dovete sapere che, da quando era morta mia madre,
avevamo inaugurato entrambi, mio padre e io, lepoca delle cartoline.
Ora che lei non ci faceva da intermediaria, avevamo smarrito non solo il senso ma lo stampo
stesso delle parole. Il pi rarefatto dei nostri colloqui a distanza diventava un esercizio faticoso. Il
diaframma era caduto, la finzione pure, e noi eravamo soltanto due estranei che si scambiavano educati
auguri e saluti da un capo allaltro della terra.
Prima, le cose andavano diversamente. Prima. Cio al tempo delle lettere, quando mio padre
scriveva in maniera costante e a intervalli regolari. E in ogni lettera aggiungeva sempre qualche frase
tutta per me.
Cominciava, immancabilmente: Cara figlia
Mai Annina o Paoletta, e men che meno Anna Paola. Cara figlia. Sii brava. Obbedisci alla
mamma. Anche allora, non  che si sforzasse molto a trovare argomenti di un qualche interesse, o
almeno a variare un poco il men. Sii brava e obbediente. Obbedienza, obbedienza. Non erano lettere,
erano prediche. Anzi, comandamenti. Anzi, un unico, ossessivo comandamento: obbedienza,
inevitabilmente obbedienza, inesorabilmente obbedienza. In ogni lettera quella parola stava l infilzata
in fondo alla pagina, agitando velenose zampette di ragno.
Di tutta la lettera, quelle erano le uniche righe che mia madre leggeva a voce alta.
Sii brava e obbediente.
Seduta in maniera straordinariamente composta, le mani sul tavolo, le orecchie bollenti
deccitazione, io capivo che in quel momento lui e lei tornavano a coalizzarsi, a essere padre e madre.
Una famiglia. Unita dalla necessit della mia obbedienza.
E va bene. Niente in contrario. Sarei stata brava e obbediente. E poi? Cominciavo ad agitarmi
sulla sedia e i bottoni saltavano, la gonnellina saliva di traverso fin sotto le ascelle. Non potevo credere
che tutto si riducesse a quel remoto e astratto comandamento. Mi tormentavo per indovinare quale
potesse essere il messaggio che sicuramente si nascondeva dentro la polpa delle parole.
Molto tempo dopo mi ritrovai in mano il pacchetto delle lettere, padrona di sciogliere il nodo
che le legava: erano mie, adesso. La mia eredit.
Questo significava che ormai ero adulta. In procinto di partire anchio. Pochi giorni e sarei
approdata sul Continente. Ma prima mi addentrai nella calligrafia di mio padre, voltandola e
rivoltandola, soffermandomi a ogni taglio, contando le asprezze e confrontandole con ogni minima
rotondit.
Rivelava pi cose la calligrafia del contenuto: notizie tanto scarne da risultare spesso
incomprensibili, rassicurazioni e rimpianti appena accennati, proteste e poi scuse e di nuovo proteste
per una promessa mai mantenuta e tuttavia rinnovata di lettera in lettera, di anno in anno. Perch mia
madre non diceva no, mettiti lanimo in pace, io laggi non vengo. Diceva: adesso non  il caso, ma
forse tra poco, chiss. La bambina  stata male tutto linverno, ha appena cominciato la scuola, deve
mettere lapparecchio per i denti La bambina ero io. E ancora non avevo diritto di parola e tanto
meno di scelta.
Diciotto anni di lettere inutilmente segrete.
Le lessi tutte, per intero, una dopo laltra. Soprattutto quellultima, che mia madre aveva
lasciato nella busta, ben separata dalle altre, in cima al mucchietto come unindicazione, un segnale,
quella lettera dove lui la pregava di dargli una risposta definitiva.
Non voglio forzarti. Ma devi riconoscere anche tu che ti ho dato tutto il tempo che mi hai
chiesto. Ora ho bisogno di sapere. Ho bisogno di una risposta.
Mia madre, pur di non rispondergli, aveva preferito mettersi a letto e morire.
Qualcosa mi aveva svegliato. Ma cosa?
Ero rimasta immobile sotto le lenzuola cercando di calmare laccelerazione del cuore. Sapevo di
dover rammentare. Mi ero svegliata di soprassalto, come se mi avesse scosso una mano familiare. Ma
dalloscuro tocco di quella mano era germinato qualcosaltro, una forza ignota, un terrore che non mi
permetteva di tornare a chiudere gli occhi. I battiti del cuore avevano ripreso un ritmo normale, ma
leco di quel richiamo non mi lasciava.
Mi alzai. Al buio, guidata dallabitudine, percorsi tutto il corridoio. I miei piedi nudi non
producevano rumore sulle mattonelle. In giardino, un gatto miagolava con irritata insistenza. Nella
casa, silenzio.
Zia Sarina e zia Erminia dormivano, ignare, allaltro lato della casa, un piano di sotto, dalla
parte del mare.
La porta era socchiusa, come sempre. Entrai nella stanza di mia madre. Anche l, silenzio. E di
nuovo dentro le mie viscere quel tocco intimo e oscuro. Rimasi ferma in ascolto. Qualcosa impediva
alla mia voce di uscire dal petto.
A tentoni, cercai linterruttore.
Non la vidi in un primo momento, quando la luce illumin un groviglio di lenzuola. Dal
groviglio emerse a poco a poco il lungo biancore delle gambe che la camicia da notte, rialzata, lasciava
scoperte. Mi avvicinai. Partendo dal suo ventre un fluido scialbo si irradiava sul materasso.
Cercai di districare un braccio dal groppo delle lenzuola. La mano ripieg sul polso con
morbida inerzia.
Le dita che avevano toccato la pelle di mia madre presero a bruciare.
Svelta, svelta cosa dovevo fare? Cera qualcosa da fare? Un gesto da compiere? Presto,
presto Ma il panico mi imprigionava in unimmobilit da camicia di forza che mi proiettava fuori
dalla mia carne.
In quellimmobilit tutto divenne chiaro, e seppi che era stata la sua voce a svegliarmi.
Lo seppi. E con assurda, lucidissima determinazione la mia mente comp uno scarto, mi
precipit in un sentimento infantile di onnipotenza. Mi concentrai fino alla follia, sforzandomi di
tornare indietro nel tempo, indietro fino a riacciuffare leco della sua voce che implorava. Se soltanto
avessi avuto la forza di portare indietro lorologio di un minuto, un minuto soltanto, che cos un
minuto in fondo, un miracolo piccolo piccolo un minuto mi sarebbe bastato per salvarla. S, un
minuto era sufficiente. Se io avessi fermato il tempo per un minuto, lei si sarebbe salvata.
Ma se anche il miracolo si fosse rivelato inutile? Se il tempo si fosse fermato senza scuoterla
dal suo abbandono? Tutto a quel punto sarebbe ricominciato daccapo. I battiti del mio cuore, le
mattonelle sotto i piedi scalzi, il nodo delle lenzuola. E allora chiusi gli occhi, li serrai forte perch non
si compisse il miracolo. Non avrei retto a sentire unaltra volta il suo polso che si piegava lento tra le
mie dita.
 da quella notte che ho cominciato a contare il tempo e i desideri.
Mio padre mand i soldi per il funerale, ma non reput che fosse loccasione giusta per tornare,
almeno la durata della cerimonia. Per telefono  Cara figlia  mi aveva chiesto cosa avessi intenzione
di fare. Io avevo risposto che, se per lui andava bene, avrei fatto luniversit a Roma. A lui andava
bene.
La partenza fu facile. Forse anche perch, per la prima volta, ero io ad abbandonare: una
possibilit che mi dava uneuforia da capogiro.
Eppure nessuna delle amiche di allora cap la mia decisione. Che bisogno cera di andarsene, e
per di pi da sola? Avevo  come tutte loro daltronde  ogni possibile libert. E una casa comoda,
dovero amata e viziata da zia Sarina, la sorella di mio padre, e zia Erminia, una zia dadozione, per
cos dire. Due indulgenti signore, invecchiate luna accanto allaltra, insieme a casa, insieme al lavoro,
nella cucina sul retro della loro pasticceria. Le maniche arrotolate sulle braccia bianche nel perenne
spolverio di zucchero a velo.
Un grande petto mediterraneo, zia Sarina. Zia Erminia un fuscello, con scarne dita trasparenti
dentro gli anelli dalle pietre dure. Pietre squadrate, di un denso color prugna, che un giorno avevano
spaccato le labbra di uno scippatore quindicenne, nel vicolo dietro il negozio. Un manrovescio secco,
sorprendente. Il ragazzo sera messo a piangere e lei a consolarlo: non  niente, su. I passanti,
impressionati dal sangue, li guardavano con palese disapprovazione.
Nel loro mondo fatto di complicit e rispondenze simmetriche, io non potevo entrare. Per mi
amavano, zia Sarina e zia Erminia. In una maniera svagata ma essenziale, mi amavano.
Perch andarsene, allora? A diciottanni nessuno se ne va pi di casa, non c motivo. E il
Continente anche il Continente che sogno logoro, consumato Ma il mio sogno andava pi in l.
Andava a mio padre, laustraliano.
Per dieci giorni zia Sarina si era chiusa in un indecifrabile borbottio:
Andare e tornare, andare e tornare. Sempre la solita follia.
Invece mi ci sono voluti cinque anni per partire di nuovo e andare pi lontano. Allindirizzo del
tempo delle cartoline.
La casa mi accolse con la stessa dimestichezza della citt. Un colore familiare, una veranda e un
cancello, unaria che si faceva subito riconoscere e trasmetteva un messaggio puntuale alla mia
memoria. Sorgeva un po isolata, di fronte a una spiaggia e a un mare impraticabili, belli da ammirare
seduti su un muricciolo, al sole del tramonto: la spiaggia e il mare di una citt che vive sul porto.
Mi fermai. Non ero per niente sicura di ci che di l a un minuto avrei fatto.
Oltre il cancello, nello scorcio in penombra dellingresso, si intravedevano i primi gradini di
una scala.
Qualcosa di familiare.  vero. Ma cera anche qualcosa di pesantemente estraneo nella casa di
mio padre. Un errore di prospettiva difficile da individuare, un giardino troppo fitto di piante di cui non
conoscevo il nome e di fiori che profumavano a un vento dallala pi ampia dello scirocco e che invece
di sospingermi avanti mi ributtava indietro, mi sbatteva in faccia un sapore lontano, il sapore di
zucchero a velo sulle braccia di zia Sarina.
Era quel vento a inchiodarmi sul marciapiede, in pieno sole, e a bloccare i miei passi. Avrei
dovuto lottare contro quel vento per aprire il cancello, oltrepassare il giardino, infilarmi nellandito e
salire i gradini della scala nascosta nella penombra. Ma poi salivo come per abitudine, riconoscevo a
tasto il legno della ringhiera, lo snodo del primo piano. Mi vedevo fare tutto ci e capivo di non
desiderarlo affatto.
Qualcosa opponeva resistenza. Qualcosa che mi trascinava in giri inconcludenti davanti a quel
cancello chiuso.
Mi concentrai sui miei passi. Venti fino allangolo della via, trenta fino al varco sulla stretta
banchina che bordeggiava il mare.
Le suole delle mie false Tods (bel risparmio!) erano insopportabilmente calde e molli, troppo
aderenti allasfalto, mi bruciavano le piante dei piedi.
Cercai riparo sotto un albero che strizzava la sua mole immensa in un cerchio di terra del tutto
incongruo, tanto che dava uno stringimento al petto, un senso di asfissia. Nel frattempo con lo sguardo
entravo attraverso lapertura delle finestre a catturare la piega di una tenda, un lampadario a gocce,
lultimo ripiano di uno scaffale.
Dal retro della casa giungevano voci di bambini. Acute, eccitate dai giochi. Una donna usc e
rientr. Indossava un prendisole azzurro che lasciava scoperte le spalle lucenti di crema. Sentivo
lodore della crema sulle sue braccia cos intensamente come avevo sentito, poco prima, il sapore dello
zucchero a velo sulle braccia di zia Sarina.
Un odore sano e affaccendato, da padrona di casa. Impossibile sbagliarsi. Era lei. Anche se mi
riusciva difficile sistemare limmagine di mio padre fra il suo prendisole azzurro e le voci dei bambini
che giocavano con una piccola sconosciuta di nome Melody. Nella mia testa continuavano a esserci
soltanto due posti: uno per me, uno per lui.
Scollai le suole dallasfalto. La gomma delle (false) Tods schiocc soddisfatta, come per
complimentarsi e dirmi la sua, mentre mi allontanavo. Brava, ti sei decisa. Lhai capito, finalmente.
Non  questo il luogo giusto. Non per lincontro che aspetti da ventiquattro anni.
Il cameriere mi intercett con prontezza, appena oltrepassata la soglia del ristorante. Un dito
puntato contro i miei jeans:
No sussurr. Non potevo entrare abbigliata a quel modo. E socchiuse gli occhi divincolando
il collo strozzato nel nodo di una cravatta nera. Aveva laria di essere uscito fresco fresco da una
stireria cinese che gli avesse inamidato anche i quattro capelli stirati allindietro.
Non si pu entrare con i pantaloni di denim ribad senza aggiungere neanche: mi dispiace.
E certo, esplorando e annusando latmosfera l intorno, dovetti convenire che quello non era
lambiente pi adatto ai miei jeans sfilacciati allorlo e nemmeno, se per questo, ai miei travellers
cheques contati e ricontati nella sacca della cintura.
La prima sala del ristorante consisteva in un giardino coperto, con fontanella e fiori
artisticamente disposti attorno ad alti cespugli di bamb. Era sera e la luce delle lampade filtrava con
moderazione attraverso la cortina di piante, mentre i Gipsy Kings cantavano in sottofondo Nel blu
dipinto di blu. Nellanticamera, dietro la porta a vetri, un cartello issato sopra una specie di leggio
informava: QUI SI PARLA ITALIANO.
Elegante? Considerati gli standard locali, larredamento e lapparecchiatura quasi sfioravano la
ricercatezza. Tovaglie bianche e sottopiatti. Una bella differenza rispetto al salone da avamposto
coloniale, per quanto curato, di Clare, con le sue tovaglie a quadri, da trattoria romana. Quel posto non
lasciava dubbi. Aveva fatto carriera, laustraliano. Si era arricchito. Ma invece di esserne orgogliosa,
scoprii che la sua fortuna cominciava a innervosirmi.
Non  nelle mie abitudini calcolare quanto mi  stato dato e quanto mi  stato tolto. Sono una
ragazza-che-si--fatta-da-s. E ne vado fiera. Eppure, in quel ristorante dove i miei jeans non erano
ammessi perch scompensavano un decoro, mi venne spontaneo fare un po di conti.
Il ritardo nel pagamento dei miei bonifici coincideva con la nascita di Melody. Giusto? Giusto. I
soldi tardavano non per questioni economiche ma per pura e semplice trascuratezza. Forse per una
felicit che distraeva da doveri troppo distanti.
Questo era un dato.
Ma io perch avevo scelto proprio quel momento per mettermi a conteggiare perdite e
guadagni?
Rancore o gelosia? Me lo chiesi, anche se un po distrattamente. I confini tra un sentimento e
laltro sono sempre cos difficili da tracciare! Un lavoro da specialisti. Materiale da lettino analitico. E
l per l lunico indizio che avrei potuto offrire a un analista era che avevo cambiato idea rispetto al
nome. Melody. Con quellipsilon finale! Non mi piaceva pi. Fasullo e di pessimo gusto. Da emigranti
arricchiti, per lappunto.
Non voglio cenare spiegai al cameriere. Non era quella la mia intenzione. Di proposito misi
nella voce un certo tono spregiativo: che si credeva, che mimpressionasse la messa in scena dei
sottopiatti di peltro e la parata delle cravatte?
Luomo prese a scrutare il vuoto, appena al di sopra delle mie spalle, con ostentata pazienza.
Non vuole E cos che vuole?
Voglio parlare con il proprietario.
Ma bene. Soltanto questo?
Il sorrisetto che gli indovinai tra le labbra mi irrit. E quando mi irrito succedono due cose, in
stretta concatenazione: arrossisco e, dato che la faccenda mi irrita ancora di pi, mi butto in manovre
diversive. In quel caso avanzai, decisamente. Ero ormai dentro, oltre lanticamera, e cacciarmi in
maniera plateale non conveniva, non si addiceva allo stile del locale. Meglio assecondarmi. Con
discrezione. Glielo lessi chiaramente in faccia, mentre abbandonava la contemplazione del vuoto e
tornava a mettermi a fuoco.
Una sola luce, sulla scrivania. Una luce bassa che lasciava in ombra luomo seduto dietro la
scatola del computer.
Luomo mi ignor e chiese al cameriere in un italiano inatteso e perentorio:
Ancora qui?.
Accompagn le parole con un fruscio di fogli spostati. Un movimento. E il raggio della
lampada da tavolo si alz facendo balzare in primo piano un collo testardo dentro un colletto slacciato.
Un attimo e si accese anche la luce centrale. Spuntarono una testa grande e delle spalle massicce.
Spunt una camicia sgargiante, a disegni rossi e bianchi, da turista alle Hawaii.
Inadeguata, l dentro, almeno quanto i miei jeans.
Ma lui lui era il padrone: dettava le regole, si inventava le eccezioni e conversava in italiano
con i suoi dipendenti, evidentemente scelti anche in funzione di questa loro particolare qualit, se
qualit pu chiamarsi parlare la stessa lingua del padrone.
Qual  il problema? domand con impazienza. Le sopracciglia dense gli si arruffavano sopra
un paio di occhiali senza montatura.
Il cameriere mi spinton in avanti e lui pieg leggermente la testa. Verso il problema. Verso
di me.
Avevo fantasticato scene del tipo: la guard negli occhi e impallid, fu sufficiente unocchiata
e Fantasie, non me ne vergogno. Fantasie compensatorie. Normalissime. Ma pur sempre fantasie. E
io so quando perdermi nelle fantasie e quando entrare nella realt.
Adesso ero nella realt.
Ma anche nella fantasia, se mi ritrovai a pensare: per  successo. Con un piccolo, piccolissimo
moto di dispetto mi. ritrovai a pensare:  successo davvero, qualche volta. Non solo nei libri. La
scintilla, la rivelazione immediata: era successo, in qualche caso.
Non nel mio, a ogni modo.
Laustraliano, ben al sicuro dietro camerieri e porte chiuse, nella stanza interna del suo bel
ristorante, gett nella mia direzione, al di sopra dellarco degli occhiali, uno sguardo che per amor di
verit non potrei che definire asettico. E rimase del tutto indifferente.
Non potevo fargliene una colpa: non mi aveva pi vista da quando ero uscita a forza dal ventre
di mia madre, tutta pelle e ossa, gialla e lanosa. Ero talmente brutta che forse  per questo,  per lo
spavento che aveva preferito non avermi pi sotto gli occhi e se nera andato una volta per tutte.
Sempre qua me li porti questi raccattamerda? disse la sua voce.
Quindi spinse indietro gli occhiali, sul ponte di un naso ben arcuato, e la luce della lampada da
tavolo cancell il suo sguardo insieme alla mia baldanza.
Veramente, a questo punto, lavevo persa da un pezzo la mia baldanza di giustiziera o di figlia
prodiga o di eroina tipo Dagli Appennini alle Ande o di qualsiasi altro personaggio improvvisato fino
a quel momento. Avevo soltanto male ai piedi ed ero stanca.  ovvio, le emozioni stancano.  il motivo
per cui, quando vado da sola al cinema, mi porto sempre un libro da leggere durante lintervallo: per
coprire unemozione con laltra.
Ma basta cos. Non voglio che qualcuno pensi che sto divagando.
Dunque mi sentivo confusa e stanca, e certo non mi aiutavano i colpetti insultanti sulla schiena
con cui il cameriere mi pungolava da dietro. Come se non mi trovassi in quella stanza, davanti a quella
scrivania, per un mio dichiarato proposito e mi ci avesse invece trascinato lui. A forza. Una vagabonda
che non aveva intenzione di pagare il conto.
Scansai lennesima spinta e mi avventurai in avanti con tutto il corpo. Ma non con i piedi. I
piedi mi tradirono. Inciamparono nel bordo di un tappeto e simpuntarono, sorprendendomi
nellaffiorare di un problema imprevisto.
Padre.
Agro e limone, non andava gi.
Pap.
Melassa a grumi. Difficile da deglutire.
Le parole rotolarono fin sulla punta della lingua e tornarono indietro. Come dovevo chiamarlo,
come? Qual era lappellativo pi appropriato per quelluomo?
Non mi restava altra scelta che aggirare lostacolo. Dichiarai:
Sono Anna Paola.
Gli occhi dellaustraliano riapparvero quasi per miracolo dietro le lenti. Per una frazione di
secondo temetti seriamente che replicasse: chi?, oppure che dalle labbra gli uscisse quel suo ritornello:
Cara figlia, ma Cara-figlia!
Invece sollev la testa. Non impallid, questo no, per la sua schiena si raddrizz in un modo
particolare, come se si fosse di botto irrigidito dallalluce alla vena sulla tempia che aveva perfino
smesso di pulsare. Infine, con la lentezza di chi sa di non poter pi rimandare una decisione del cui
senso tuttavia non si capacita, con questa lentezza si alz, gir intorno alla scrivania e mi venne
incontro.
Ma da quando ma come mai chiedeva intanto senza veramente chiedere, pi sospeso che
interrogativo.
E continuava a venirmi incontro.
Un passo misurato che scansava il mondo, lo spingeva in l senza complimenti, con la punta
della scarpa, per farsi largo. Una corpulenza che simponeva. Sentii la forza dei suoi muscoli sotto la
stoffa. Lodore del suo dopobarba. Un uomo grande. Un uomo forte.
Ora mi abbraccia, pensai stupidamente. E questo pensiero mi gett nel panico. Quel suo corpo
che occupava con sicura ponderosit lo spazio e lo impregnava di s, mi spaventava. Distinto feci un
passo indietro, scalciando il tappeto e portandomi a distanza di sicurezza.
Anche laustraliano, da parte sua, rallent. Una mossa spontanea che non era una risposta al mio
scarto. Le sue braccia mollarono ben prima di fare presa e gli restarono, impacciate e inerti, a penzolare
lungo i fianchi.
In certe commedie tutto finisce, nel bene o nel male, con lagnizione. Anchio non ero mai
andata oltre, nel mio inseguimento.
Non ero preparata al fatto che tutto, viceversa, comincia da questo punto. Esattamente da qui.
Dal cambio di scena.
8
Il giornale in lingua italiana e carta riciclata aveva un nome non proprio originale ma
impegnativo: Il tricolore. Rivelava nostalgie e ambizioni di certo onerose per un bollettino a foliazione
scarsa e ancor pi scarse notizie, di interesse quasi esclusivamente locale.
Mio padre si tolse gli occhiali da presbite e me ne porse una copia attraverso il tavolo di cucina,
in punta di mano come se mi porgesse un regalo, qualcosa di prezioso che andava trattato con riguardo.
Laltra mano si stringeva attorno alla tazza del primo caff della mattina, bloccandola nel piatto:
attendeva. Che cosa, non capivo.
Nel gesto di mettere e togliere gli occhiali il suo corpo si alleggeriva, perdeva volume e in
questa perdita si faceva pi accessibile, riducendo limbarazzo che ancora provavo in sua presenza.
Un sentimento come tanti, che pu correre tra un padre e una figlia. Ma pu essere lunico?
Si era aperto un vuoto l dove per tanto tempo lattesa aveva scavato il suo nido di fantasie.
Le tende erano raccolte di lato. Il sole batteva su stipiti di metallo e rimandava la sua luce
dentro la polpa della papaya che stavo portando alla bocca. La misi gi. Gocce filamentose color
zafferano mi si scioglievano tra le dita. Mi asciugai e presi il giornale.
Niente di eccitante in prima pagina e tanto meno nelle pagine interne: allarme per le case di
Cairns costruite senza tener conto del rischio sismico, revoca della licenza al Phoenician Club dopo la
morte per overdose di una sedicenne, megarissa tra aborigeni. Foto dei diplomati del St. Patricks
College, tutti con un fiore a sbocciare sulla giacca o sulle spalline degli abiti da cerimonia.
Trovato!
Su tre colonne: larrivo dallItalia della figlia laureata (in grassetto: appena laureata) di
Giovanni, proprietario del pi noto e raffinato ristorante del nordest tropicale.
Mio padre non si tenne pi e sorrise mostrando i denti che aveva lunghi e macchiati di nicotina
(perch, naturalmente, lui fumava). Dal naso gli usc un leggero sibilo di soddisfazione. Ora poteva
gustare il suo caff.
Freddo constat nellaprire le dita contratte.
E Simona veleggi sollecita nel nylon della vestaglia per togliergli di mano la tazzina e
versargli un caff caldo dalla moka.
Simona. Ossa lunghe. Busto sottile. Un filo di spaghetto che scivolava tondo, senza spigoli.
Anche Simona si aspettava i miei debiti oh! di meraviglia e io laccontentai. Che mi costava? In
fondo era abbastanza gratificante fantasticare che il mio arrivo e la mia laurea costituissero un
avvenimento non solo per la famiglia di mio padre ma per la comunit italiana dellintero Queensland.
Per quanto, a un esame pi accurato, la notizia si trasformasse subdolamente, inclinando verso
lannuncio economico: sotto il titolo campeggiava la foto del ristorante con tanto di indirizzo e, in un
riquadro a lato, lelenco delle specialit pi sfiziose.
Bravo, avrei voluto complimentarmi. Un vero talento per la promozione degli affari: tutto torna
utile, anche una figlia uscita senza preavviso dal cancello di sbarco di unaltra vita.
La vita. Proprio lei. Mi ero sempre chiesta come fosse in una famiglia normale. Eccola qua. Ora
avevo modo di sperimentarla.
Intanto vigeva lobbligo della prima colazione, da consumare seduti regolarmente a tavola, nel
soggiorno-cucina. Ognuno col suo sottopiatto di vimini e le posate giuste per la marmellata, il miele, la
frutta e la macedonia. I portauova svolgevano una funzione puramente decorativa, dato che si mangiava
allitaliana, qualche biscottino, focacce o, al pi, pane imburrato. Burro di arachidi: una pasta marrone
che traspariva dalla vaschetta della Kraft, confezione familiare con lo scoiattolo vestito di giallo sulla
lamina di carta stagnola.
Pronta sul fornello, la caffettiera per lespresso. E a questo punto Giovanna o anche Lia
avrebbero obiettato: un particolare troppo etnico. Un eccesso di italianit. Oggettivamente stonava,
sciupando quella certa aria da telecommedia americana, tutta benessere e salute, profumo di toast e
spremuta darancia.
Sedersi a tavola per dare inizio alla giornata.
Da tempo avevo perso questa abitudine. Da quando mi ero sottratta alla tutela di zia Sarina,
dimenticando completamente il vincolo della prima colazione. O, se volete, la sua disciplina rituale.
Qui era Simona, naturalmente, a officiare il rito. Ogni mattina alla stessa ora, in vestaglia
spumeggiante e pantofoline col tacco, regolava la giornata, le dava un principio e un criterio
modellandola dentro i suoi gesti. Il fuoco sotto la caffettiera. Le focacce da riscaldare nel forno a
microonde. Quando mio padre scendeva:
Aspetta un momento.
E le sue unghie smaltate correvano ad aggiustargli lungo i risvolti la camicia dal colletto floscio,
a disegni vistosi, da portare fuori dai pantaloni: in una parola, da giovane bullo. Ma giovane mio padre
non era,
Simona invece s. Ancora pi di quanto mi fosse parso nella sua fugace apparizione in
prendisole azzurro, la mattina che mi ero messa a spiare la casa.
Da principio la sua giovinezza mi sorprese, io confesso. Soprattutto mi sorprese quel suo essere
giovane in maniera tanto convenzionale e antica.
Questa, almeno, la prima impressione.
Sembrava che non ci separassero soltanto una decina di anni (e forse meno), ma barriere ben
pi solide e invalicabili.
Non che si comportasse da matrigna, per carit (bench lo fosse, tecnicamente parlando). La
specie delle matrigne si  estinta da un pezzo in questepoca di secondi, terzi, quarti matrimoni e
bambini in provetta e uteri usati come sacchetti della Standa.
No, era piuttosto il suo modo di muoversi tra i fornelli e la tavola. Lo spiumeggio della
vestaglia. Le unghie che sappuntavano alla camicia di mio padre, ne sagomavano la forma e se ne
impadronivano in sfolgorii affilati che tranciavano qualsiasi interferenza. Come se Simona avesse
riacchiappato, in un suo personale viaggio a ritroso nel tempo, un vecchio ruolo tradizionale e, dopo
averlo spolverato ben bene, se lo fosse appeso al petto: unetichetta da ostentare.
Per chi? Per gli altri? Per mio padre? Per se stessa?
O era per me che si esibiva provando una parte dietro laltra, la sposa giovane, la moglie solerte,
la signora, la padrona di casa?
Troppe parti, e tutte in una volta. Si agitava inutilmente, rimboccando le maniche fino alla punta
del gomito, spingendo in avanti una spalla abbronzata Parlando. Molte parole e pochissime
domande.
Ci conoscevamo da dieci minuti appena e gi era l che spalancava un armadio a muro, spiegava
il funzionamento di un tritacarne multiuso, accendeva il lampadario a gocce del soggiorno. Mi aveva
costretto a una visita minuziosa, una stanza a seguire laltra: il giro delle meraviglie domestiche.
Un curioso ibrido, in realt.
La casa che Simona mi andava mostrando a passi trionfali non era che un miscuglio di qui e di
laggi. Praticit australiana e anticaglie italiane.
Una sfilza di bomboniere occupava lintero triste ripiano di una triste libreria scarsa di libri. Un
corso di medicina a fascicoli, un dizionario di inglese, un volume di ricette napoletane. Libri pochi ma
soprammobili tanti.
Un arredamento che sintonava perfettamente alla sua vestaglia: lezioso e sovraccarico ma con
unidea di non finito, di appuntato con gli spilli.
Un abito in prova.
Mi bast un niente per accorgermene. So riconoscere al primo fiuto le varie specie e sottospecie
di precariet. Se permettete me ne intendo, precaria stabile come sono nel lavoro, nella vita e
nellamore. Potete credermi: tutto era ancora in prova, dentro quella casa e fra di loro, ogni minuzia
quotidiana, ogni gesto, ogni oggetto, lessenza stessa del loro vivere assieme.
Forse perch sette anni sono una misura bastarda. Troppo pochi per mutare stile, troppi per non
mutarlo.
Ed erano passati giusto sette anni dal loro primo incontro: anche questo lo seppi subito, appena
arrivata, nel tempo che ci volle a salire la rampa interna delle scale.
Una rivoluzione.
Simona saliva svelta, i sandali che sbattevano contro la pianta del piede, per mostrarmi il
secondo piano e la stanza degli ospiti (la mia stanza, fino a quando fossi rimasta). Saliva e raccontava
della sua rivoluzione destate: un agosto, un viaggio, un incontro che le aveva cambiato la vita.
E sai come ci siamo conosciuti? Per caso!
Lo disse come se fosse un destino glorioso e non quello che capita, pi o meno, a tutti.
Di singolare, se proprio vogliamo trovare una singolarit nel loro incontro, cera il fatto che lei,
allepoca, non viveva in Australia ma in Sicilia. Per lesattezza a Catania. Citt di pietra lavica, chiusa
fra il mare e il vulcano. La sua citt, fino a quando non aveva conosciuto Giovanni (disse Giovanni,
non tuo padre), nel corso di quel viaggio fuori programma.
Per caso laveva conosciuto, e per linsistenza del cugino Anacleto, che poi cugino veramente
non era ma un parente di secondo o terzo grado. Amico di suo padre, pi che altro. Quellamicizia
tipica degli uomini di una volta, la mattina insieme a caccia, la sera insieme al tavolo da gioco, e,
quando avevano finito con le carte, un giro di bicchieri al bar o su e gi per il corso a commentare le
imprese della locale squadra di calcio.
Delle sorti della loro squadra avevano continuato a discutere anche quando il cugino Anacleto
era emigrato in Australia. Alla fine di ogni campionato, puntualmente, si scrivevano. E io mi figurai le
lettere che andavano avanti e indietro analizzando, con lantica lentezza dei loro passi sul corso, le
ragioni di un dribblaggio o di un salto di porta.
Dopo quarantanni, dimenticando per una volta il campo da gioco, il cugino Anacleto aveva
scritto per annunciare il matrimonio della nipote pi piccola, la prediletta: il suo vecchio amico non
poteva fargli lo sgarbo di non partecipare.
Dritta sullultimo gradino in cima alle scale, Simona si era girata a squadrarmi dallalto in
basso:
Lo sai come vanno queste cose.
Ebbene no, non lo sapevo, ero cresciuta con preoccupazioni diverse, fuori dai clan familiari,
dentro altre trib.
In conclusione: lo sgarbo non si poteva fare, per erano anni che suo padre si trascinava da una
sedia allaltra. Cos era toccato a lei E nel salire sullaereo, neanche un presentimento.
Il suo primo viaggio, la sua prima estate da sola.
Avrebbe preferito New York, o almeno Sydney.
Simona rise, sempre guardandomi dallalto in basso, la linea delle gambe che sintravedeva
sotto il vestito leggero. Quando rideva le labbra scoprivano le collinette rosse delle gengive e le
toglievano fascino. Si chin per raccattare un giocattolo abbandonato fra un gradino e laltro, e quando
si rialz non rideva pi.
Lisolamento della fattoria: il primo impatto era stato tremendo. Come si poteva vivere in quella
lontananza, a girare lo sguardo giorno dopo giorno dentro un paesaggio vuoto. Ma ben presto la fattoria
si era riempita e aveva preso unaria di festa paesana che la divert e le fece dimenticare lo spavento.
Tutte le sere i vecchi suonavano con la fisarmonica musiche di un mondo che non esisteva pi, le
ragazze ballavano sotto la jacaranda e i ragazzi si davano coraggio con la fiaschetta del rum. Cera
gente nuova ogni giorno. Cerano gli invitati. E fra gli invitati Giovanni.
Tuo padre disse questa volta.
E nel dirlo perse slancio.
Lo recuper allungando dimpeto le braccia e spalancando le porte per farmi ammirare le
camere da letto del secondo piano.
Fino a quel momento mi ero vietata qualsiasi confronto. Ma adesso la differenza e la
somiglianza mi si mostravano in maniera troppo netta.
Anche lei, s anche lei come mia madre si aggrappava ai mobili e ai vasi di smalto,
allargenteria e alle tovaglie di lino. Ma con una vitalit e unimpazienza vorace che consumavano ogni
oggetto al primo tocco.
E al contrario di mia madre che difendeva la casa dal passare del tempo chiudendola alla luce e
ai cambiamenti, lei amava sperperarla.
La sua voce si arrochiva in una golosit particolare quando commentava di un tavolo troppo
grande, di un televisore troppo piccolo, di un copriletto che non si intonava, a suo parere, col resto:
 da cambiare.
Da cambiare anche Chato, la domestica filippina, con le sue trovate stravaganti. Lavava
linsalata gettandola nellacqua bollente, come se ancora si trovasse nel suo paese, che abbondava in
special modo di microbi e infezioni.
E mentre la sua voce andava cambiando mobili e persone, io pensavo: non  Simona, non pu
essere lei il segreto di mio padre.
Perch, se un segreto cera, non durava da sette ma da ventiquattro anni, da quando se nera
andato e aveva messo fra di noi la distanza di tre continenti e uninfinit di mari che non aveva mai
trovato il modo di attraversare di nuovo.
Ho bisogno di una risposta, aveva scritto nella sua ultima lettera.
Ma questo era accaduto appena sei anni fa.
Sei anni e otto mesi, per lesattezza. Simona conosciuta da poco e Melody di l da venire.
Avevano lasciato passare troppo tempo, lui e mia madre. Troppo tempo, pensai. Se lerano
giocato a dirsi cose non vere, a calcolare le mosse e a rimandarsele da un lato allaltro della terra.
Alla fine era successo.
Per caso. Ovviamente. Per caso sera ritrovato a ballare sotto la jacaranda, le braccia attorno alla
vita di Simona. E insieme a lei, a larghi passi di danza, era tornato indietro, molto indietro, in un
lontano cortile di casa, a respirare una dimenticata aria di casa. Unaria talmente forte da spingerlo fino
a un bivio. Qui si era fermato e aveva preso carta e penna per affrontare il problema. In un modo
diretto, finalmente, eppure elusivo, come al solito.
Ho bisogno di una risposta
Ma lasciava alla moglie la responsabilit della scelta, almeno in apparenza. E non spiegava.
Non raccontava. Ci andava cauto. Chiedeva un gesto  un s o un no  perch voleva mettere un
contorno definito, una cornice al quadro astratto del suo matrimonio. Ma con parole che non
diventavano mai sentimento, mai dolore o piacere, solo ragionevolezza e utilit.
Come sempre.
Fra tutte le sue lettere non ce nera nemmeno una che parlasse damore. Per la donna lontana a
cui stava scrivendo o per una donna pi vicina, non ha importanza. In ogni caso lavrei tenuta fra le
dita, quella lettera, facendo frusciare piano la carta, prestando ascolto alle sue ragioni.
Possedeva un cuore pigro, laustraliano. Questa era la semplice verit, larido segreto a cui
dovevo rassegnarmi. Un cuore che si muoveva con la stessa misurata ponderatezza del suo corpo. Cera
qualcuno al mondo in grado di fargli perdere la sua misura?
Qualcuno
Melody, forse?
Ma qui, come avrete gi capito, devo prendere fiato per raccontare.
Melody nella sua stanza.
Melody arrabbiata con il mondo intero per essere stata esiliata nel recinto-giochi, lontana
dalle novit della casa. Lontana da me.
Melody intenta a colorare con i pennarelli le figure di una serie di libretti sparpagliati a terra.
Un ricciolo sudato sul collo, baffi verdi e rossi fra un piccolo dito e laltro, su quel cuscinetto
morbido di carne che  il dorso della mono.
Sono qui.
Lei mi ignora, lo sguardo abbassato con caparbiet sul suo lavoro.
Giusto:  a me che tocca la prima mossa. Mi avvicino, mi accuccio fin quasi ad alitare sulla
sua testa china e tento:
Sai gi leggere?.
La mano pressa pi forte la matita, fino a stracciare la carta.
No.
Ancora non mi guarda, ma le ciglia e le palpebre fremono come se volessero sollevarsi. Ha
ciglia lunghe sulle guance. Le avevo anchio, un tempo. Prima di addormentarmi ci giocavo
sfiorandone lorlo con i polpastrelli.
Faccio finta di arrendermi.
Va bene. Me ne vado annuncio.
Alza di colpo gli occhi: blu come il collo delluccello corridore. Un blu guerriero che
intimidisce e trattiene dalle carezze.
Non sono neanche alla porta che balza in piedi e di corsa mi afferra, si attacca ai miei jeans.
Mi abbraccia strofinando le guance contro la tela. Quando  ben sicura di avermi catturato, mi lascia
per andare a gettarsi sul letto.
 il suo trionfo.
Non leggo. Per dormo da sola. Guarda.
E rimane a gambe e braccia spalancate, quasi a misurare la grandezza del suo dormire da
sola.
Riccioli castani sempre scomposti sulla fronte, visetto a punta, minuta e silenziosa. Questa era
Melody, se me lo chiedete.
Quando parlava, usava una lingua tutta sua, alternando e mischiando litaliano con linglese, le
vocali aperte nel tipico accento australiano, tintinnando qualche parola nella lingua di Chato.
Non pusciare, protestava divincolandosi e sfuggendo alla stretta di sua madre, che la
correggeva: spingere, si dice spingere. Spingere, ripeteva lei diligentemente correndo a puntellarsi con i
gomiti alle mie ginocchia.
E non mi mollava pi.
Alla lettera.
Quando mi alzavo ero costretta a camminare tenendola appesa alle gambe. Il volto che rideva,
rovesciato verso lalto. Gli occhi blu.
Quegli occhi brillavano di una curiosit affascinata che non mi dava tregua: per Melody ero una
specie di celebrit. La sorella grande che viveva sullaltra faccia della terra e che un bel giorno si era
materializzata direttamente nella sua cameretta, per nessun altro scopo che per movimentare la sua vita
di bambina. Ero sbucata dalla fenditura di un desiderio. Con le piume, i lustrini e la magnificenza di
una superstar abituata a comparire allimprovviso. Di sorpresa.
Ma non cos di sorpresa comera comparsa lei, nella mia vita.
Melody sapeva della mia esistenza. A lei non era mai stato nascosto niente.
Nemmeno a me, sostenne mio padre quando ne parlammo. Nemmeno a me era mai stato
nascosto niente. Non di proposito, almeno.
Si era affidato a zia Sarina: non era forse questa la scelta pi sensata che un uomo nelle sue
condizioni potesse compiere? Aveva creduto di poter contare su di lei. Chi meglio di zia Sarina sarebbe
stato in grado di trovare la formula giusta, il momento adatto? Sono cose delicate Delicate. Come si
fa a spiegare certe situazioni per telefono? E con le lettere lui non aveva mai avuto fortuna.
Dopodich, strizzando gli occhi sulla carta intestata del ristorante (gli occhiali, dove avete
nascosto i miei occhiali?), riprese a compilare lelenco dei parenti che mi restavano da conoscere. Zii e
cugini, pi presunti che veri, in una quantit che non avrei immaginato.
Il mio silenzio, disse scorrendo alla fine la lista dei nomi, quello s che gli era parso strano.
Laveva interpretato come un atto di ostilit. Di disapprovazione per le sue scelte. Credeva che non ne
volessi parlare.
Che tu non volessi.
Bene. Ero esterrefatta: lo stesso identico vizio di mia madre. Le loro mancanze, in una maniera
o in unaltra, le rigiravano finch non diventavano mie. Immancabilmente, mi ricadevano sul collo.
Una gara che non avrei mai vinto.
La tranquilla certezza di mio padre di aver fatto tutto ci che doveva mi imbarazz pi delle sue
camicie.
C una foto sul comodino accanto al letto matrimoniale, dalla parte di lui: una ragazza
giovanissima con i capelli tirati senza piet dietro le orecchie.
Difficile lidentificazione. Penso tuttavia di riconoscerla. Un generoso omaggio a una morta.
Una pacificazione. Penso e penso per qualche giorno, quindi mi decido a chiedere conferma:
Mia madre?.
Si stupisce:
Mia madre. Tua nonna.
Per subito dopo mormora:
Mi dispiace.
Per la prima volta sento un filo di qualcosa, forse un rammarico, che ci avvicina.
Lia, Giovanna, care ragazze (e caro Manlio, certo)
Se non odiassi tanto le lettere, vi avrei scritto. E vi avrei detto: missione compiuta, obiettivo
centrato. Lho visto. Di fronte e di profilo. E non mi sembra che ci sia molto altro da vedere. Tre giorni
normali in una famiglia normale: ormai  fatta e me ne posso anche tornare, nonostante gli occhi
innamorati di Melody.
Vi avrei scritto pressappoco cos, prima che arrivasse la sera del terzo giorno e, insieme alla
sera, quella conversazione rubata. Un furto accidentale, commesso senza volere mentre scendevo le
scale, le dita che saggrappavano al corrimano in legno di yarran.
Un bel legno.
Un eucalipto bianco che a volte piange lacrime di gomma rossa perch dal suo tronco, se si d
retta alle storie del Tempo del Sogno,  uscito il pipistrello del male, del dolore e della morte.
Non trovate anche voi che sia unimprudenza usarlo per verande, scale e interni familiari?
Voci. Voci che salgono e rimbalzano di gradino in gradino. Voci prudenti che simpongono
proprio per la loro prudenza. Per una convulsione maltrattenuta.
Lei:
Che ti prende?.
Lui:
Niente.
Lei:
Come, niente.
Lui:
Lo sai.
Lei:
Stai esagerando.
Lui:
Ma perch non puoi aspettare. Non ti capisco. Giuro che non ti capisco.
Lei:
Promesse e promesse Sempre a promettere e non ti muovi mai.
Lui:
Non mi piace che tu parta da sola.
Lei:
Che male c?.
Lui:
E poi torni?.
Lei:
Come, non torno?.
Lui:
Ti sei stancata di stare qui, dimmi la verit.
Lei:
Stancata? Non tinventare cose.
Questo fu il primo scricchiolio. Il primo avviso che mi ramment come la normalit sia
composta di una sostanza instabile, che si volatilizza al primo giro di vento. A un certo punto,
inevitabilmente, si deteriora, imputridisce e comincia a buttare vermi, come la carne tenuta troppo a
lungo fuori dal frigorifero.
9
Fra tutte le insegne di tutti i bar del lungomare, quella era la pi promettente: BOILING
BILLY. Si allargava dallaltra parte della strada, fra un ristorante di specialit marine e uno di bistecche
giganti. Billy, per chi non lo sapesse, si chiama la pentola della tradizione, una latta dentro cui bolliva,
sui fal degli accampamenti, lacqua per il t aromatizzato con le foglie di eucalipto. Un t che veniva
shakerato allo stesso modo di un cocktail.
Era sabato, giorno di mercato a Cairns, e io sedevo di fronte al Boiling Billy, su una panchina
piantata nel bordo erboso dellEsplanade. Avevo di che riflettere. Su arrivi e partenze, sul gioco delle
combinazioni, sul fatto che certi viaggi portano in luoghi impossibili.
Pensavo e ripensavo, incrociando le caviglie e intrecciando le dita sulla mia panchina ai margini
dellEsplanade.
Perch lEsplanade?
Perch era molte cose assieme. Un lungomare ma anche un parco con grandi alberi e tavoli e
sedili di legno scuro sullerba e ragazzi occupati a leggere, ad accarezzarsi, a correre sudando dentro le
tute.
In mezzo a loro, io stavo bene.
Pi cera folla, pi stavo bene. La gente non mi passava a lato ma dentro, sul cuore stesso,
appiattendo e smussando sotto il rullo di una pressa allegramente rumorosa le punte troppo acute dei
sentimenti.
E la gente era tutta l, vicino al porto, dove si concentrava il turismo locale e straniero, i clienti a
prezzo fisso degli operatori turistici e i vagabondi diretti verso linterno o verso gli atolli corallini, per
una volta mescolati, insieme sulla stessa banchina e dentro gli stessi caff o in fila a farsi tatuare la
stessa ncora sullavambraccio. Si davano il cambio da un marciapiede allaltro, da un battello a un
mercato. Ciondolavano tra il sole e lombra in attesa di un passaggio o di una lezione di pesca
subacquea, di uninformazione o semplicemente di un viso simpatico con cui aspettare il buio,
comprare tacos, involtini primavera o pollo fritto e camminare nella notte, sempre pi vicini.
Soltanto le comitive si spostavano in nuclei compatti e formazioni stabili. Arroganti nella loro
autosufficienza emotiva. Una macchina da combattimento lanciata alla conquista del panorama pi
bello, del posto pi comodo, del prezzo pi conveniente.
Spagnoli, olandesi, tedeschi
E uomini dalla capigliatura ruvida, il naso grosso e la pelle mora che vendevano quadri
aborigeni poggiati contro gli alberi. Un modo di dipingere mai visto, che mostrava
contemporaneamente il dentro e il fuori, lo scheletro e la superficie del corpo, che disintegrava lo
spazio per ricomporlo in cerchi, linee, puntini gialli e ocra dentro unacqua morbida e violenta, un
affollarsi di galassie, unesplosione di materia nel pozzo del cosmo.
Stavo bene?
Sconnessa e disarticolata. Ecco come stavo. Allo stesso modo delle tartarughe, dei canguri,
delle formiche giganti sulle tele grezze.
Ditemi voi comaltro potessi stare. Ero arrivata da due settimane appena. E gi il mio tempo
non era pi mio ma qualcosa da regolare sullorologio di un uomo che trovava naturale che le cose
prendessero questa direzione.
Dicono che il patriarcato sia morto (e credo perfino di averne qualche prova). Ma laustraliano
sembrava del tutto ignaro di ci e si mostrava sinceramente convinto che io fossi arrivata fin l proprio
per questo, per farmi regolare il mio tempo da lui.
Non gli davo retta,  ovvio.
La cosa stupefacente  che nemmeno Simona gli dava retta, nonostante tutti i suoi caff caldi
serviti con sollecitudine e le unghie possessive, ogni mattina, che passavano e ripassavano sulla
camicia.
Per il resto del tempo, si difendeva. Anzi, attaccava.
Insomma, era guerra.
Me nero resa conto in una specie di illuminazione.
Non avevo molta esperienza in fatto di liti familiari. Non me ne intendevo granch, io. Cos era
stato un bel po seccante aprire gli occhi e scoprire dessere atterrata nel mezzo di una guerra di cui
sapevo poco o nulla, direttamente sul campo di battaglia.
Una posizione alquanto scomoda.
Per non parlare del codice daccesso alle ragioni delluno e a quelle dellaltra: scovarlo?,
unimpresa.
Visto, oltretutto, il modo che avevano di litigare.
Ancora?, mi chiedeva Chato affacciandosi in punta di piedi, il grembiule allacciato con stringhe
che si annodavano strette sulla schiena e giravano in nodi di rinforzo sotto il petto.
Dalle finestre del primo piano prendevamo a studiare il tettuccio rosso della station wagon.
Pensavo: sar normale? Era normale che per litigare andassero a chiudersi dentro la macchina
parcheggiata davanti al cancello?
Un gomito usciva dal finestrino del posto di guida. Ombre si agitavano dietro il lunotto
posteriore.
Finch un giorno
No, disse prima la testa e poi, miracolosamente, la voce di mio padre. Lasciarvi partire? Da
sole? Insieme  diverso, qualunque cosa accada muoia Sansone con tutti i filistei. Ma sole!
I suoi no scuotevano le fiancate della station wagon e Fonda durto arrivava fino a noi.
Pi blanda la voce di Simona. Pi cedevole, in superficie.
Mia madre avr pure il diritto di conoscere la bambina! In cinque anni mai una volta, una
Non vuoi daccordo, ho sbagliato, non puoi lasciare il ristorante. Ho detto: daccordo. Ma perch io
non posso andarci da sola? Vado e torno. Dove sta il problema.
Unora  minuto pi, minuto meno  prima che la portiera della station wagon si aprisse e un
sandalo si posasse a terra. Dentro il sandalo un piede dalle unghie laccate.
Simona scese, apr il cancello e, mentre la macchina si allontanava, risal il cortile camminando
a scatti nervosi. Un passo secco. Un rumore di ghiaia smossa.
Chato si copr le orecchie con le mani e incass la testa fra le spalle.
Io no, ma lei aveva esperienza in fatto di liti familiari.
Chiaro? Questa era la situazione su cui stavo riflettendo quando un cameriere del Boiling Billy
attravers la strada, veloce sui pattini, maniche gonfie e cravattino sciolto di sbieco nel vento. Davanti
alla panchina rallent curvandosi fin quasi a toccare con il mento la mia clavicola, lalito che si
insinuava tra il collo e lorecchio.
Una consumazione.
Non era una domanda, ma io risposi come se lo fosse.
Non ho ordinato niente.
Un giro di pattini, ginocchia piegate, e la sua voce torn a sibilare.
 pagata.
Mi tirai indietro e puntai gli occhi lontano. Sul marciapiede, fra i tavoli del Boiling Billy e
quelli del ristorante, unorchestrina tutta stracci e sassofoni improvvisava un jazz molto singhiozzato. Il
ragazzo pens che non avessi capito.
Al bar spieg. C una consumazione. Per te.
Silenzio. Non mi smuovevo. I pattini rollarono leggermente. Le narici si dilatarono e il ragazzo
cominci a respirare con affanno, il viso contratto in una comica disperazione. Disperava della mia
capacit di intendimento. Ma la mancia doveva essere stata generosa, perch sussurr per la quarta
volta, pi esplicito:
Vorrebbe offrirti da bere quel signore.
Quel signore faccione accaldato e collana con corno doro fra stomaco e camicia sbottonata
fino allombelico in bella mostra. Una consumazione! Possibile che non sappiano escogitare niente di
pi originale, neppure agli antipodi? In quel momento rimpiansi di non essere al banco. Perch mi
sarebbe piaciuto servirgli un bel cocktail come dico io, con tanto alcol puro, da mal di testa assicurato.
Ero sul punto di esibirmi in un gesto che speravo definitivo, quando qualcosa, o meglio
qualcuno mi si par davanti.
Stava passando in bicicletta. Si impunt a guardarmi e fren con una scartata pericolosa,
calando un piede a terra.
Ora lavevo di fronte, il manubrio girato di traverso, una ruota contro il bordo del marciapiede.
La pelle ancora bianca, di quel bianco cremoso che non si arrossa mai e per rivela in trasparenza
unoscillazione bruna, della stessa brunezza che sinfiltra a riscaldare la schiuma della Guinness.
Wendy.
E mi aveva riconosciuto.
Questa volta Wendy indossava calzoncini corti e una maglietta con la scritta: GLI ABORIGENI
HANNO SCOPERTO COOK. Non male, come presentazione: politicamente corretta, per chi ci fa
caso. Io ci faccio caso. Non sono quel che si dice una militante, ma credo che nella vita bisogna pur
provarsi a raddrizzare un paio di cose. Anchio, prima o poi, ci prover.
Ma sto andando fuori tema. Volevo soltanto raccontare come Wendy mi si par dinnanzi, con la
maglietta militante e i muscoli delle cosce che si tendevano e guizzavano sotto una pelle che mi
rammentava la crema di una Guinness nella luce notturna di un pub.
Ehil dissi. E l per l non mi venne in mente altro, anche se allimprovviso mi sentii
perfettamente a mio agio, in un posto gradevole, con tutto il mio tempo a disposizione e benevolmente
propensa a dispensarlo. Chiunque avrebbe potuto allungare una mano e prenderselo, il mio tempo 
Simona, Melody, mio padre, chiunque  ch in quel momento non avrei protestato.
Wendy scese dal sellino e, mentre si voltava, la farfalla cremisi usc dal suo soffice
nascondiglio, appena sotto la nuca.
Ti sei liberata? chiesi.
Non mi cincastrano pi.
Sorrise, al ricordo:
Quel paradiso di palme!.
Nero umido negli occhi. Torceva il collo sulla spalla destra guardandomi di sfuggita, con
unespressione di imbarazzo contento, dondolando piano il busto per fargli trovare un equilibrio che si
accordasse allequilibrio della bicicletta.
E che fai? chiesi di nuovo.
Che vuoi che faccia. Lavoro.
Pagata bene?
Pagata.
Per darmi un contegno allineai i piedi sotto la panchina. Ero confusa. Pur nella contentezza,
avevo la sgradevole impressione che qualcosa non funzionasse. Qualcosa di simile a unansia che mi
faceva vedere il dubbio nelle sue mani impacciate sul manubrio e la sospensione nel suo piede,
riluttante ma pronto a lanciarsi sul pedale. Poi lansia si sciolse e lei confess.
Larry Me lha detto lui che ti avrei trovata da queste parti.
Mi cercavi?
Non proprio. Volevo sapere doveri finita, tutto qua.
Davvero?
Mi sentii dun tratto audace. Sfacciatamente. Spudoratamente audace.
Volevi saperlo? Davvero? E come mai?
Curiosit tagli corto montando di nuovo in sella.
Ma laveva detto. Curiosit O suppergi. A ogni modo, un motivo pi che sufficiente per
spingermi in un balzo accanto a lei, a trattenere la bicicletta. Laveva ammesso, no? Si era data da fare,
aveva chiesto in giro, mi aveva cercato. Tenni saldo il manubrio, rigido comera. Non lavrei mollato
neanche se mi avesse spezzato i polsi, ci potete scommettere. Non si pu chiedere troppo al caso, al
destino, alla fortuna o a quello che .
Prendemmo a camminare cos, senza pensarci, soltanto per sfuggire alla fissit del sole,
entrando e uscendo dalla penombra degli alberi. Smagliature di luce accendevano le borchie di metallo
ai lobi delle sue orecchie. Le ruote della bicicletta a ogni giro frusciavano sullasfalto accompagnando i
nostri passi, introducendo il ritmo elastico di un contrappunto alle nostre voci.
Due ore pi tardi stavamo ancora a passeggiare, trascinando pian piano a turno la bicicletta 
noleggiata per una settimana, minform.
Ripassammo davanti alla panchina dove mi ero fermata prima di incontrarci. Il cameriere del
Boiling Billy seguitava a pattinare da un lato allaltro della strada e luomo dal corno doro aveva
trovato a chi offrire la sua consumazione. Un accomodamento niente male, una biondina con lo zaino e
il naso spellato dal sole. Gli feci ciao ciao con la mano e lui, stupito, alz le sopracciglia: mi aveva
cancellato.
Non capisco.
Era semplice, eppure Wendy non capiva la mia ostinazione. Perch avevo voluto a tutti i costi
conoscere un padre che gi si era rivelato perfettamente inutile? Inutile per crescere, inutile per vivere.
Non me lero cavata bene anche senza di lui?
Ma ti rendi conto libera!
Ecco, mi difendevo,  proprio questo. Libera: mi sforzavo di crederci. Ma a che mi serviva
avere un padre se non potevo ricordare niente, assolutamente niente di lui? Soltanto due settimane fa se
lavessi incontrato per strada non lavrei riconosciuto. Questo essere figlia e non esserlo, nel medesimo
tempo Mi gettava dentro un disordine intollerabile.
Wendy spingeva la bicicletta e scuoteva la testa.
Le mie ragioni non la commuovevano e il suo punto di vista restava diametralmente opposto:
un padre pesa, anche quando ti ama. Soprattutto quando ti ama. E lassenza pu essere un peso pi
facile da portare.
Lalberghetto  o, pi esattamente, il backpacker, ostello per saccopelisti, come cercai di
tradurre sul momento  era tenuto da un cinese. Una sistemazione molto economica. Accettabile, disse
Wendy. E il bar dove aveva trovato lavoro era vicinissimo, cinque minuti in bicicletta, non di pi.
Le porte si aprivano su una distesa di dormitori: gabinetti in comune e file di cinque, sei
materassi di gommapiuma buttati a terra, accostati luno allaltro in una formazione tanto serrata da non
permettere il passaggio, n a fianco n al fondo. Lunico modo per raggiungere il proprio letto era
scavalcare i letti degli altri. In tutto lalbergo si contavano soltanto due stanze doppie con bagno
privato: in una di queste si era accampata Wendy.
Anche l materassi a terra, ma le lenzuola non mostravano una piega, candide candide, appena
stirate.
Sopra un cartello dietro la porta lessi dettagliate e minacciose istruzioni in caso dincendio:
evitare di gridare e di correre, non preoccuparsi del bagaglio. SE LE SCALE NON SONO
PRATICABILI, ASPETTARE ALLA FINESTRA I VIGILI DEL FUOCO E ricordarsi che una
porta ben chiusa e resa stagna a mezzo di panni umidi protegge per un tempo lungo. Lungo pi della
paura?
Sul retro c una piscina e un giardino dove la sera organizzano il barbie.
Che stava per barbecue. Avevo notato questa mania australiana di abbreviare le parole. Vanno
di fretta, loro.
Wendy spalanc la finestra: tutto lo spazio si riemp di mare, vicino al punto che vedevo i
pellicani volteggiare e slanciarsi a catturare i pesci intrappolati dalla bassa marea. La sabbia aveva
risucchiato lacqua per un lungo tratto, lasciando affiorare isolotti verdi e bagliori immoti di laguna.
Seduta sul materasso, la schiena contro la parete, nei miei occhi rimanevano soltanto il cielo e la cima
scura di un mango.
Se c una cosa dellAustralia che mi piace,  questa, che anche il pi povero e il pi squallido
dei dormitori ha il suo bollitore e le bustine omaggio di t e caff in polvere. Unabitudine civile, che ti
permette di risparmiare su colazioni e merende e che facilita la tenuta di una dieta, per quelle come me
che ogni tanto ci provano.
Anche il backpacker del cinese aveva il suo bravo bollitore. Wendy attacc la spina alla presa
della corrente e apr la porta del bagno: tuttattorno alla doccia, lungo il tubo che avrebbe dovuto
sostenere la tenda, erano appesi i suoi vestiti. Pantaloni, camicie e ununica gonna che tir gi con una
sola mossa del polso.
Guarda un po se per lavorare devo travestirmi in questo modo!
Al bar la pretendevano in gonna. Nera.
Anche il manuale del mio corso per barman alle donne comandava gonna nera o blu scuro,
camicetta e grembiulino bianco. Quel grembiulino, al solo nominarlo, mi faceva rabbrividire di orrore.
Mai indossato.
Quando lavoravo da Carlo, avevo adottato senza problemi la classica divisa maschile: giacca
bianca (o gil) e pantaloni neri. Ma ci che veramente importa, per un barman,  la tenuta dalla vita in
su. In certi bar tollerano tutto, perfino pantaloni fantasia, a zampa delefante, elasticizzati, senza piega,
e gonne strascicose, alla caviglia, allinguine: tutto purch la giacca sia impeccabile. In fondo, non
siamo che dei mezzi busti.
Wendy per lavorava da cameriera, non da barman, e questo riduceva drasticamente le sue
possibilit di scelta rispetto alla divisa.
Appena trovo un altro locale, li mollo.
Si sfil la maglietta. Braccia alzate, pancia tesa, lampo freddo sullombelico forato da un anello.
A loro volta i calzoncini scivolarono sul polpaccio magro e allungato per andarsi a impigliare nella
fragilit aguzza dei malleoli.
Ma lo scatto dei muscoli nelle sue cosce, quello aveva forza. O, meglio, una prepotenza che mi
arse le guance e mi rimand a un altro slancio. Alla tensione precisa con cui le gambe di Manlio si
puntavano al letto e lo risalivano, il ginocchio deciso, il fianco accogliente.
Manlio Ma chi ci pensava pi a Manlio? Non era il suo profilo a tenermi compagnia, la notte.
Lui non laveva voluto. E io non lavevo chiesto.
Wendy fece schioccare lelastico del reggiseno allaltezza dello stomaco prima di infilare un
piede dentro la gonna. Corta e aderente. Peggio di quelle che era costretta a indossare quando andava a
scuola e poi dallanalista a parlare di mamma e pap. Non c verso di parlare daltro, con gli analisti.
Il Talmud, rammentai. Il Talmud che minaccia: guai ai bambini con i genitori dalla voce uguale.
Ma a quanto pare ce n per tutti. Anche per quelli con mamma e pap sposati e conviventi. Bambini
regolari, per cos dire. Magari invidiati come Wendy: la beniamina di pap.
Sua sorella Tessa, la primogenita, era invece la cocca di mamma, come sempre succede in
questi casi.
E si pu ben capire comment ironica.
Era merito di Tessa, o quantomeno della sua nascita, se lui laveva sposata. Probabilmente suo
padre amava lei, Wendy, proprio per il motivo opposto., perch era nata, come dire, gratuitamente. Nel
senso che il suo arrivo non comportava ulteriori obblighi, tutto quello che doveva essere dato era stato
dato, non rimaneva che lo spazio dellamore. E lui laveva occupato tutto, da bravo Ariete, soggetto a
passioni cieche e non preordinate.
Si pass le dita a pettine tra i capelli e poi li raddrizz con il palmo della mano ben aperto, a
spatola.
Tuo padre, di che segno ?
Che domanda. Come potevo saperlo? Non avevo mai festeggiato il suo compleanno. E se non
c labitudine alla festa Giorno, mese, anno di nascita: particolari da commissariato di polizia, da
impiegato dellanagrafe, da burocrate degli anniversari (vedi mio padre: ogni anno una cartolina e mai
uno sgarro). Perch avrei dovuto ricordarli?
Il bollitore fischi.
Potrebbe essere un Ariete anche lui fece Wendy staccando la spina. Le caratteristiche del
segno ci sono tutte.
A cominciare dal fatto che lAriete comanda e non discute. E quando il suo amore si rovescia in
furia non c niente da fare. Proprio quello che era successo con suo padre.
Qualcuno  chi, Wendy non era mai riuscita a scoprirlo  era andato a spifferargli la faccenda
del bacio. Qualcuno che sosteneva di averla vista mentre si stringeva con tutto limpeto di cui era
capace a una compagna di scuola, le labbra sulle labbra.
Di schianto, dal suo Eden di figlia prediletta, era precipitata in un inferno di interrogatori e di
minacce.
Per colmo di disgrazia, non era nemmeno certa che il suo bacio fosse stato accolto con la stessa
appassionata persuasione con cui lei laveva dato.
Che pasticcio. Non capivo pi niente.
In particolare non capiva che cosa le convenisse fare: dato il frangente, era meglio correre da
una chiromante per una diagnosi sul suo futuro amoroso o dallanalista perch cercasse di indovinare il
suo futuro di figlia?
Ma ci che davvero bruciava era quel rovesciamento totale: da figlia prediletta a paria.
Un bel salto, non c dubbio. E in qualche modo ne avevo esperienza anchio, bench in
maniera indiretta, per interposta persona.
Zia Sarina, naturalmente. Zia Sarina che diceva con un sospiro gonfio di lontane tempeste:
Eh, tu non li hai conosciuti i nonni.
Non avevo fatto in tempo. Ma sapevo che il distacco di mio padre li aveva addolorati meno
dellabbandono della figlia, che li aveva lasciati per vivere con chi? con unamica, con
quellErminia.
Non avevano voluto pi vederla. E, a forza di non vederla, si erano convinti di averne
addirittura cancellato lesistenza.
Un talento di famiglia questa capacit feroce e senza remissione di allontanare da s i figli, di
relegarli in una contrada lontana, alla periferia della vita. Non era, a ben pensarci, quello che aveva
fatto anche mio padre?
Zia Sarina, al contrario, mi avrebbe voluto accanto, nonostante quella sua esistenza concentrata,
chiusa dentro ununica passione che doveva essere protetta, tenuta al riparo. Un compito difficile. E
niente e nessuno aveva il potere o il diritto di distrarre zia Sarina da questo compito.
Nemmeno io.
Alla fine Wendy non era andata n dalla chiromante n dallanalista. Per aveva dimostrato la
sua buona volont infilandosi nel letto di un amico.
Una mossa calcolata. E un azzardo. Perch non sapeva se in questo modo suo padre si sarebbe
tranquillizzato o se, viceversa, si sarebbe infuriato ancora di pi. In ogni caso, era necessario che anche
questa volta qualcuno si prodigasse in una bella spiata. Contava molto sullamico in questione, perch
si spargesse la voce e le malelingue si mettessero in moto.
Lamico, invece, aveva fatto il signore e se ne era stato zitto. Fatica sprecata.
Ma un segno quella vicenda laveva lasciato. Me lo mostr: bianco e irregolare sul polso. Il
taglio di una lametta.
In realt non volevo farmi del male.
Vi pass sopra, delicatamente, la punta dellindice.
Mi credi?
Per controbilanciare quella cicatrice, solo per questo in seguito si era fatta tatuare la farfalla.
Certo che ti credo.
Anchio non volevo farmi del male, quando avevo preso le forbicine da toilette con la lama
ricurva e limpugnatura dargento. Con quelle forbicine eleganti dal filo sottile e gli anelli oblunghi mi
ero chiusa in bagno e mi ero tagliata le ciglia.
Di l in soggiorno il fotografo aspettava.
Almeno una foto! implorava zia Sarina dietro la porta. Per fargli vedere quanto sei bella.
Non fa male tagliarsi le ciglia, anche se dopo gli occhi sembrano bottoni tondi di plastica
attaccati con il vinavil e sicuramente a nessuno, nemmeno allaustraliano, potrebbe venire in mente di
dire che sono belli.
Si telefonava soltanto dallufficio del cinese. Cera la fila ma in compenso, quando arriv il mio
turno, ebbi la linea in pochi secondi.
La voce di zia Sarina rimbalzava da uneco allaltra e si sovrapponeva alla mia.
Fammi parlare, zia, fammi parlare.
Ma lei continuava a lamentarsi: non mi facevo mai viva, sparivo per intere settimane e a Roma
non rispondeva nessuno.
Non lo sentite il telefono?
Fammi parlare Sono in Australia.
Leco della sua voce sond cautamente;
Da tuo padre?.
Era tempo, non credi?
Anna Paola cominci.
Ci siamo. Il nome delle occasioni solenni. Quando la confidenza dei gesti non  possibile o
sufficiente. Quando la complicazione delle parole  inevitabile.
La interruppi con una menzogna:
Va tutto bene, zia.
Tutto?
Tutto. Ma tu Perch non dirmi niente?
Niente ripeteva leco della mia voce dentro la cornetta in modo che io sentissi bene
lassurdit di una domanda che era molte domande insieme. E tutte quante avrebbero dovuto essere
poste, se proprio dovevano esserlo, molti ma molti anni prima. Non si pu sciogliere dal lato inverso il
nodo del passato.
Non era giusto che te lo dicesse lui? Lui  tuo padre. Lui doveva dirtelo. E anche tu, era questo
che volevi. Non  vero?
Vero confermava leco.
E con ci largomento era chiuso. Come al solito, zia Sarina si preoccupava delle sbucciature ai
ginocchi, del primo raffreddore dautunno, dei lunghi silenzi che potevano nascondere un malanno o,
Dio non voglia, una disgrazia. Nientaltro era di sua competenza.
10
Si stava scomodi sul piccolo aereo da turismo di propriet del cugino Anacleto, le ginocchia in
bocca, un fragore che assordava e che scuoteva i nostri corpi insieme al pavimento, alle pareti, a tutta la
struttura in un continuo tremito da Parkinson. Ero relegata in coda, sepolta tra le borse, lontana dai
finestrini.
Dal mio angolo visuale scorgevo un grigiore che poteva essere indifferentemente di cielo o di
lamiera. I posti panoramici erano appannaggio di un gruppetto di turisti, quattro americani che avevano
prenotato un soggiorno alla fattoria con escursioni verso linterno. Unattivit di cui il cugino Anacleto
andava sommamente fiero e che aveva sostituito lo spettacolo della tosatura, per anni attrazione inclusa
nei pacchetti di ogni operatore turistico della zona.
Una stalla o un capannone, e larena era pronta per una corrida che non pretendeva
combattimenti, sventolio di drappi, banderillas che bucano la carne. Una corrida senza sangue ed
emozioni.
Simona ancora se la ricordava. La prima meraviglia che le avevano mostrato, imbrancandola in
un gruppo sceso appositamente da un bus diretto ad Alice Springs.
Sbarbate e sgusciate in pochi minuti, le pecore uscivano dalle ginocchia dei tosatori e si
raddrizzavano indignate, scuotendo il muso verso le panche che salivano a gradoni in un semicerchio
da anfiteatro.
I turisti si tergevano il sudore in quella calura da ovile e pagavano. Cera un biglietto da pagare?
E allora non poteva non esserci spettacolo. Lo spettacolo consisteva nella rapidit del tosatore che con
pochi movimenti della mano trasformava una pecora  una bella pecora irsuta dal vello color crema 
in una vescica lucida e gonfia.
Non cera da stupirsi se adesso i turisti preferivano qualcosa di pi appassionante, un volo verso
il deserto o la foresta, a scelta, e anche il cugino Anacleto lo preferiva: decisamente pi remunerativo.
Le pecore erano arretrate in localit meno accessibili e non avevano pi il dovere di esibirsi.
Gli americani si voltarono a guardarci al di sopra delle spalliere ricoperte con un telo stinto e,
parlando a voce pi alta di noi, dissero qualcosa a proposito degli italiani. Qualcosa che mi rifiutai di
capire e che si perse nel frastuono.
Sulla pista di atterraggio la manica a vento pendeva floscia sotto il sole di mezzogiorno per
rianimarsi a tratti in un breve spasmo.
Mio padre scese per primo, si fece passare Melody e la prese in braccio perch la scaletta non
toccava terra.
Vidi con quanta istintiva confidenza le gambe della bambina si strinsero attorno ai suoi fianchi.
Due gambette nervose che finivano in un paio di anfibi spropositati. Rossi, con le stringhe
bianche. Non se li toglieva mai, quegli anfibi, nemmeno per andare a letto. Solo quando si
addormentava Simona piano piano glieli sfilava. Ora battevano con sciolta disinvoltura contro i fianchi
di quelluomo dalla cintura ampia e il torace che riempiva completamente la camicia. Una
conformazione robusta. Tanto robusta da darmi unimpressione di compattezza impenetrabile: niente
che fosse fuori sarebbe mai riuscito a entrare l dentro e niente che fosse gi dentro sarebbe mai
riuscito a uscirne fuori.
Attraversammo la pista, una breve lingua di asfalto, mentre laereo alle nostre spalle tremolava
fra cielo e terra, dentro uno scintillio impazzito.
La Landcruiser ci aspettava per portarci alla fattoria, anzi alla farma, come tutti la chiamavano.
Questa la devi assaggiare.
Un comando, non un invito. Il cugino Anacleto lasci cadere nella mia mano una pera dalla
buccia sottile, color verde muschio. Nel frutteto laria era calda e fastidiosamente fitta di moscerini.
Procedevamo affiancati, ma quel gesto mi costrinse a girarmi verso di lui e a posare gli occhi
sul suo volto.
E il volto del cugino Anacleto non era un volto qualsiasi. Il lato sinistro si presentava normale o
quasi, ma sul lato destro porri e verruche si moltiplicavano e si sovrapponevano a qualsivoglia piega
espressiva. Impossibile immaginarlo a piangere o a ridere dentro quellaliena carnosit. Ben ficcata l
in fondo, la furbizia degli occhi aggrediva e ordinava.
Il cugino Anacleto: ottantanni autoritari, intatti nella voglia di governo familiare e nella
capacit di amministrazione di unazienda che continuava a essere la sua azienda.
Fino a poco prima mi aveva pressoch ignorato. Gentile e accogliente, non posso negarlo.
Equilibrandosi appena con la punta di un bastone dal pomo dargento, attendeva davanti alla farma per
dare il benvenuto ai suoi ospiti e agli americani.
A me, un saluto appena pi caloroso. La figlia di Giovanni, la figlia italiana! E stop. Finito l.
Non era il caso di offendersi o di meravigliarsi. Questa  lAustralia. Nessuno simpressiona se
dopo un quarto di secolo, senza preavviso, sbuca dallaltro lato della terra qualcuno di cui ci si era
dimenticati. Un evento, tutto sommato, di ordinaria amministrazione.
Basta aprire il giornale della domenica.
Ed eccoli che si abbracciano, appena emersi da una traversata lunga quaranta, cinquantanni.
Moglie e marito, fratello e sorella. E figli, figli in quantit strabiliante. Figli adottivi soprattutto, che
spingono verso il fotografo con bocche larghe di trionfo il padre o la madre carnale. Trofei conquistati
dopo un lungo cercare, seguendo tracce pi labili delle molliche di pane di Pollicino.
Ecco Ron, ecco Brian Ecco Janette, che ha la mia et, unombra tra le ciglia e il mento
deciso. Adottata da una coppia neozelandese, sera imbarcata clandestina per tornare da sua madre.
Dalle pagine del Cairns Post si premurava di raccomandare le navi filippine o malesi e sconsigliava le
navi russe con quegli equipaggi ruvidi e i comandanti collerici.
Nel giornale della domenica, le strade dellAustralia non erano che segni lasciati dal girovagare
dei figli itineranti.
Di fronte a queste storie, io che pretendevo? Non ero nemmeno una figlia adottiva.
Per poi il vecchio mi aveva preso il braccio e aveva voluto portarmi a visitare il suo frutteto. E
adesso mi forzava le dita con insistenza perch si chiudessero attorno alla pera verde dalla buccia
delicata.
La devi assaggiare.
Nellenfasi del comando si ferm. E, insieme a lui, la piccola folla che ci seguiva. Parenti, amici
e mano dopera del posto. Gente di fattoria con il cappello a falde rialzate di lato. Gente di citt con le
scarpe nere e i colletti stirati. Erano arrivati in aereo o col fuoristrada. Tutti alla farma per la festa di
famiglia organizzata dal cugino Anacleto.
La mano del vecchio si chiuse attorno alla mia sospingendola verso la bocca.
Assaggia, assaggia
Davanti, di fianco, alle spalle, da ogni lato ci assediavano occhi attenti, scuri sotto lala degli
Akubra, misteriosi dietro gli occhiali da sole. Tra gli alberi unaria immota. Scivolosa.
Addentai la pera e mi passai la lingua sulle labbra. Sudavo per limbarazzo e non sapevo cosa
dire.
Saporita.
Assaggia bene, ragazza. Speciale , speciale!
Speciale, scopersi una volta terminata quella cerimonia di battesimo, in molti sensi. Avevano
fatto la fortuna del cugino Anacleto le pere verdi, importate di contrabbando dalla Sicilia quando
ancora il contrabbando era unimpresa difficile, perch non cerano gli scali che ci sono oggi e gli aerei
privati e le navi veloci.
Prima proibiscono e poi comprano. Non voglio dire Il principio  giusto, sono il primo a
riconoscerlo. Qui laria  sana e conviene a tutti mantenerla sana. Ma le nostre pere!
Ordin a un ragazzo in camicia a quadri e stivali bassi, alzando il bastone per rafforzare
lordine:
Dammene unaltra.
La prese con i soli polpastrelli e la tenne in alto, girandola lentamente, fissandola controluce.
Non fu una mela che rovin Adamo. Questa fu. Questa.
A qualche metro di distanza, la schiena contro una staccionata, anche mio padre ci osservava.
Cera del compiacimento nel suo sorriso che piegava la sigaretta allangolo della bocca e gli faceva
cadere spruzzi di cenere sul petto.
Luomo del Tempo dei Sogni.
La sua compiacenza mi arrivava a squarci, a lampi talmente fugaci! Lavrei voluta meno avara.
Meno frigida.
Ma per quanto riguardava elogi e riconoscimenti era tuttaltro che generoso, laustraliano: gli
piaceva, ah, quanto gli piaceva rappresentarsi severo.
E lo era, a modo suo.
Una severit irritante, fuori tempo, di cui fingevo di non accorgermi. Invece lavevo capito
immediatamente, senza bisogno di tirocinii o apprendistati, cosa era opportuno dirgli e cosa era
opportuno tacergli.
La laurea andava bene, anzi benissimo, ma il resto Cameriera, barista. Lo sentivo quel tono di
disapprovazione che gli affiorava nella voce, lo sentivo eccome. Una disapprovazione inequivocabile,
che per non diventava mai esplicita. Come quando parlava di Larry.
Un bravo barman, un barman eccellente ma Eccellente, per Esitava a spiegarsi. E allora
mi divertivo a stuzzicarlo. Volevo che lo dicesse. Doveva dirlo, s, perch Larry non meritava il suo
gradimento. Come lavrebbe definito? Gay, frocio, omosessuale, checca, finocchio? Quale termine
avrebbe usato? Ci girava attorno, ci girava attorno e non si azzardava a pronunciare la pi asettica di
quelle parole. Alquanto sleale da parte sua, dopo averci lavorato assieme per anni.
Sleale anche verso di me in quella sua severit pi presunta che effettiva, visto e considerato
che non diceva mai apertamente: questo mi va, questo non mi va, queste cose le gradisco, queste no.
Eppure era lo stesso uomo che regolarmente scriveva: obbedisci. Cara figlia. Sii brava e obbediente.
Lo stesso uomo?
Quello era un dio o forse un diavolo misterioso che tuonava in lontananza.
Questo era un uomo dallo sguardo sconcertato che prendeva atto della mia esistenza. Tentava, 
vero, di darmi le sue regole e i suoi tempi, di stringermi in uno stampo pi congeniale: colazioni di
famiglia e visite ai parenti Ma qui si fermava.
Avrei dovuto esserne contenta. Non era quello che volevo? Non ero partita dicendo: a lui la sua
libert, a me la mia? Non era rassicurante sapere che dalla sua voce non mi sarebbero mai giunti n una
proibizione n un permesso? Ero libera, in realt. Che lo volessi o no.
Libera di andare. Libera di restare.
Una libert che per non concedeva alla moglie e allaltra, la figlia piccola.
La loro libert lo faceva traballare come per un terremoto.
Il cugino Anacleto riprese a camminare, zoppicando a fatica tra i filari del frutteto, e io gli tenni
dietro.
A ogni passo alzava il bastone e toccava il tronco di un albero: con quel tocco da padrone me lo
mostrava.
Legno vivo, forte, gi carico di frutta.
Merito del lavoro, ma anche di una terra che rendeva a saperla trattare. Gli australiani ci si
erano provati, ma non era cosa loro, non la capivano quella terra che tradiva con facilit. Il deserto era
lontano ma l sotto correvano oceani di sale che potevano affiorare da un momento allaltro nei posti
pi impensati. Una terra capace di qualsiasi inganno per non rivelare la sua ricchezza. Bisognava avere
la pazienza degli italiani per farla fruttare.
E batteva un colpo con il suo bastone a contare un albero dopo laltro, a saggiare la loro presa
sul terreno.
Serano fatti invidiosi gli australiani e adesso se ne spuntavano fuori con questa faccenda dei
diritti civili, delle terre che andavano restituite. Non era pi sufficiente pagare: quelli l si erano fissati
con la terra. La volevano indietro.
Quelli l, i neri: blackfella. E sput. Un pezzetto oggi, un pezzetto domani, la volevano indietro,
e a chi non era daccordo gli davano del razzista.
Ma quale diritto
Un secondo sputo, a misura, davanti ai miei piedi.
Gente selvaggia. Che se ne fanno loro della terra se neanche la coltivano?
La terra  di chi la usa approv il ragazzo in camicia a quadri.
Di chi se la sa conquistare. Perch la vita in quelle campagne non era mai facile. Mai. Qualche
anno fa avevano perso lottantatr per cento degli alberi a causa di un ciclone. Per non parlare di certe
tempeste di sabbia che dalle rocce del deserto piovevano fin l, unghie di sabbia che cardavano il cielo
e la carne.
I porri tremarono sulle guance del cugino Anacleto. Era il suo modo di ridere.
Ragazzo, meglio la sabbia degli sputi della Montagna.
Mezzo secolo di lontananza non  poco. Ma in mezzo secolo non aveva dimenticato le tempeste
di lapilli che dallEtna scendono fino al mare, lasciano profonde linee scure dentro le pieghe dei volti e
macchiano di un nero indelebile i crani calvi degli uomini.
Per tutta risposta, il ragazzo si sfreg la scriminatura che partendo dalla tempia sinistra gli
divideva i capelli. Una scriminatura perfetta: costata di sicuro almeno cinque minuti davanti a uno
specchio.
Hai la bocca di tuo padre osserv il cugino Anacleto.
E le stesse sopracciglia arruffate, completai tra me e me. Adesso vedevo dove il mio volto
simpigliava nel suo. Con la stessa chiarezza con cui avevo visto la compiacenza sparire rapida dal suo
sorriso.
Per stava ancora l, le spalle contro la staccionata, a seguire da lontano i nostri passi.
Tutta un tratto si raddrizz schiacciando la sigaretta sotto il tacco. Nel raddrizzarsi mosse il
collo in una maniera curiosa, come se volesse assestarlo piantandolo a forza dentro la carne. Simona si
avvicinava, leggera e cittadina in un paio di incongrui mocassini dargento.
La moglie buona fa buono il marito borbott il cugino Anacleto.
E con il bastone batt a terra due brevi colpi di biasimo. Una moglie che si permette troppe
discussioni non pu essere una buona moglie. Di rincalzo, fece schioccare criticamente la lingua
mentre i suoi occhietti, sepolti dentro le verruche infiammate, andavano a puntarsi contro mio padre:
Per gli affari  bravo, Giovanni. Ragazzo ammodo con il bisni. Ma con le femmine, non
vorrei dirlo, con le femmine gli manca il polso.
Scarpe basse, pantaloni larghi, capelli lisci tenuti fermi da un nastro di elastico scuro: una
quarantenne efficiente.
Brenda si present, porgendomi la mano.
Non faceva parte della famiglia e non era italiana, come rivelava ampiamente il rosa nordico
delle guance, laccento e litaliano pi improvvisato di quello gi alquanto improvvisato degli altri, ma
soprattutto leccessiva gentilezza con cui la trattavano le donne e la galanteria impacciata degli uomini.
Una donna di successo, nel suo campo. Gestiva unagenzia, di quelle che offrono servizi al
turista attivo, come si dice da queste parti, cio al turista desideroso di escursioni in veicoli
fuoristrada, trekking, safari fotografici, vela, immersioni e esperienze multiculturali con gli
accompagnatori aborigeni. Per trattava anche clienti pi tranquilli e intermediazioni immobiliari per i
pensionati giapponesi. Aveva una convenzione sia con mio padre che con il cugino Anacleto per
portare avanti e indietro dal ristorante o dalla farma gli escursionisti del tutto compreso.
Dalla sua borsa, aperta sopra una sedia, sbucava un libro. Sbirciai il titolo: Nati per vincere.
Sottotitolo: Testo di analisi transazionale. Duecento pagine a occhio e croce per spiegare che con le
tecniche adeguate ogni miracolo  possibile, nel lavoro come nellamore.
Merito dellanalisi transazionale o merito suo, tutti erano gentili con Brenda e Brenda cercava
di essere gentile con tutti, partecipando in egual misura ai riti degli uomini e a quelli delle donne.
Andava avanti e indietro con tazze di caff, vassoi e bottiglie, come un ufficiale di
collegamento, dalla cucina dove le donne risciacquavano i bicchieri e asciugavano il pavimento
spargendo segatura, al patio interno con le fioriere che pendevano dalle travi. Sotto tralci di fiori rossi o
arancio gli uomini si ammassavano per ascoltare la registrazione delle partite di calcio.
Unidea di mio padre. Dalla farma non si prendevano le stazioni italiane e la faccenda diventava
fastidiosa  una vera privazione  durante i campionati di calcio. Allora mio padre registrava le partite
e il cugino Anacleto organizzava lincontro. Una bella festa italiana, una festa grande per ascoltare la
cronaca del Milan-Empoli o del Lazio-Sampdoria.
I cugini, gli zii, i cugini degli zii, i cognati, i suoceri. Arrivavano tutti. Perch tutti dovevano
qualcosa al vecchio patriarca.
Anchio, disse mio padre scegliendo una coca dal vassoio di Brenda. Le si era accostato senza
la galanteria cerimoniosa degli altri. Con una confidenza rilassata. Le spalle che si espandevano di
nuovo a occupare spazio. Un altro uomo. Un uomo resuscitato.
Il volto chiaro di Brenda arross e lei spieg in fretta, voltandosi nella mia direzione:
 stato lui a trovargli il primo lavoro.
Da lui, dal cugino Anacleto, era partita la chiamata.
Una parola che non sentivo da molto tempo. Da quando avevo sei, forse sette anni e la mia
amica Teresa mi aveva annunciato la partenza di suo padre mentre si andava aggiustando, come niente
fosse, la pettorina della tuta che le sbeccava di lato.
Ha avuto la chiamata aveva detto Teresa.
E io mi ero figurata un giuramento solenne, sacro come il gesto del sacerdote che alza lostia
sullaltare, e lostia splende di futuro e di magiche certezze.
Si trattava di tuttaltro, naturalmente. Di un semplice modo di dire che ricordava un uso antico,
quando la chiamata era un vero e proprio atto legale con cui parenti o amici si impegnavano a trovare
lavoro, abitazione, assistenza medica a un emigrante.
Niente di magico o di sacro.
Ma allora io questo non lo sapevo e il padre di Teresa era partito per lAustralia circonfuso di
luce, avvolto dallaureola della chiamata. Non ci si pu sottrarre alla chiamata. Si parte, ed  per
sempre.
Il padre di Teresa invece era tornato, dopo qualche mese. Non si era trovato bene, cerano stati
malintesi, intoppi, liti familiari da entrambi i lati della terra. Ogni volta che lo incontravo, io voltavo la
testa da unaltra parte. La sua presenza mi indignava. Era la presenza di un Giuda, di un sommo
traditore.
Mio padre rise e se ne torn a contare i goal e i fischi dellarbitro.
Congratulazioni disse Brenda. So che ti sei laureata.
Spinse la zanzariera della porta che immetteva in cucina e io la seguii.
La zanzariera era vecchia, la rete si allentava qua e l lungo i bordi in legno dello stipite. Anche
il pavimento di linoleum, incatramato agli angoli, sincurvava sotto il lavandino. La finestra dava
sullorto. Una tizia dai capelli di un indefinito color menopausa stava legando i pomodori con strisce
sottili strappate man mano da una vecchia canottiera. Quando si alzava il reggiseno troppo stretto le
disegnava due gobbe sulla schiena.
Mi piazzai accanto a Brenda e, tanto per rendermi utile, mi misi a riempire bicchieri e vassoi.
Sei svelta mi lod.
Labitudine. A volte mi  capitato di dover servire anche venti tavoli.
In cucina eravamo rimaste soltanto lei, io e la moglie inferma del cugino Anacleto, ben
sistemata nella sua poltrona personale munita di larghi braccioli e sgabello poggiapiedi. Un nome
importante  Natalizia  ma una vecchiaia molto diversa da quella del marito. A lui era toccata
unautorit senza tempo, a lei lo spazio di una poltrona davanti alla finestra della cucina.
Due virgole bionde sfuggirono al nodo che serrava i capelli di Brenda e le ricaddero
simmetriche agli angoli delle labbra.
Lo conosco da molti anni, tuo padre.
Lo so.
Non puoi saperlo! Ventanni ero talmente giovane, proprio come te. E quando si  giovani 
facile diventare amici.
Amici? Il suo rossore, la confidente sicurezza di mio padre Ma lei non aggiunse altro e io non
indagai.
Per mi dissi: se lo conosce da cos tanto, se lo conosce cos bene E poi il suo fresco odore di
shampoo, il taglio equilibrato dei gesti, le scarpe giudiziose. Avevo trovato la persona giusta: a Brenda
potevo chiedere, con lei potevo parlare di quei no e no e no, insensati e rabbiosi, che uscivano dalla
station wagon.
Non  un uomo irragionevole.
Lo afferm rigida, una prima volta e una seconda, passando allinglese, una lingua che sa essere
scostante:
Non  irragionevole, credimi.
E in quella lingua che non vibra nel petto, come litaliano, in quella lingua che sinerpica lungo
la spina dorsale e rende facile la distanza e la compostezza, in quella lingua lo difese e lo giustific.
Era rimasto solo per troppo tempo, disse. Per troppi anni. Logico che ora un distacco, anche
breve, gli desse ansia. Riportava a galla cose vecchie, riapriva ferite antiche.
Abbass la guancia e lasciug strofinandola contro la spalla.
 il tropico esclam inaspettatamente, tornando allitaliano. Te ne sei accorta?
Tutto sembra fuori posto al tropico, le cose scivolano fra le dita, si perdono, si dissolvono nelle
onde di calore e le persone pure, hanno la labilit dei fantasmi, si muovono con lo stesso imprevedibile
guizzo. Per questo le disgrazie arrivano senza che neanche te ne accorgi: ti volti e sono l.
E tuo padre, lui le conosce bene le disgrazie.
Cosera stata se non una disgrazia quella doppia solitudine trascinata per tanto tempo. Mia
madre a un capo del mondo, lui allaltro e, in mezzo, la malattia.
Asma cardiaca, qualcosa del genere, no?
Non c colpa nella malattia bisbigli piano battendo le palpebre.
Tacque. E anchio tacqui per un po, ascoltando lo sgocciolio del rubinetto e il respiro
gorgogliante della vecchia sulla poltrona.
Caldo, silenzio e penombra ingiallita da tuorli di luce.
In quella penombra vidi distintamente mia madre calare lenta dentro il pozzo della depressione,
le braccia strette contro i fianchi, il bagliore terso dei capelli che si spegneva metro dopo metro dentro
lanello sempre pi rasente delle pareti.
S, assentii riscuotendomi e buttando nel sacco dellimmondizia le lattine vuote che
scrosciarono rabbiose. S. Non c colpa nella malattia. Per non era stata una malattia del corpo a
impedire ai suoi piedi di muoversi, avrei voluto aggiungere. Se non lo feci fu perch non possedevo
una storia pi convincente di quella pietosa a cui tutti volevano credere. Anche Brenda, evidentemente.
Che cosa aveva tenuto mia madre lontano da mio padre? Niente di tragico o di grande. Piccoli
disinganni, disamore e dimenticanza. Ma se era questo che li aveva divisi, non era comprensibile che
adesso mio padre avesse paura? Non di cose tragiche e grandi ma ancora una volta di piccoli disamori e
di piccoli disinganni.
Brava figlia. Ora sei venuta, ora che gli servi, a tuo padre.
La mano della vecchia Natalizia era riuscita a ghermirmi e mi strattonava la camicetta. Cercai di
allontanarla, di districarmi con tutta la gentilezza che riuscii a imporre alle mie dita.
Gli servo? Che significa. Ognuno l seguiva i suoi ragionamenti e non si preoccupava
minimamente di farsi capire dagli altri.
Se quella se ne va almeno una figlia! Una figlia in casa ci vuole.
Mi stringeva, la vecchia Natalizia, con il naso sottile che si piegava verso il mio braccio in una
punta cattiva. Inutilmente austera, come la sua vita.
La vita di una donna a cui era capitato di essere giovane quando le ragazze uscivano dalla casa
dei genitori solo con labito da sposa o con la bara. Quando le fidanzate facevano il giro del mondo
chiuse in una cabina di terza classe e si sposavano subito subito, appena sbarcate, nella chiesa del molo,
prima di entrare in citt. Spose della banchina, le chiamavano. Non avevano mai conosciuto un uomo e
non si erano mai depilate le gambe. Storie raccapriccianti.
Chiss che fine avrei fatto, io, a quei tempi. Magari mi sarei schierata dalla parte dei peli e della
verginit. Non si pu mai sapere.
Brava figlia, brava.
Non riuscivo a liberarmi dalla sua mano, un gancio di carne secca sulla mia camicetta.
11
Simona non usava la station wagon.
Simona aveva una macchina tutta sua. Una Charade verde scuro.
Tutte le mattine, con questa Charade e la bambina sul sedile posteriore, attraversava la citt,
raggiungeva lautostrada e viaggiava fra palmeti, campi di canna da zucchero, macchie rosse di
jacaranda, frangipane, alberi della gomma, fino a Palm Cove, allestremo limite della costa, vicino alla
zona dei nudisti.
Le spiagge erano lontane ma facili da raggiungere. Bastava uscire da Cairns e imboccare la
Cook Highway. Un quarto dora di macchina o una comoda mezzora di autobus e si sbarcava sugli
arenili del tropico: corridoi di palme, sabbie fini e, nei punti pi deserti della costa, ciuffi di mangrovie
e lombra dellalbero gigante che tanto aveva impressionato il capitano Cook, un albero dal nome che
si scioglie sulla lingua: melaleuca.
Tutte le mattine, gi al volante, la mano pronta sulla chiavetta dellaccensione, Simona mi
chiedeva:
Vieni con noi?.
Non era una proposta da niente. Infilarsi dentro le abitudini di un altro lho sempre considerato
un affare impegnativo. Labitudine non  il sostituto pi prossimo dellintimit? Tanto prossimo da
confondersi a volte con lintimit stessa.
Era questo che mi proponeva Simona? Mi invitava a entrare? O non si trattava che di semplice e
obbligata cortesia? Mio padre compilava la lista dei parenti e lei mi offriva i suoi svaghi quotidiani.
Allora? S o no?
Quella mattina finii per accettare.
Era lultima occasione, per noi: ancora due giorni e poi non sarei stata io a partire, ma lei.
La Charade super lavvallamento davanti al cancello. Era vecchia, con il cambio manuale. Sul
cofano ammaccato qualcuno in vena di scherzi aveva appiccicato un adesivo: BORN FOR REAL
WOMEN. La radio era guasta e da qualche tempo non si poteva spegnere: stavamo andando immerse
nel brusio costante di una stazione locale che alternava canzoni greche a musica country.
Miusica, cantilenava Melody. Miusica, miusica, aggrappandosi da dietro, con tutte e due le
mani, al mio collo.
Levati. Non vedi che la soffochi?
Ma lei allent la stretta soltanto quando le venne in mente di contare per me, sulle dita, i suoi
anni. Gli anni, mi spieg, erano animaletti vivi, ognuno con la sua faccia e la sua coda. A ogni anno
corrispondeva un animaletto diverso, che respirava ben rintanato e al sicuro sotto la sua apparente pelle
di bambina.
Questanno orsetto, fra poco elefante.
Gonfi le guance e schiacci il pollice sul naso a simulare la proboscide. Stavamo sorpassando
uno di quei camion da Jurassic Park, dieci tonnellate nascoste sotto mille festoni di luci.
Simona mise la freccia a sinistra per segnalare il rientro e scelse quel momento per dire con il
tono basso delle confidenze:
Non vorrei che te ne avessi a male.
Si ferm. Per riprendere con pi decisione:
Non me la sento di rinunciare,  da un anno che combatto.
Calc la voce:
Devo partire. Ora.
Cio fra due giorni, dopo il compleanno di Melody. Non poteva rimandare. Ora che aveva vinto
la battaglia ed era entrata in possesso dei suoi biglietti, uno dei quali scontato per via della bambina.
La gonna del prendisole azzurro le sprofondava tra le cosce e si arrotondava sul ginocchio con
la leggerezza della garza.
Lo capisci?
Io non risposi e lei stacc gli occhi dalla strada per scrutarmi. Occhi di un azzurro pi mite di
quello della figlia, in cui era facile leggere linquietudine.
Non so disse. Non so se  corretto che sia proprio io a raccontarti certe cose.
Perch no. Qualcuno doveva pur raccontarmele. Ero arrivata con due o tre domande sparse e
adesso mi ritrovavo con un intero questionario da riempire. Un questionario che ogni giorno si
allungava di nuove caselle nella mia testa. Da qualche parte dovevo pur trovare le risposte, metterle in
fila, sistemarle secondo una sequenza logica. E su mio padre non cera da fare affidamento: un rapporto
bloccato, che non andava n avanti n indietro.
Io volevo, certo, volevo essere figlia. Ma non ci riuscivo. Mi mancava, per cos dire, la
competenza. La necessaria professionalit. E anche lui forse voleva essere padre, ma nemmeno lui ci
riusciva. Non con me. In questo almeno cera una simmetria.
Lei sorrise con una specie di gentilezza faticosa. Sulle sue braccia alitava controvento una
leggerissima peluria imbiondita da interminabili ore passate a pancia in su e a pancia in gi sotto il
sole. Vita di spiaggia Un modo come un altro per ammorbidire il tempo. Per avevo notato che la
sua voce cambiava, quando non cera lui a ingombrare il campo. Pi sbrigativa, senza frivolezze.
Qual era la Simona giusta? Quella con i mocassini dargento, il rossetto discreto da signora e la
spiaggia quotidiana per dare un ritmo alle giornate, o questa donna dalla scontentezza niente affatto
rassegnata che guidava una vecchia Charade polverosa dal cambio manuale? Questa donna che diceva
risentita:
 pi allantica del cugino Anaclato.
Ovviamente non si trattava di un problema det, ma di una maniera dintendere il ritorno.
Lidea del ritorno spaventava mio padre con la stessa intensit con cui spaventava certi vecchi
emigranti. Per questi vecchi il passato era una trappola e tornare sui propri passi  anche per un breve
tratto, anche per pochi giorni  significava rimettere un piede dentro quella trappola.
Il cugino Anacleto, lui era di quelli che non si voltano mai indietro. E se lui non si voltava,
nemmeno sua moglie doveva farlo. Un divieto secco. Se te ne vai, tammazzo. Queste parole precise:
tammazzo. E Giovanni
Lhai sentito come sincattivisce.
Era arrivato a dirle: vattene pure, ma scordati la bambina, lei resta qui. Lasciare la bambina?
Era tempo che Melody conoscesse il mondo di sua madre.
Non me ne vado senza la bambina. Che ricatto stupido. Non si vuole convincere che ho
bisogno di tornare a casa, ogni tanto.
A casa. La guardai meravigliata e con un pizzico, forse, dello stesso spavento di mio padre.
Per la capivo. Capivo il suo bisogno di unamica, una compagna di scuola, una conoscente qualsiasi a
cui dire: ti ricordi.
Aveva nostalgia di questo, Simona. Di qualcuno che fosse in grado di riconoscere in lei la
bambina e la ragazza che era stata, qualcuno che le restituisse la concretezza del suo passato.
Altrimenti  come se avessi la stessa et di mia figlia. Pi in l non vado.
Ricacci indietro Melody che cercava dinfilarsi in mezzo a noi, nel varco tra i sedili e il
cambio. Poi, rilassandosi contro il poggiatesta, emise un lungo sospiro che poteva essere di rimpianto o
di commiserazione o di entrambe le cose insieme:
Sembrava tutto cos romantico allinizio.
Unavventura. Ma a questavventura lei si era preparata con grande scrupolo. Aveva perfino
frequentato un corso accelerato dinglese. Proprio come le mogli dei soldati americani, dopo la guerra.
Insomma, aveva fatto del suo meglio. E con il suo inglese fresco fresco era arrivata a Clare: i
merletti delle verande, le facciate di legno color pastello, le vetrate a losanghe
Era come stare in Via col vento.
Agit una mano davanti a s a scacciare tanta romanticheria.
E invece Invece Clare era morta. Da un giorno allaltro. Un momento i bambini giocavano
per strada e il momento dopo non cerano pi. Scomparsi, risucchiati altrove. Insieme ai venditori di
mango, al prete ortodosso, alla maestra polacca. Niente pi donne con gli scialli di seta, al ristorante,
ma solo camionisti e mezzosangue. E le porte delle case vuote che di notte sbattevano nei sogni.
Cairns le era sembrata la salvezza: un respiro di sollievo, un bagno di civilt. Cera tutto, a
Cairns.
E non cera niente.
Tutto e niente.
Avevamo abbandonato la Cook Highway per entrare in un reticolo di sentieri. Simona rallent,
svolt a destra e parcheggi davanti al muro di cinta di un piccolo albergo.
Palm Cove.
Eucalipti dal tronco bianco come corpi refrattari allabbronzatura. La corteccia si slabbrava in
morbide scaglie che si alzavano e ricadevano con la mollezza di un panno.
Una stradina profilata da un bordo di case in legno e muratura  rosa acceso, blu pavone, verde
acqua  si allontanava costeggiando il mare. Sulle insegne dei negozi getti di buganvillee. Il soffio di
un vento fresco e gradevole scendeva ogni tanto a suggerire che la vita pu essere facile.
Entrammo nellatrio in penombra dellalbergo e lo percorremmo fino in fondo, uscendo su
unordinata serie di sdraio e ombrelloni lungo il bordo di una piscina costruita con pietre chiare.
L ci fermammo. Melody aveva paura delle onde e si divertiva soltanto nellattigua piscinetta
per bambini. Avevamo fatto tutta quella strada, eravamo arrivate fino a Palm Cove per piazzarci
davanti a una pozza dacqua calda!
Tanto, minform Simona mentre andava spogliando con sveltezza Melody che saltellava
impaziente su un piede solo, tanto il mare era impraticabile. Impossibile entrarci dentro e nuotare
liberamente:
 lepoca delle meduse.
Con una sola puntura ti paralizzano e in trenta secondi ti spediscono allaltro mondo.
Guardami strill Melody dalla sua piscina in formato ridotto, aggrappata a un inutile
salvagente a forma di papero. Devi guardarmi.
Va bene. Ti guardo.
Agitando gambe e braccia, lei cercava di produrre il maggior numero possibile di spruzzi.
Anche tu, Marge! Anche tu devi guardarmi.
Seduta con i piedi a filo sullacqua, la figlia dellalbergatore, di due anni pi grandicella, la
guard ubbidiente e si mise a canticchiare una filastrocca.
Era la regina dei piccoli vegemite, questa Marge, incoronata a scuola, durante una festa con
orchestrina e premio. Cos adesso cantava la sua canzone: la canzone del vegemite, appunto, un estratto
vegetale che qui spalmano sul pane come noi spalmiamo la nutella. Solo che invece della cioccolata ti
ritrovi in bocca un forte sapore di glutammato di sodio.
Marge cantava e Melody le andava dietro, con una vocetta pi alta di strofa in strofa.
Were happy little Vegemites
as bright as bright can be.
We all enjoy our Vegemite for
breakfast lunch and tea.
Zitte, bambine, zitte.
Sedute nei dieci centimetri dacqua della loro piscina  Melody abbrancata al suo papero
salvagente  le bambine si spruzzavano reciprocamente cantando ormai a squarciagola:
as bright as bright can be
for breakfast lunch and tea
Le dita di Simona armeggiarono dietro la schiena. Il reggiseno scivol sulle punte e si ripieg
sullo stomaco prima di cadere sul camminatoio della piscina. Lei si chin a raccoglierlo. I capezzoli,
lunghi e scuri, vibravano su un seno microscopico che si gonfiava appena.
Uno sfoggio di modernit. Cosaltro poteva significare quel gesto?
Magari avrei dovuto avvertirla che il seno scoperto era di moda ieri, oggi i costumi stile
olimpionico, tipo quello di Wendy. (Ma Wendy non scopriva mai, Wendy copriva, possibilmente con
cose meno effimere di una stoffa: anelli, incisioni, tatuaggi che non hanno bisogno di essere tolti di
notte e cambiati di giorno.)
Simona non si copr nemmeno quando pass a salutarla il proprietario dellalbergo, tale Pietro
Ciccotosto. Baffetti che salivano ad angolo acuto sotto il naso, orecchie a sventola e pantaloni lunghi
(tenuta da lavoro).
I giapponesi!, si lament il Ciccotosto avvicinando una sedia alle nostre sdraio. Stanno
comprando tutto. Comprano i grandi alberghi. Comprano i centri turistici. E, dopo aver comprato,
arrivano a passetti ubbidienti, dietro una guida con la bandierina alzata, in turni scientificamente
programmati.  il loro sistema per alleggerire la pressione demografica, afferm tenendosi al bordo
della sedia con tutte due le mani, mentre gli occhi gli scappavano a destra e a sinistra sfiorando nella
fuga i capezzoli vibratili di Simona.
Lei ascoltava con seduttivo distacco. Fianchi stretti, tette assopite che reclinavano le punte. La
sbirciavo dalla mia sdraio nascondendo il viso nella piega del gomito. Il sole mi ribolliva sulla schiena
ma io, con il reggiseno e tutto, non osavo voltarmi. Accanto a lei i miei fianchi ingrandivano,
ingrandivano. E il seno Be, s, il seno cera. Innegabile.
In spiaggia, soltanto il vento.
Una doppia fila di palme. Qualche cabinato allormeggio. Due barche con vele bianche, gialle,
rosse e blu, i colori dellAustralia. Qualcuno nuotava dentro la grande rete ancorata al fondo, a fare da
barriera contro le meduse.
A pochi metri dalla riva, i pronto-soccorso alzati in pianta stabile esponevano foto segnaletiche
come in un commissariato di polizia: globi cristallini e delicate campane azzurregnole sorprese
nellatto di schioccare tentacoli lunghi tre metri.
Dietro di me, lontane, perse nella sordit del sole, le voci di Simona e delle bambine.
Lasciavo che il mare mi bagnasse i piedi, ma a ogni bagliore mi tiravo indietro. Sospettavo
mostri invisibili che si rotolavano dentro ogni onda. Assassini dalle membrane traslucide. Garze
trasparenti che si tingevano di un azzurro velenoso. Che si gonfiavano fluttuando. Con la stessa
rotondit del ginocchio di Simona sotto il prendisole.
Simona che, a suo modo, mi aveva chiesto solidariet.
Non potevo dargliela.
La sabbia mi tratteneva a ogni passo, a ogni movimento affondavo nel panico di mio padre.
Nella sua paura. Frusta di medusa attorno alle caviglie.
Lacqua del mare sui miei piedi divenne pungente e ispida come una guancia mal rasata. Una
carezza che mi lambiva ruvidamente.
Separazione, lontananza, perdita: le sue storie damore andavano tutte cos, giravano alla
rovescia. Povero australiano.
Simona aveva vinto e partiva portando con s la bambina.
Questa volta per cero anchio, e questa volta potevo scegliere.
Via una, avanti laltra  laveva detto, la vecchia Natalizia. Chi lavrebbe mai immaginato che
anche in famiglia vigono i turni e le sostituzioni, come in un bar.
Gi mi vedevo a vagare di stanza in stanza, a passare le mani sulla stoffa delle poltrone, ad
aprire le tende. A dire buongiorno e buonasera a un uomo che non poteva rintracciare la forma del mio
viso nella sua memoria.
Sola con lui, con le sue camicie a disegni colorati e lodore del suo dopobarba.
In un certo senso, sarebbe stato come tornare indietro. E restare di nuovo con una famiglia a
met. Laltra met, questa volta.
Davvero sarei rimasta?
Da un juke-box Tracy Chapman cominci a cantare: dammi una ragione per stare qui, una
ragione
Laria nel giardino del backpacker era tutta uno sfrigolio, tra la carne sul braciere, le torce
antivento e le zanzare e le falene che andavano a sfiatare nelle vampate secche di una lampada
acchiappainsetti.
La respirai con gusto, come non avevo respirato laria pulita di Palm Cove.
In controluce davanti al barbecue, Joanne e Sarah, le due gemelle neozelandesi  caviglie
pericolosamente sottili su zatteroni alti venti centimetri buoni  svaporavano nei fumi. In mezzo a loro
Wendy voltava e rivoltava costoloni di carne.
Un bel barbecue, organizzato senza badare a spese. Lavevamo voluto in onore di Larry che,
una volta a settimana, arrivava dallisola-albergo col traghetto o con qualche nave di passaggio, una
goletta a due alberi, un catamarano. A gestire il bar restava Nelia, la moglie filippina.
Era la prima volta che sentivo quel nome.
Una moglie? Sei sposato? non potei fare a meno di chiedergli.
Il mio stupore lo divert. Si avvicin spintonandomi per gioco, lindice contro la mia spalla.
Che c di strano, non si sposano tutti?
Il matrimonio era convenuto a entrambi. Per lei significava un lavoro stabile, per lui un sicuro
punto dappoggio. Non solo questo, per la verit. Si era sposato anche in memoria di sua madre che lo
supplicava sempre: una donna, almeno una donna.
Capelli bianchi e pelle troppo asciutta che si screpolava dentro le rughe: non avevo mai avuto
un amico tanto pi grande di me. Ma gli amici cambiano con la vita,  normale. Come gli amori e i
desideri, n pi n meno.
Tra i fumi della grigliata intravedevo la tiv che, nella sala comune, riversava interminabili
programmi sportivi su un cameriere cinese impalato in un angolo e tre ragazzi sbracati sopra un divano
a bere rum e cola, vodka e orange drink: orrendi cocktail in lattina, prodotti in serie, mai toccati dalla
mano di un barman. Ogni tanto qualcuno schiacciava il telecomando e dalle corse dei cavalli si passava
al rugby o al cricket, il tutto inframmezzato da rapide visioni di cani ansimanti su piste che scorrevano
lustre sotto le zampe.
Dammi una ragione, continuava a cantare Tracy Chapman. Una ragione per restare.
Emma apr la porta ed entr masticando chewing-gum. Laspettavamo sedute sul materasso.
Anche lei portava capelli cortissimi ma dalle tempie le partivano, come corna di capretta, due treccine
tinte di blu.
Scivol accanto a Wendy, infil le dita dei piedi sotto il cuscino e cominci a rollare una canna.
Dal borsello in cintura estrasse una mazzetta di biglietti da visita usati, di diversa forma e grandezza: li
collezionava. Ottimi per il filtro.
Emma era una novit.
Da qualche giorno divideva la stanza con Wendy. Veniva da Brisbane ma era nata a Buenos
Aires. Quasi nata. Ci sarebbe nata senzaltro (mancavano appena due mesi) se sua madre non se ne
fosse dovuta scappare.
La solita storia: militari, desaparecidos. La solita storia argentina degli anni settanta. Ma, a
differenza degli altri, sua madre era uscita legalmente, con un passaporto valido che le aveva permesso
di trovare subito un lavoro. Di notte si alzava a controllare che il passaporto fosse al sicuro, nel cassetto
chiuso a chiave.
Me lo ripete sempre. Tu non sai, non sai.
Non sapere era qualcosa che ossessionava Emma, era diventata una mancanza personale, un
difetto congenito.
Anchio, la consolai, ero nata con quel difetto. Tutti noi nati dopo, sempre e inesorabilmente
dopo: dopo la guerra, dopo la dittatura, dopo il sessantotto, dopo il comunismo, dopo il voto alle donne,
dopo il femminismo, dopo, dopo Eravamo nati dopo e non potevamo sapere.
Mi piaceva parlare con lei nellitaliano che le avevano insegnato i nonni materni. Il modo che
aveva di sorvolare sulle doppie scivolando come in un tango mi dava un trasalimento e, pur
lasciandomi nellillusione della familiarit, mi procurava un piacere strano. Il piacere di riconoscermi
straniera fra stranieri.
Emma scroll le treccine ai lati della testa, appallottol la gomma schiacciandola in un
posacenere e pass la canna.
Me ne devo andare.
Lavorava a una stazione di servizio ed era di turno alla pompa di benzina.
Nellalzarsi appoggi una mano sulla coscia di Wendy, si pieg su di lei e le baci la bocca. Un
bacio pieno, a labbra aperte. Tutta un tratto sentii una morsa allinguine e il sangue alle tempie.
Pass un lungo, lungo istante prima che il sangue mi tornasse a scendere invece di salire.
Quando riprese a scorrere in una direzione pi appropriata, allora chiesi:
Dimmi la verit. Ti sei fatta una fidanzata?.
Wendy si strinse nelle spalle, sfuggendo i miei occhi. Ma la pelle intorno alle labbra si stava
increspando per trattenere un riso.
 lei che insiste.
E tu?
In mancanza daltro
Non  che non la capissi. Anchio odio lastinenza quasi quanto le diete. E a proposito di
astinenza Ma non era questo il punto. Il punto era che quel bacio mi aveva preso alla sprovvista. Mi
aveva fatto avvampare dalle ginocchia alla punta delle orecchie. Lavevo sentito sulla mia bocca, la
lingua scura che mi apriva i denti.
Wendy si lasci andare e rise, i capelli neri a istrice contro il cuscino, la gola palpitante. Rise e
mi porse la canna:
Non ci pensare. Emma punta alle gemelle.
E loro?
Fumano le sue canne e dicono: peccato, a noi ne servono due. Tu sei una. Peccato.
Fumo dolce nella segreta umidit della mia bocca. Lhascisc mi riempie. Lo inspiro. Lo tengo
dentro. Lo cullo. Ma non mi calma.
Sono scontenta di me. Dov la verit del mio desiderio, dove?
A diciottanni mi nutrivo di pane e Freud. A venti di cocktail e Lacan. Dunque so. So
perfettamente che ogni atto mancato  un discorso riuscito. So che l dentro si trova la verit del
desiderio. Che tu la cerchi o no.
Io la cerco, la cerco E la consapevolezza del cercare non mi aiuta affatto.
Inspiro. Inghiotto. E la mia scontentezza si avvita su se stessa. Incandescenza che non trova
sbocco. Qualcosa brucia rapidamente. Un attimo, non di pi.
Non ho tempo per questo.
Non ho tempo per te, Wendy.
Dolcezza che si perde dentro un bacio che mi fa avvampare.
Il mio tempo  solo per lui. Per laustraliano. Questa  la verit. Questo il desiderio.
Sono stata brava: ho arpionato Moby Dick. Ma avrei dovuto saperlo che a sua volta la balena
bianca mi avrebbe agganciato, sbalzandomi via dalla scialuppa. Odore di alghe nelle mie narici. Il
petto scoppia. La gola  stretta in un respiro che non vuole uscire.
Li sentii fin dal cancello. Dapprima un bisbiglio aspro che passava attraverso la finestra
spalancata e si perdeva lungo il vialetto, sotto i miei passi. Poi un rumore di vetri infranti, di bottiglia
scoppiata sul pavimento. E parole, parole sempre pi alte, schegge che andavano a infilarsi nella notte.
Litigavano, di nuovo. E questa volta in casa.
Simona aveva vinto ma la guerra non era finita, evidentemente.
Girai la chiave nella toppa, mi sfilai i mocassini e a piedi nudi mi diressi verso la veranda. Non
avevo sonno. E non ne potevo pi della loro ossessione. In quella storia io non centravo. Non era mia.
Forse non volevo nemmeno stare in quella casa, insieme a loro. Possibile che staccarsi fosse diventato
tanto difficile?
La vita era pi densa ed eccitante quando la sua lontananza autorizzava anche me ad andare
lontano.
Sulle poltrone di vimini i cuscini erano umidi e caldi, cos sedetti sullassito, le gambe ripiegate
e il viso affondato tra le ginocchia.
I miei jeans odoravano di barbecue e di strada.
In quellangolo di veranda le voci non arrivavano, ma dal buio emerse allimprovviso un altro
suono: colpi ritmici e sordi, una specie di palleggio. Quando mi abituai alloscurit, la vidi. Una
figuretta che oscillava avanti e indietro giocando a palla contro il muro.
Che fai a questora?
Melody non rispose e lanci la palla con pi forza. Il gioco acquist velocit, il ritmo divenne
martellante. Lanciava la palla contro il muro e mormorava qualcosa fra s e s:
 breakfast lunch and tea
Di colpo capii: cercava di coprire le loro voci con la sua.
Lalta marea ci circondava, ci spingeva in alto e il terrazzo galleggiava dentro una notte che
dava suoni dacqua, di scialuppe alla deriva, gorgoglii di naufraghi e tonfi di braccia che battono le
onde.
Non hai paura del buio?
Fece segno di no con la testa.
Lo conosco, il buio. Da quandero piccola si vant con una vocetta leggermente incrinata.
Ma si lasci prendere per mano e condurre di nuovo a letto. Camminava tenendo nel pugno la
palla da ping-pong, lasciandosi portare. Un piccolo automa silenzioso e attonito.
Sul suo comodino uno zoo in miniatura: scimmie, elefanti, cammelli, orsacchiotti. Le aggiustai
il lenzuolo sulle gambe. Mentre la coprivo, mi ascoltai attentamente. E non sentii altro che una distratta
tenerezza.
La sorella pi piccola. Laltra.
Limmaginazione,  lei che costruisce amore, odio e gelosia. Ma attorno a Melody io non avevo
avuto modo di costruire niente: non sapevo di avere una sorella e, non sapendolo, non potevo
immaginare n amore n odio. Il silenzio di mio padre e di zia Sarina mi aveva regalato la possibilit di
questa facile e distratta tenerezza.
Dormi le dissi. Domani  la tua festa.
Le sollevai la frangia dalla fronte sudata. E, per farla addormentare, non trovai di meglio che
sussurrarle piano la mia filastrocca:
Sempre pioggia freddo e vento
nel paese dello sgomento
12
Marge (che in realt si chiamava pi italianamente Margherita) si present a mezzogiorno, con
un cappellino di tela rossa e un pacchetto legato con un nastro di un rosso pi scuro che ciondolava
dalla mano destra: il regalo per i cinque anni della sua amica Melody.
Il Ciccotosto le camminava dietro come se volesse tagliarle ogni via di scampo.
Marge era la prima.
Gli altri bambini sarebbero arrivati di pomeriggio, per spegnere le candeline sulla torta e fare
festa, ma lei  lei soltanto, la reginetta del vegemite  godeva del privilegio dessere invitata a pranzo.
Li vidi avanzare dallalto della veranda, dove stavo leggendo sul Cairns Post  una sedia
reclinata allindietro e i piedi contro la ringhiera  di due giovani sposi inglesi che avevano
abbandonato il cielo blu e le spiagge sabbiose dellAustralia per tornare in Inghilterra, a bere birra
calda in un paese ad alto tasso di criminalit. Per non parlare della nebbia e dellinquinamento. Al
Cairns Post non riuscivano a crederci e serano messi a intervistare vicini e conoscenti per capire le
ragioni nascoste di John e Jackie Boyle, coniugi inglesi in fuga dallAustralia.
Era il sei di maggio. Un buon mese per Cairns, che ad aprile chiude con la stagione delle grandi
piogge e dellafa. Eppure la mattina non era bella. Lasciava intravedere lorizzonte caliginoso dei mesi
umidi, quelli in cui la citt odora pi di foresta che di mare e laria condizionata non serve a difendersi
dalla mucillagine del cielo.
Perch anche Cairns ha le sue nebbie. Lattiginose come certe minestre in polvere che si
raggrumano in fondo alla pentola se non le mescoli bene. Una foschia, pi che una nebbia. Secondo gli
aborigeni  il fumo che mandano le stelle, accese dagli spiriti dei morti nel loro cammino attraverso il
cielo.
John e Jackie Boyle sicuramente se ne erano andati in una mattina del genere.
Raddrizzai la sedia e piegai il giornale. Quel cielo bianco dava un brivido malinconico da primo
giorno di scuola, subito smentito dalla vampa umida del tropico che sincollava addosso, un fiato
compresso di canne che marciscono nelle piantagioni.
Un tempo che trasudava nostalgie. Adatto alle fughe e alle partenze.
Guardai gi: il cortile vuoto, il marciapiede lontano, le ombre ferme schiacciate contro il
cemento, lacacia senza un tremito a lato del cancello.
In quellimmobilit non era difficile immaginare Simona intenta a respirare pi liberamente
nella primavera catanese, mentre andava distribuendo agli amici i canguri e i boomerang comprati al
centro di vendite allingrosso. Artigianato aborigeno al cento per cento, garantiva la scritta sui sacchetti
di plastica gi ficcati dentro le valigie.
Mancava poco, ormai. Un giorno, una notte e un giorno ancora e sarebbero partite, madre e
figlia, dallaeroporto internazionale di Cairns. Per tornare (Simona laveva ripetuto, promesso, giurato)
fra un mese o due. Tre al massimo.
Sarebbero tornate nel pieno dellinverno australiano, quando laria  secca, il sole inestinguibile
e le meduse che uccidono hanno abbandonato le coste del nord per il mare aperto.
Un caff?, chiedeva intanto al piano di sotto, in cucina. No, grazie, non posso fermarmi,
rispondeva la voce di Pietro Ciccotosto.
Marge corse fuori e galopp tuttintorno alla casa con il cappellino che le scappava dietro,
trattenuto da un nodo sotto il mento. Torn delusa allargando le braccia.
Non c Dov Melody?
Adesso torna.
Ma dov?
 andata a cercare la Cina.
Un silenzio sospeso. Poi Marge sinform, con uninflessione gelosa:
Viene a pranzo anche la Cina?.
Andiamo, aveva detto mio padre appoggiando una mano sulla testa della bambina per
richiamare la sua attenzione. Laveva appoggiata con le dita larghe che sincurvavano per fare presa.
Una peluria color noce  lo stesso colore dei capelli di Melody  gli si arricciava sul polso. Non un filo
di canizie, a parte le basette e londa sulla fronte, ingrigita ma ancora ben fitta. Per aver mantenuto i
suoi colori e buona parte dei capelli, per questo forse pensava di potersi permettere quelle camicie
fantasia aperte sotto il pomo dAdamo.
Quella mattina ne indossava una a losanghe verdi e nere. Con una risolutezza che si accordava
meravigliosamente al nodo forte del polso e alla squadratura della mascella. Pronto per un film di Abel
Ferrara: tagli di luce scura su carnosit potenti.
Cera qualcosa di particolare in lui, quella mattina.
O ero io che mi stavo ambientando e cominciavo a far aderire limmagine alla curva del
desiderio.
Andiamo.
Uno scarto laterale e Melody gli sfugg, sottraendosi alla presa. La maglietta le era salita sulla
schiena scoprendo lelastico delle mutande che spuntava in cintura. Gliela sistemai alla meglio,
spingendola dentro i pantaloncini e sfiorando, in quellincastro di cotoni, la pelle calda e leggermente
sudata. Un sudore nervoso, deccitazione.
Da almeno unora, in ginocchio sopra una sedia, continuava ad aprire un pacco dopo laltro
strappando la carta per limpazienza, un mucchietto di regali a piramide sul ripiano del tavolo di
cucina. Quando ebbe finito si appoggi con entrambi i gomiti a contemplare il groviglio di nastri,
scatole, sacchetti, pezzi di Lego, uomini-ragno, bamboline con lunghe gambe di plastica rosa,
quadernetti da colorare, e dette un sospiro pieno: un lavoro ben fatto.
Sembrava che avesse dimenticato le voci che lavevano svegliata durante la notte. Tutto aveva
dimenticato. La tensione, la diffidenza. Lallarme per le novit che le si andavano preparando attorno e
che la lasciavano perplessa, un po impaurita.
Appena qualche giorno prima, le mani in tasca, una piega sospettosa tra le sopracciglia, mi
aveva chiesto:
Anche allItalia fanno la cacca? Come da noi?.
Non si fidava.
Ma oggi compiva cinque anni e non voleva sentire che il suono e lodore della festa. Oggi non
la toccavano certe rigidit, certe sfumature, certi dettagli stonati.
Il fatto, per esempio, che si stesse in piedi a sorseggiare il caff del mattino.
Da qualche giorno, da quando Simona aveva tirato gi le valigie dal ripiano alto dellarmadio,
nessuno sedeva pi a tavola. E i sottopiatti restavano ammucchiati da una parte, luno sullaltro, in una
pila ordinata e tuttavia sgradevole. In cos poco tempo la tavola perfettamente composta della prima
colazione si era dissolta lasciando il posto a una scena instabile.
Questo a me non dispiaceva.
Non mi dispiaceva affatto quellatmosfera da partenza annunciata che metteva tutta la casa in
uno stato di transizione. Il mio disagio stava altrove.
Nellinsistenza delle dita di mio padre, forse, che erano tornate a scompigliare i riccioli ancora
umidi di doccia della bambina, li avevano spartiti sul collo ed erano risalite cercando la nuca da
solleticare.
Avanti, andiamo a cercare la Cina.
Era il loro gioco, una sorta di immaginaria caccia al tesoro. Si mettevano in macchina,
allacciavano le cinture di sicurezza e andavano.
La Cina, diceva lui, poteva essere ovunque, dietro quegli alberi, dietro la curva della strada. E
come si fa a riconoscerla, chiedeva Melody. Non ci si pu sbagliare,  il paese degli uomini doro. E
chi lavesse visto per primo doveva esprimere un desiderio, come si fa con le stelle cadenti. Ma un
desiderio grande, il pi grande possibile.
Questa volta la caccia sarebbe stata breve. Un giro in macchina, giusto una passeggiata prima
del pranzo e della festa. Di solito la faccenda non si svolgeva in maniera tanto veloce. La ricerca del
paese degli uomini doro richiedeva tempo e disponibilit. E che importa se, guarda caso, andava a
combinarsi con le visite ai fornitori fuori citt. Non si trattava che di una piccola furbizia, unaccortezza
per non perdere tempo neanche nel gioco. Ma il gioco durava tutto il giorno e anche pi. Capitava che
stessero via per due, tre sere. Un divertimento, per lei. Un modo di lavorare stando insieme alla
bambina, per lui.
Sono sicura che Melody sospettasse limbroglio. Ma era evidente che le piaceva essere
imbrogliata a quel modo. E sono altrettanto sicura che mio padre a volte lo dimenticasse, limbroglio, e
scrutasse la strada davanti a s semmai si vedesse spuntare da qualche parte un angolo di Cina.
Venivano chiamati i viaggiatori cinesi.
La storia risale a due secoli fa, quando lAustralia non era che un immenso penitenziario dove
lInghilterra sognava di scaricare tutti i suoi malanni.
Era una storia che mi affascinava quanto le storie del Tempo del Sogno.
Anche di pi: la raccontava la voce di mio padre.
Era la storia dei primi forzati che avevano tentato di evadere da quel mondo-prigione.
Nel loro tentativo, quei forzati non si rivolsero al mare ma allentroterra.
Nessuno sapeva ancora di essere su un continente che in realt era unisola. Il mare spaventava
e la terra sembrava meno ostile, pi facile da vincere.
Tutti credevano che bastasse andare oltre il grigio uniforme degli eucalipti, oltre il crepuscolo
della foresta, oltre le montagne e il deserto di pietra, fino a un fiume grande e mite. Oltre quel fiume la
Cina  il paese degli uomini color delloro  li avrebbe accolti e restituiti alla libert.
Fuggivano senza bussola e senza cibo, con la certezza che a nord della baia di Sydney, cento
miglia appena pi su, i loro piedi avrebbero calcato il suolo cinese. E l sarebbero stati liberi.
Erano fughe di massa. Gruppi di quaranta, sessanta persone. Uomini, ma anche donne sbarcate
dalle navi carcerarie. Dopo qualche tempo per lo pi tornavano nella colonia penale, pazzi di fame e di
solitudine. Lo scheletro degli irriducibili, ben spolpato dai dingo, veniva ritrovato ogni volta che i
deportati aprivano una nuova pista nella boscaglia.
Divennero talmente numerosi questi scheletri, che i progetti di evasione cominciarono a deviare
verso loceano.
Ma il mito della Cina, terra di libert, rimase. Nessuno poteva rassegnarsi allidea di un confine
invalicabile che imprigionasse senza possibilit di scampo. Un varco, un ponte, un guado da qualche
parte doveva esserci. Cera sicuramente. E presto o tardi qualcuno ci sarebbe passato accanto, si
sarebbe fermato e avrebbe detto: to, eccolo qui.
Da questa storia mio padre, laustraliano, aveva ricavato un gioco che poteva essere giocato
allinfinito. Perch, naturalmente, la Cina non si trovava mai. Era sempre un passo pi in l.
Dalla pila dei suoi regali aveva scelto un quaderno perch il buffo koala disegnato sulla
copertina le tenesse compagnia. (In questa propensione per carta e matite la riconoscevo simile:
sorella.)
Con il quaderno ben premuto al petto, era uscita per salire in macchina. A met viale si era
fermata ed era tornata indietro. Aveva spinto la porta della cucina e messo dentro la testa, alzando su di
me uno sguardo interrogativo.
Vai avevo detto.
Ed ero restata a guardarli mentre si avviavano tutti e due verso la station wagon, Melody con i
suoi anfibi dalle stringhe bianche, lui con landatura pesante e il collo pi rigido del solito. Avevo
notato le vene turgide e i muscoli contratti, come se dovessero contenere uno sforzo. Ricordo bene di
averlo notato.
 una domanda che mi sono posta molte volte, in seguito. Avrebbe portato anche me se glielo
avessi chiesto? O se glielo avesse chiesto Melody?
Se ci fossi stata anchio, le cose sarebbero andate diversamente. Questo  certo.
Ma non potevo esserci. E anche questo  certo.
Io non potevo cercare la Cina insieme a loro. Io ero nata in un momento inopportuno. Io avevo
offerto un alibi allimmobilit di mia madre.
Io avevo le mie colpe da espiare per conto mio.
Per qualche ora, nei preparativi della festa, la casa sembr assestarsi di nuovo in una
dimensione di quotidianit regolare, senza scosse.
Simona girava col mestolo di legno la crema per la torta, mentre Chato, a un suo ordine, versava
dentro la pentola, goccia dopo goccia, il succo di limone. Concentrate, assorbite da quel lavoro che
richiedeva misura e precisione.
A ogni giro di mestolo la fronte di Simona si spianava rasserenandosi e la spallina del reggiseno
scivolava un poco pi gi, sul braccio sudato. Il caldo ubriacava.
Un gatto era venuto a sedersi sopra il muretto che circondava in parte il giardino. Dalla sua
postazione ci controllava con gli occhi socchiusi, falsamente indifferenti.
Nascosta nellultimo scomparto del frigorifero, la casetta di marzapane che avrebbe ornato la
torta sorrideva con le finestre a forma di occhi e un portoncino a forma di bocca: tre semicerchi di
cioccolata curvi allins. Un capolavoro del cuoco del ristorante, che avrebbe suscitato lammirazione
perfino di zia Sarina.
Verso le tredici cominci lattesa.
Il fuoco venne acceso sotto lacqua della pasta.
Un signore in tiv pass dietro una scrivania e si mise a spiegare i diritti dei malati.
Una donna attravers la strada con un mazzo di fiori avvolto in carta di giornale.
Marge entr di fretta, si guard in giro, allung un dito per leccare la crema tuttintorno alla
torta e scapp fuori.
Lacqua prese a bollire dentro la pentola.
Simona sedette, si alz, sedette di nuovo. Lacqua bolliva. Simona si alzava, sedeva, si alzava.
And alla finestra. Indugi scuotendo la cenere della sigaretta sul davanzale, scrutando il lampeggiare
delle macchine al di l della linea degli alberi, oltre il cortile.
E io pensai: ha ragione Wendy, ho barattato la mia libert con la sorte comune delle donne, che
si affacciano alla finestra, spiano la strada e contano il tempo. Aspettando.
Poi Marge si stanc di correre in giardino e si mise seduta di traverso sulla scala, facendo
dondolare nel vuoto le gambe lentigginose.
Allora capimmo che non sarebbero tornati.
13
 passato quasi un mese da quel mercoled, sei di maggio. Ed eccomi qua, grazie a Larry.
Dietro il bancone di un bar: al posto giusto.
Sono una barman, ricordate? O bargirl: pi corretto, ma un tantino equivoco. Dunque, barman.
Sono una barman e non voglio finire come Pancho Morales, linventore del Margarita, morto nel
retrobottega di una latteria. Il mio posto  il posto che mi compete   dietro questo bancone.
Tenuto in ordine perfetto: attrezzi disposti a vista sia dal lato esterno che dal lato interno,
salvietta bianca (bianca!) e cesto di frutta al centro, a sinistra shaker e mixing-glass, bottigliette con gli
aromi, tagliere e coltellino per gli agrumi, a destra secchiello del ghiaccio con pinze e martelletto, la
bottiglia del seltz, lapribottiglie e il bicchiere pieno dacqua con i cucchiai da bar dal manico lungo per
miscelare. Alle mie spalle gli scaffali con le scorte di rum, bourbon, scotch, gin, vodka, tequila, e gli
sherry secchi e quelli dolci e il vermouth bianco e quello rosso
Non permetto a nessuno di toccare i miei strumenti di lavoro, tanto meno a Nelia che non avvita
mai fino in fondo i tappi delle bottiglie. Li lascia lenti o sbiechi. E quando li trovo sconciati in questa
maniera, a me si mettono a ronzare le orecchie.
Per il resto, Nelia  brava. Ha esperienza. Prima di incontrare Larry ha lavorato per anni in un
bar della sua isola  a sentir lei, la pi bella, la pi dolce delle settemila e cento dellarcipelago delle
Filippine.
Lavorava in uno di quei bar per maschi soli: americani, giapponesi, qualche australiano. Ma
Nelia non stava in esposizione sulla pedana a muovere il bacino insieme alle altre, turni di venti minuti,
aspettando che qualcuno si decidesse a togliere il gomito dal banco e a fare un cenno: la prima a
destra no, la terza a sinistra. Non era per Nelia, la pedana. Lei stava negli uffici del manager o alla
cassa. Lei aveva studiato, aveva un diploma di segretaria dazienda.
Anchio ho studiato, dico, e sento la mia voce rimbalzare in alto, fino al ventilatore a pale che
smuove lombra del soffitto.
Nelia ha un soprassalto, sbadiglia, si riscuote e fa andare la mano sulla calcolatrice che risuona
fra i tavoli vuoti col trillo di un videogame.
Ho studiato, insisto sfregando un posacenere scampato allo straccio di Victor ma non al mio.
Ho una laurea. Anche se non mi serve per trovare lavoro  non qui, almeno, in questisola dove conta
soltanto labilit a organizzare le giornate dei turisti, a tenere lontani i topi dalle case di legno sulla
spiaggia, ad accendere il barbecue e a metter su la musica giusta per animare la serata.
No, no, conferma in un rollio la piccola testa saggia di Nelia, non serve la laurea per spaventare
i topi e far ballare i turisti.
E probabilmente nemmeno in Italia mi servir, quando torner.
Perch torner.
Anche se non riesco ancora a immaginare il punto e il momento in cui mi decider a voltarmi
per riprendere la strada nel senso contrario.
Allora  inutile preoccuparsi, no? Una cosa alla volta. Adesso sono qui e dovrei preoccuparmi
piuttosto del permesso di lavoro che non ho e del visto che fra poco scadr ma anche questo non 
veramente un problema.
Cos per ora sostituisco Larry al bancone e mi accontento.
Il lavoro mi piace e mi piace pure lisola-albergo.
Quando sono libera e c bassa marea, passeggio sulla barriera corallina con le apposite scarpe
di plastica raccogliendo stelle marine gialle e blu. Le lascio seccare sul davanzale della mia finestra.
Perdono acqua e colore, a poco a poco.
Nella stanza non ci sono mobili. Un gancio alla parete, due sedie, il torciglione della zanzariera
che pende sul letto, legato con un lussuoso nastro di raso azzurro.
Di notte, appena spengo la luce, la stanza si popola. Scalpiccii, code minuscole che battono
ritmicamente contro le assi, un rosicchiare sordo e costante. Il letto naviga su squittii, sospiri stridenti,
zampette furiose. Mi corrono attorno rimandandosi gridolini di stupore, mi fiutano con risucchi golosi.
Faccio fatica ad addormentarmi. Ma se i clienti sopportano (questa  natura!, genuina, autentica
natura), posso sopportare anchio.
Tanto starei sveglia in ogni caso. A rivedere le immagini del giorno in cui mio padre spar con
la bambina.
La festa. Eh s, la festa. Ce neravamo dimenticate, ma quando cominci a suonare il
campanello manc poco che diventasse il problema principale.
Passai un bel po di tempo a rimandare indietro gli invitati, madri curiose che si accostavano
con lalito acido e bambini che si aggrappavano a qualsiasi cosa, una gonna, lo stipite della porta, e non
cera verso di farli andar via. Un compito impegnativo che magari neanche mi spettava. Ma che potevo
fare?
In cucina Chato, rintanata in fondo a una poltrona, non si muoveva se non per ruotare la testa
torno torno a bocca aperta. E Simona andava su e gi, su e gi, su e gi, parlando al telefono portatile e
con la mano libera girando e rigirando il primo bottone sulla scollatura.
A quel punto cosa potevo fare? Cosa se non inventare scuse e accompagnare madri e bambini
fino al cancello?
Ma anche questo fin e, dopo aver staccato lultimo paio di mani appiccicose dai miei jeans,
tornai in cucina.
Scena immutata.
Soltanto che adesso la crema si era afflosciata fra uno strato e laltro della torta ed era
traboccata sul vassoio. Qualche pentola ancora ribolliva sui fornelli.
Rimasi sulla soglia, incerta pi di prima. Mi sembrava che non mi restasse nessuno spazio fra
gli andirivieni di Simona e limmobilit di Chato. Che posto mi toccava, qual era la mia posizione
(mia: personale, soggettiva) dentro tutta la faccenda?
Simona seguitava a digitare numeri telefonici. Lunghia dellindice le si era spezzata e lei ogni
tanto ci passava sopra il pollice come per limarla. Quindi strofinava, sulla guancia, il segno rosso di un
graffio. Aveva trascritto una serie di numeri sopra un foglio di carta e li andava cancellando al termine
di ogni telefonata. Con sistematica freddezza.
Pronto? Saprebbe dirmi se
Parl con tutti: con i fornitori, con gli amici, con gli ospedali, con la polizia stradale. Una
ricerca che andava fatta. Ma gi lo sapevamo quale sarebbe stato lesito: negativo. Nessun incidente,
nessuna emergenza. Inutile agitarsi in quella direzione. Laustraliano se nera andato. Punto e basta.
Aveva giocato la sua ultima mossa.
Per costringere Simona a restare o per impedirle di portarsi via la bambina?
Una sottile distinzione. O una distinzione fondamentale, secondo i punti di vista.
Ma a me che importava? In entrambi i casi, io venivo scaricata.
Al primo impatto,  ovvio, non lavevo presa bene per niente. Per, per
Per mi accorsi che le mie dita tremavano deccitazione mentre si mettevano involontariamente
a riordinare, spegnendo il gas, infilando la torta nel frigo.
Un colpo di passione, finalmente! Niente pi ragionevolezza. Niente lettere prudenti. O
cara-figlia al telefono. O educati litigi dentro la station wagon. O parole chiuse fra le pareti di una
camera da letto.
Una follia, finalmente!
Era quasi un sollievo. Quasi mi girava la testa per la contentezza. Come se stessi leggendo
quella lettera damore mai scritta, che avevo cercato con tanto accanimento. E ora che la stavo
leggendo non mimportava, lo giuro, a chi fosse indirizzata.
Dun tratto Simona corse su per le scale, direttamente in bagno a vomitare dentro la tazza del
gabinetto.
Al telefono, il cugino Anacleto ordin: niente polizia, che denunce e denunce, nella nostra
famiglia non usa.
Non cera bisogno della polizia. Il cugino Anacleto si sarebbe occupato di tutto, il cugino
Anacleto avrebbe risolto la situazione. Che viveva a fare, senn, il cugino Anacleto?
Attenta!
Gippi, il capocameriere (ma lui si autodefiniva direttore) stava in cantina a revisionare la lista
dei vini. Una scala di legno, a pioli, scendeva nella semioscurit tra scaffalature e sedie rotte, pentole
senza manici, riserve di carta igienica e detersivi, fotografie di fastosi matrimoni con decine di
damigelle in bianco e battesimi di gente sconosciuta, dentro cornici sgangherate. Un gradino dopo
laltro, ero atterrata sui sacchi di nylon che contenevano la biancheria sporca del ristorante.
Ma chi lha mandata quaggi?
Come se avessi bisogno di un permesso o di un lasciapassare. E in ogni caso la domanda
corretta sarebbe stata: ma che c venuta a fare, che diavolo cerca quaggi.
Gippi (che stava per Gianpiero) era lo stesso che aveva tentato di buttarmi fuori quando ero
arrivata con lo scandalo dei jeans, per di pi artisticamente sfilacciati allorlo, in quel locale alla cui
reputazione sembrava tenere almeno quanto mio padre. Non si era ammansito, da allora. Un uomo di
principi. Nonch un vero professionista che ci teneva a lavorare con veri professionisti. Anche se, fra
tutti, avevano messo insieme un men piuttosto stravagante, per essere il men di un ristorante italiano.
Tapas e pollo alla valdostana, tanto per dare lidea, cassata e osso buco con polenta, insalata sivigliana
e fettuccine con i funghi che figuravano alla Carbonara.
Si sente bene?
Benissimo risposi.
La sua giacca bianca, alla luce nuda della lampadina, rivelava aloni sospetti e cerchi gialli sotto
le ascelle e sul fianco destro. Col suo fazzoletto pul una bottiglia di rosso e lappoggi sopra una sedia
di plastica senza schienale.
Non mi era chiaro cosa mi aspettassi da lui ma, anche se mi fosse stato chiaro, non feci in
tempo a dire o a chiedergli un bel niente. Sbott: non vi dovete preoccupare, neanche la signora si deve
preoccupare, lei che vuole portare la bambina in Italia, cos mai una gita, una piccola gita di
compleanno fuori citt.
Mi esamin attentamente e si strinse nelle sue spallucce da pellicano:
Di che cosa ha paura? Suo padre sa quello che fa.
Sicuro. Anche quei tizi che una mattina si alzano dal letto e sparano alla moglie, ai figli, alla
suocera, al cane e poi a se stessi, anche loro sanno sempre quello che fanno. E i vicini, a cose avvenute,
si stupiscono con gli inquirenti e i giornalisti: una famiglia a posto, tranquilla, qualche volta,  vero, lui
si arrabbiava, ma non  normale?, tutti si arrabbiano qualche volta.
Lo strano senso di eccitazione provato fino a quel momento mi abbandon e prese il suo posto
una smania molto simile al panico.
Nella penombra sabbiosa della cantina sentii cadere i rintocchi furenti dei suoi no e no e no
Li sentii battere contro le mie tempie.
Risuonavano decisi, troppo decisi e definitivi per lasciare spazio alla ragionevolezza.
E mi dissi che non era impossibile. Pu accadere, di fronte a relazioni molto tese. Succede che
uno si convinca di non avere scelta e che esista ununica via di uscita. Ha un nome preciso, questa
convinzione. Un nome che avevo letto infinite volte nelle cronache dei quotidiani. Crisi catatimica. Che
poi significa un salto dalla finestra, un colpo di pistola, una nuotata nella corrente che spinge al largo.
Forse era colpa della cantina, di quel confuso mescolio di stracci, rottami e vini costosi, ma l
sotto, tra biancheria sporca e foto-ricordo abbandonate, in mezzo a quei reperti della memoria che
sembravano spuntare da una coscienza in demolizione, l sotto mi prese davvero laffanno della paura.
Quando risalii, il pullmino di Brenda depositava sul marciapiede i primi turisti, vestiti in
maniera adeguata per una cena elegante.
Ho imparato in fretta a riconoscere la notte e la sua altalena di pieni e di vuoti.
Una piccola notte per una piccola citt.
Il mercato notturno con i gelati della Nuova Zelanda e, a scorrere, i banchi dei sushi
giapponesi, dei noodles cinesi, tailandesi, di Singapore, i souvlaki del Greco, il Kentucky Fried
Chicken, il bar dei cocktail tropicali dove una bionda e una mora, in reggiseno, minigonna e fiore
rosso dietro lorecchio, si danno il cambio. Un incrocio. Una svolta. E sono dentro le zone mute, le
gallerie doscurit che finiscono di nuovo dentro un rettangolo di luce al neon, nellaggrumato brusio
da alveare di un ristorante o di un pub.
Ho imparato in fretta.
Oggi per la notte mi inquieta e non riesco ad andarle incontro.
Non fu il cugino Anacleto a trovarli, allalba, ma un camionista che, dallalto della sua cabina,
aveva visto la macchina rovesciata oltre il margine di una strada che portava lontano, molto lontano da
Cairns e dallabituale giro di fornitori.
Ma, alla fin fine, lincidente cera stato.
Un colpo di sonno, secondo la polizia. Gli agenti, al termine di un pesante turno di pattuglia,
erano decisamente seccati. Non si dovrebbe mai guidare di notte per interminabili strade deserte, sopra
una macchina sprovvista di rostri anticanguro, attraverso una terra seminata soltanto di termitai nani, in
file talmente regolari da fare invidia al pi tecnologizzato degli agricoltori.
Erano stanchi e seccati, ma non gli ci volle molto per ricostruire la meccanica dellincidente.
Una terra sottile come sabbia, piovuta da chiss dove, ricopriva un tratto di strada. La station
wagon si era trovata a slittarvi sopra. Inaspettatamente. Una frenata troppo brusca, con i riflessi alterati
dal sonno. Un testacoda e la macchina era indietreggiata fino a un terrapieno. L sopra si era fermata un
attimo, in bilico, come se volesse pensarci bene prima di scivolare in basso e capovolgersi. E fortuna
che era un diesel e non poteva incendiarsi.
Lui ne era uscito illeso. La bambina con una costola incrinata, una frattura a una gamba e un
principio di commozione cerebrale.
La clinica aveva porte e ascensori bianchi che si aprivano senza un rumore. Un edificio nuovo,
non lontano dallEsplanade. Nella vetrina della farmacia, accanto alla sala dattesa, uno scheletro di
plastica marrone si esibiva sopra una sedia a dondolo.
Losservai affascinata per qualche istante prima di addentrarmi in quel territorio perfettamente
estraneo.
Ununica volta, in tutta la mia vita, mi era capitato di andare a trovare qualcuno in ospedale.
Non qualcuno: mia madre. Ero piccola e non ricordo il motivo del ricovero. Ricordo per che
non mi riconobbe quando mi fermai davanti al suo letto, a met di una lunga corsia. Era ancora sotto
leffetto dellanestetico o di un forte sedativo. La fissit del suo viso mi catturava bloccandomi il fiato e
le gambe. Poi le sue mani presero a muoversi. Si muovevano in un gesto sempre uguale, ripetuto,
tenendo stretto il lenzuolo allorlo del risvolto. I polpastrelli strusciavano sulla stoffa, la lisciavano
senza staccarsene, con un tocco esperto, la ripiegavano diligentemente, nello stesso identico gesto che
le vedevo fare quando metteva a posto il bucato, piegandolo e ripiegandolo. Cera tutta la sua vita, tutta
la sua memoria in quellordinato piegare e ripiegare. Scoppiai a piangere senza sapere il perch, e zia
Sarina mi port via. Quella sera a cena ebbi il permesso di mangiare due bign ripieni di cioccolato, ma
non li trovai buoni come al solito.
Il ricordo di quel gesto apriva ancora adesso un vuoto nel mio stomaco.
La tizia in camice, al banco delle informazioni, disse: stanza trentaquattro, e riabbass gli occhi
su una rivista specializzata in foto della famiglia reale, mentre laltoparlante chiamava durgenza un
certo dottor Turner.
Nella stanza di Melody cerano mazzi di fiori, scatole di caramelle e un intero assortimento di
animaletti di stoffa, plastica, legno. Dentro il rettangolo della finestra si tendeva la linea del mare.
Mi avvicinai con cautela. Temevo di confondermi e di combinare guai, cose sgradevoli, tipo
schiacciare il sacchetto con la pip seminascosto dalle coperte o inciampare nella sbarra di metallo che
sosteneva la flebo.
Ero una visitatrice maldestra. Ma anche una magica visitatrice, mi assicurarono gli occhi blu
sfavillanti di Melody.
Una visitatrice, in ogni caso.
Qualcuno che non stava del tutto fuori ma nemmeno del tutto dentro.
Lo capii nel vederli l, tutti e tre, Simona seduta ai piedi del letto, lui alla finestra, di nuovo
insieme, compattati a forza. Non si parlavano, ma come se fossero troppo stanchi per farlo, non per altri
motivi.
La porta torn ad aprirsi ed entr uninserviente. Faccia allegra e braccia lustre che trascinavano
il carrello portavivande.
Oggi mangiamo, vero, signorina?
La stanza si anim. Lui si fece avanti con un passo corto dentro i pantaloni sgualciti, una garza
sulla fronte e sulle guance peli disordinati a rendere pi guasto il colorito.
Faccio io si offr.
Simona non disse niente. Chiuse gli occhi e abbandon la testa.
Melody invece serr le labbra e gir il profilo contro il muro. Con una durezza sproporzionata
allesilit della voce, lo inform:
Voglio la mia festa.
Simona riapr gli occhi. Lui simmobilizz in mezzo alla stanza. Quindi lentamente, molto
lentamente strisci allindietro, riparando nellangolo della finestra. Mentre si voltava, un nervo gli
guizz lungo la guancia. Le mani si contrassero in un gesto automatico che mi ramment il gesto di
mia madre. Una contrazione minima, involontaria. Uno smarrimento che gli apr e gli chiuse le dita, a
vuoto, sul nulla. Uno spasmo impercettibile che dal dorso delle mani corse su in un lampo ad aprire
fenditure.
Provai compassione, pena, non so, per quel suo corpo grande e invadente che sincrinava, si
rattrappiva, spariva dentro le sue stesse crepe.
Da quando ero arrivata, non avevamo mai scambiato nemmeno un abbraccio. Toccarlo, essere
toccata: era inimmaginabile, qualcosa che mi faceva agghiacciare i denti.
Questa ero io, appena ieri. Piena di repulsione e di desiderio.
Fu quella contrazione impotente, quel dolore che non sapeva trovare altra via duscita, il
bisogno che cera dentro quel dolore, che cancell tutto e mi spinse verso di lui.
Passai le mie braccia sotto le sue e appoggiai le mie labbra alla sua schiena. Sentii il fremito
stupito che si trasmise al mio petto. Sentii la trama della camicia e, sotto, un odore sconosciuto; meno
pungente del solito dopobarba. Il collo si tinse di un colore sanguigno mentre le spalle gli si
allentavano. La curva ruvida e carnosa del mento si ingross in un respiro. Voleva dire qualcosa, ne ero
certa. Stava per dire qualcosa.
Ma non disse niente.
Un galoppo incalza nelle mie tempie. Il cuore affanna. Veloce, pi veloce. Il battito degli
zoccoli rintocca e va in un esatto ordine musicale.
Conosco questa musica. I versi. Le parole. Le conosco bene. Posso spogliarle e rivestirle,
accorciarne o allungarne lorlo, adattarle a qualsiasi fantasia. Me ne sono impadronita. Sono mie. Le
stacco luna dallaltra perch splendano a un taglio di luna.
Ci deve essere, da qualche parte, una luna nella notte di vento che il padre sta attraversando al
galoppo sul suo cavallo. Ci deve essere, perch io li vedo chiaramente, luomo e il bambino, il padre e
il figlio.
Il padre  curvo sulla criniera, le sue braccia reggono il figlio, lo nascondono sotto il mantello,
lo proteggono dallincanto della notte, l fuori.
Padre, mio padre, la promessa non senti
che il re degli Elfi mi sussurra nei venti?
Il padre stringe labbraccio e sprona il cavallo. In fretta, pi in fretta. Gli zoccoli battono la
terra allo stesso ritmo del suo cuore impaurito.
Stai buono, buono, bambino mio,
 solo il vento con il suo fruscio.
Il mantello  pesante. Non lascia entrare il vento. Non lascia passare la notte. Non ci sar mai
luna, sotto il mantello. Fuori, i salici stracciano la nebbia, mormorano lusinghe.
Bel bambino, vuoi venire con me?
Le mie figlie avranno cura di te.
Oh, la notte che incanta Il cavallo galoppa nelle mie tempie mentre il richiamo diventa forte,
pi forte del cuore che batte impaurito. Il mantello si apre, le braccia allentano la stretta. E mentre il
bambino cade, il cavallo accelera la sua corsa.
Ma io non ho pi paura perch c il re degli Elfi che mi aspetta e mi soffia trionfante nelle
orecchie:
Caro bambino, su, vieni con me!
Vedrai i bei giochi che far con te.
Siamo in pochi a vivere sullisola-albergo: io, Nelia, Victor e il cuoco malese. Tutti gli altri,
comprese le cameriere, vanno e vengono dalla costa, fanno i turni come i clienti che cambiano di
settimana in settimana, allarrivo del traghetto o dellaerotaxi.
La veranda del bar  il punto pi alto dellisola. Alto a sufficienza perch uno, quass, si senta
al sicuro: dalla marea che torna a riflessi saltellanti, dalle richieste dei turisti che hanno sempre perso
qualcosa o dimenticato qualcosaltro.
Da quass controllo il molo, la gente che arriva e quella che parte.
Da quass, uno di questi giorni, vedr Wendy scendere dal traghetto. Saluter qualche amico di
traversata e sincamminer. La vedr risalire il sentiero con i suoi scarponi da trekking e i calzoncini
corti sulle gambe graffiate. La perder di vista alla svolta e, dun tratto, sar qui. Lascer cadere a terra
lo zaino e infiler le dita a pettine tra i capelli.
Non devo far altro che aspettare. Ha promesso. Verr.
Tutti qui aspettano qualcuno.
Il cuoco malese aspetta la sua improbabile moglie che nessuno ha mai visto. E Victor Victor
aspetta fiducioso il suo momento: anche Peter passer di moda. Ne sono passati tanti Indovino
sempre quando Larry sta per tornare, perch sul petto e sulle braccia di Victor i peli si fanno pi lucidi,
come se si rinvigorissero captando nellaria la promessa di un vento in arrivo.
Larry, s,  divertente concede Nelia. Non dimentica mai la musica nuova e lolio baby
Johnson per me.
A questora di notte non ci siamo che lei e io, nel bar.
I tavoli si riflettono vuoti negli specchi che girano a met parete.
Niente pi clienti.
Posso smetterla col trucchetto del barman che deve bere per mantenersi in tiro, ma non troppo,
per mantenere la decenza. Il trucco consiste nellalternare un sorso di birra a un sorso di rum. Il rum
scalda, la birra lo fa salire alla testa, ma con giudiziosa lentezza, quel tanto che serve ad alimentare
leuforia, ad amalgamarsi allatmosfera sempre un poco eccitata, sempre un poco sopra le righe, di un
bar. Ogni notte le stesse scintille, lo stesso lustro, la stessa festa. Ogni notte. La depressione  bandita
dal nostro lessico e dalla nostra vita.
Aspetto sorridente, di buon umore, amichevole, disponibile; salutare sempre e ringraziare.
Cos vuole la regola. Lordine del mestiere. E un ordine  almeno uno  mi ci vuole.
Non per niente questo  il lavoro che fa per me.
Un lavoro movimentato,  logico (fin troppo, certe sere). Ma con una sorta di regolarit di
fondo che mi tranquillizza. Un disegno geometrico che, alla fine, si ricompone immancabilmente. E
bottiglie e bevitori riprendono il loro posto. Tornano a occupare la loro porzione di tempo.
Non sapete che ogni ora, in un bar, ha i suoi clienti?
Per esempio: lhappy hour, da queste parti,  lora degli americani. Vengono non per bere a
met prezzo ma per bere il doppio, con lapprovazione generale. Non  sconveniente, durante lhappy hour.
Di notte arrivano i clienti fissi, che poi sono i veri clienti. Perfettamente riconoscibili ovunque,
anche qui, su questisola di passaggio. Si fermano per una settimana? E per una settimana siedono allo
stesso posto, bevono lo stesso drink, ti raccontano la loro vita, chiedono complicit. I bicchieri passano
dalla mia mano alla loro, avanti e indietro, lungo una linea retta o dentro lanello chiuso di una catena.
Insieme ai bicchieri girano le parole. E io doso, accelero o rallento.
Ma a questora anche il loro tempo scade. A questora, niente pi clienti. Posso bere a modo
mio. Bourbon. O tequila che scende liscia in gola come limonata e in un balzo inverte la rotta e corre su
a tradimento, un colpo di frusta che mi allarga il cuore e mi lucida i pensieri.
Un mese pu essere un tempo lungo, lunghissimo se vissuto di notte, nel silenzio che cade in un
bar dopo che lultimo cliente ha contato i soldi sul tavolo ed  sparito insieme a quel filo sempre pi
esile di eccitazione, lasciando dietro di s un vuoto che deve essere subito colmato.
In un mese Nelia e io abbiamo imparato a conoscerci cos, forse soltanto per riempire questo
vuoto. Parliamo, sbadatamente. Parole gettate attraverso la sala nuda, ciascuna ancora al suo posto, io
dietro il bancone, lei dietro la cassa.
Dalla finestra e dalla porta entra una spumosa fragranza marina. Il calore si  ritirato da qualche
parte, a riprendere vigore nelloscurit. Soltanto la mia pelle  calda.
Il riflesso della lampada sui suoi capelli neri mi  diventato familiare, una scintilla quotidiana
che accende in una buia cavit del mio corpo un confortevole fuoco domestico.
Siamo diverse, siamo estranee. Siamo amiche.
Lho capito nel momento in cui  sempre cos, sbadatamente  abbiamo smesso di parlare dei
clienti e abbiamo cominciato a parlare di noi.
Questa  la nostra ora. Nessuno ce la pu togliere. Nemmeno i clienti pi ostinati, le coppie che
nascono al banco e non si decidono a dire un no o un s. Un s piccolo piccolo, a ogni modo, come la
storia che seguir. Io sono una barman e so quanto durano le storie che nascono di notte.
A ripensarci, anche la storia con mio padre  nata di notte. Non c da meravigliarsi se non ha
avuto vita lunga. Non  cos, Nelia?
Nelia stringe le palpebre oblique, ancora pi oblique dentro la stanchezza rilassata del viso.
No, non sorridere.
Non sopporto il sorriso di scusa che assume automaticamente quando non capisce quello che
dico. La testa sottile oscilla delicatamente, di qua e di l, dondola come se volesse cullare la sua
incomprensione fino ad addormentarla.
Non  per chiedere scusa.  per cortesia protesta.
E continua a sorridere paziente, incrociando le braccia.
Lascia che ti spieghi, allora.
 una storia nata tanto tempo fa. Quando ancora mia madre si chinava ad accendere la luce
notturna sul mio comodino e io aspettavo con impazienza che chiudesse la porta dietro di s. Lei
chiudeva la porta e lui arrivava con le spalle gobbe per via della valigia.  una storia nata quando gli
servivo il t nelle tazze Ginori dal bordo dorato e avevo paura che, finita la notte, il giorno mi facesse
trovare un padre in carne e ossa sulla soglia di casa.
 una storia nata di notte, capisci? E si sa queste storie come vanno a finire.
...
.
...
FINE.